Quarto grado all’Alpe Devero, alla ricerca dello spit perduto

Dallo scrigno di Roberto Rolly Cotti, istruttore milanese di alpinismo, esce questa problematica salita al pizzo Crampiolo. Uno dei tanti racconti scritti di getto quando un incidente in valanga a cui è miracolosamente sopravvissuto ha costretto Rolly momentaneamente all’immobilità. Il suo vocabolario è indubbiamente forbito e il récit non manca di suspense. E inoltre ci porta quella certa aria scanzonata che si accompagna alle belle esperienze alpinistiche, anche se un po’ complicate: in cui l’importante è non perdere la testa come giustamente sottolinea Cotti. Buona lettura.

Codelago e pizzo Crampiolo copia

“Mi lascio convincere da internet”

Ogni tanto bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo. E allora mi faccio invaghire dalla cresta Nord Ovest del pizzo Crampiolo (Alpe Devero, 250 m, max IV+). Le incognite sono tante: complesso avvicinamento (2h45), esposizione non favorevole alla tintarella, e la guida di cui dispongo (Alpinismo in val d’Ossola) non si spreca in dettagli né sull’attacco, né sulla via, né sulla chiodatura, né sulla discesa. Ma all’improvviso, m’imbatto in un articolo su internet, che catto e pasto: “Due classici itinerari alpinistici sul Pizzo Crampiolo Sud (m 2776), nel Parco Naturale Alpe Veglia Devero (Piemonte), sono stati resi sicuri con la posa di spit di sosta e di progressione. Si tratta dello spigolo nord-ovest (250 m, D, III e IV) e della parete ovest (200 m, D+, V)”.

E così l’accoppiata Cotti-Del Monte parte per una nuova fantastica avventura, alla ricerca dello spit perduto.
 In realtà la notte della vigilia fatico a prendere sonno: continuo a fare conti, per 250 metri ci mettiamo minimo 4 ore, però possiamo limare sull’avvicinamento, all’attacco non dopo le 11, in cima per pi greco, riporto uno, radice quadrata, quante pile mi devo portare per la frontale? E Andrea, che non scala da un anno e ha più chiodi in corpo che all’imbrago? Mi addormento su un ultimo presentimento: mal che vada ci caliamo.

Sveglia alle 5.15, alle 5.45 sono al bancomat dove prelevo 100 euro, alle 7 sono a Piedimulera dove prelevo Andrea, alle 7.30 in un bar vediamo la partenza del motoGP con tanto di volo generale (non è un buon segno), alle 7.45 parcheggiamo praticamente a Baceno (ma quanta cazzo di gente c’e`?), alle 8 siamo in marcia, alle 10 siamo in prossimità del costolone arrotondato che precede lo spigolo. Faccio un azimut di sicurezza: Nord Ovest, ok, lo spigolo è questo.

A dire il vero siamo finiti a destra del mammellone, in pratica sotto la parete Ovest, mentre la relazione (!) suggerisce di aggirare il mammellone a sinistra, per una linea tratteggiata non meglio definita. Da dove siamo dovremmo scendere un canale infido e traversare un nevaio che incute, soprattutto con le scarpette da runner (per inciso potremmo anche fare un giro della madonna, ma questo, si sa, non si fa mai). In realtà, anche se evitiamo di dircelo per educazione, tutto l’ambiente mette un po’ soggezione: pietraie desolate, nevai anacronistici, solitudine assoluta, freddo della madonna, insomma, si può far finta di niente ma alle placche di Oriana il we prima mi sentivo un drago, qui faccio fatica a trovarmi il pisello per la minzione

Decidiamo di salire sul mammellone per vedere com’è: non è male, ma vale la pena legarsi, cosa che facciamo prontamente.
 Alle 10.30 parte la vera cordata: il mammellone sembra facile e prima o poi dovremmo incrociare una sfilza di spit, quindi parto con l’idea di un paio di tiri in semiconserva, giusto per riscaldamento. Il mammellone è effettivamente facile, a patto di non cercarsi rogne (me ne rendo conto dopo un paio di passaggi che, praticamente in libera, mi danno l`emozione di Lazio-Inter 2002).

Crampiolo copia

Aggiro bellamente una placchetta molto invitante, pure troppo, e mi trovo in breve su una piazzola di sosta per autotreni, bella comoda. Manca solo lo spunzone per la sicura, l’unico che trovo è di quelli a orientamento bastardo, che ti chiedi sempre se in caso di volo la corda sta dentro o scivola fuori. Metto un secondo cordino in opposizione e lo attacco a un piccanello grosso come un fagiolo, pensando: non sto mica carrucolando un elefante su un 6a! Andrea parte, poi si ferma. Dopo 10 minuti i miei sensi di ragno mi dicono che qualche cosa non va: “non è che per caso sei finito sulla placchetta bastarda?”. “Mi sa di si!”. Pianto chiodo e recupero più tranquillo. Non siamo ancora arrivati all’attacco e ho già piantato un chiodo (non è un buon segno).

Il secondo tiro va via un po’ meglio, se ben ricordo, a parte una partenza che, come al solito, sembrava facile e invece dopo un metro la mutanda è già piena. A metà tiro poi, su una cengetta, trovo quello che nessun alpinista vorrebbe mai trovare: un rinvio con dentro un chiodo (non è un buon segno). Il chiodo è un Cassin grigino antidiluviano mentre il rinvio è un Kong con lo scontrino ancora attaccato: non facevano parte della stessa attrezzatura, penso. Mi sforzo, ma mi vengono in mente solo dinamiche drammatiche, tanto che istintivamente cerco qua e là gli schizzi di sangue. Non trovandoli arrivo ad una seconda terrazza panoramica dove recupero tranquillo, si fa per dire.

Di spit neanche l’ombra, ma di fronte a me si parano tre chiodi che superano una pancettina sulla destra. Con l’ugello serrato arrivo al primo, che si muove. Lo smartello dentro un po’ meglio e rinvio, volo e mi aggrappo al rinvio, ritento con piede sul primo chiodo e arrivo al secondo, che non si muove ma non ne ha per molto, unica soluzione per arrivare al terzo sembra essere tirare il secondo, cosa che sono riluttante a fare (per la cronaca: se questo è un IV io sono Adriano). Andrea, coscienzioso, mi avverte che un metro alla mia destra c’è una comoda cengetta. Rinvio sul secondo, rinuncio al terzo, spacco tenendomi a un manigliotto, volo ma il braccio mi diventa improvvisamente certificato UIAA, con 2.2KN stampigliato sul bicipite, quindi mi stiro una scapola ma tengo e arrivo alla cengetta.

Da lì mi si para una nuova prospettiva: sulla sinistra infatti, ai piedi di un diedro, c’è una sosta con tanto di cordino: ecco la via, esulto, con il sorriso di Mosé davanti al Mar Rosso. ‘Ste cazzo di varianti! Quattro salti in padella e sono in sosta ma, aimé, di spit neanche l`ombra, solo due chiodi: uno appena lo tocco mi resta in mano, l’altro sporge dalla roccia in maniera sospetta. Lo ribatto e quello entra di un centimetro buono (non è un buon segno). Rinforzo la sosta con un altro chiodo, che ovviamente mi schizza via. Andrea entra in modalità tracking e mappa il punto di caduta 50metri sotto (lo ritroverà in discesa senza nessuna incertezza).

Il chiodo successivo lo imbrago, poi lo martello selvaggiamente. Fatta la sosta Andrea si accinge a fare il mio stesso itinerario, solo che al momento dello spacco scopre di avere una apertura a compasso deficitaria di una spanna circa, e alla cengetta non ci arriva. Siccome il rinvio successivo, su dado, l’ho messo un bel po’ dopo, il pendolo eventuale rischia di farlo finire su una comodissima cengiona in basso alla sua sinistra. Dopo alcuni patemi decide che non è cosa e comincia a spiegarmi un complesso piano che dovrebbe consentirgli di arrivare in sosta recuperando buona parte del materiale e senza conseguenze letali.

Dall’alto io non capisco letteralmente un cazzo. In pratica: si fa calare sul secondo chiodo, dove lascia un moschettone farlocco, quindi si slega, mi fa recuperare un po’ di corda ma non troppa, sale in libera il cengione su cui temeva di schiantarsi e si rilega a monte dei problemi: geniale. Alle 12:30 siamo a quello che potrebbe sembrare il vero attacco, non fosse per la mancanza degli spit. Nel diedro fanno bella mostra di sè svariati chiodi rugginosi. Appena arrivato in sosta pensavo di provarlo, ma da quel momento è passata un’ora buona. Incombono il dubbio di essere sulla via sbagliata, la stanchezza, la mutanda piena, l’ora tarda, una famiglia da mantenere, il desiderio di rimanere in vita per prendere a calci nel culo l’autore dell`articolo: tiriamo una doppia fino al terrazzone sotto, dove trovo due nuts arrugginiti (è un buon segno).

Da lì esploro il mammellone in lungo e in largo: spit=0.
Scendiamo per sfasciumi e cengette slegati (molto più facile da questa parte).

Un po’ allontanati, in angolazione perfetta, tiro un altro azimut: 305 gradi, cazzo se non è nord ovest questo. Anche lo scarno disegnino sulla relazione conferma: lo spigolo era giusto. 
Certo, potremmo avere sbagliato via, ma allora quella giusta dov`era? Magari gli spit cominciavano più su, ma allora chi li ha messi? Che senso ha spittare una via dal secondo tiro in su? Rischi tutto subito e poi vai tranquillo?

Oppure l’articolo era cannato, ragion per cui ho scritto agli autori per avere lumi. Mi hanno risposto che controlleranno le fonti e mi faranno sapere, sperem.

Ma con questo cosa volevamo dire? Niente, lasciamo sul terreno un chiodo, un cordino e un moschettone, ma ci portiamo via una lezione di vita e la sicurezza che la testa, comunque, non la perdiamo mai.

Pero’ cazzo.

Rolly

Commenta la notizia.