Vie storiche in Lombardia. A Campodolcino nel museo dello Spluga

Muvis, interno a copia
I nomi dei vetturini che percorrevano la via Spulga sono in questi preziosi quaderni. Sopra il titolo, un aspetto della Via Spluga (ph. D.Monti, Vie Storiche, per gentile concessione).

Da Chiavenna la strada verso il Passo dello Spluga sale a tornanti nella stretta e incassata Val San Giacomo. In pochi chilometri il paesaggio muta rapidamente: salendo di quota l’aria si fa decisamente più fresca e gli enormi massi sui fianchi della montagna ci accompagnano in una valle aspra e difficile, segnata da smottamenti e frane. Sulle piccole frazioni ormai in gran parte disabitate s’impone la presenza del Santuario di Gallivaggio sovrastato da una parete rocciosa a strapiombo. Sorto sul luogo di una miracolosa apparizione della Madonna, fu consacrato nel 1615 mentre il campanile, che svetta isolato, fu edificato nella prima metà del Settecento. La diga di Prestone sul fiume Liro annunzia l’arrivo a Campodolcino che, con le sue diverse frazioni, si estende lungo un buon tratto della strada statale.

La località, un tempo punto si sosta lungo la strada dello Spluga, offre una sorpresa davvero inaspettata: dal 2011 Campodolcino ospita il Mu.vi.s. “Museo della Via Spluga e della Val San Giacomo” forse il primo museo dedicato alla storia di una strada e sorto nel centro del paese proprio dove passava la mulattiera ai tempi del primo tracciato del Cardinello.

Il museo ha sede nel cosiddetto “Palazz”, un edificio tardo cinquecentesco di proprietà del Consorzio frazione Corti e Acero (ente promotore del Museo stesso) che raccoglie diverse sezioni espositive, una sala convegni, un archivio, una biblioteca specialistica, un laboratorio didattico e un cappella consacrata.

La visita offre notevoli spunti per conoscere e approfondire la storia della Via dello Spluga e il territorio circostante. L’esposizione, organizzata su più piani, permette di spaziare dalla storia del turismo nella valle a quella dei mestieri della tradizione locale passando per immagini d’epoca e ricostruzioni di ambienti caratteristici dell’abitazione tradizionale.

Un settecentesco “Carden”, un edificio rurale costruito con travi in legno incastonate tipico dell’architettura tradizionale alpina, è stato rimontato all’interno del museo per testimoniare il ricco patrimonio architettonico rurale presente nella valle.

Particolare rilievo è stato riservato anche ai reperti archeologici ritrovati nel corso di una lunga campagna di scavi al Pian dei Cavalli. Il materiale rinvenuto appartiene al Mesolitico (circa 9000 anni fa) e consta di selci lavorate, punte di lance e frecce, raschiatoi.

Muvis interno b copia
Un particolare della stube (ph. D.Monti, Vie Storiche, per gentile concessione)

La visita al Museo si arricchisce con quella all’oratorio annesso a questo palazzo signorile, probabile locanda nel XVI secolo. Acquistato dall’abate Foppoli nel 1786 per stabilirvi la sua dimora, l’edificio fu ingrandito e completato con una semplice ma raffinata cappella privata decorata a fresco.

Si è sorpresi, passando da un ambiente all’altro, per l’attenzione con la quale si è proceduto nei lavori di restauro, la ricchezza e varietà del materiale esposto, la passione e la cura con cui è organizzato e mantenuto l’allestimento. I giochi dell’infanzia del passato e i luoghi della casa sembrano animarsi così come gli attrezzi del lavoro maschile e femminile lasciano immaginare persone in carne ed ossa alle prese con occupazioni ormai pressoché scomparse.

Un vero fiore all’occhiello per Campodolcino che ho rivisto dopo tanti anni, con negli occhi e nel cuore i ricordi dell’infanzia. In una domenica d’agosto ho ritrovato con piacere un paese vivace e animato da molti villeggianti e visitatori occasionali ma con limitate strutture ricettive. Sono ormai chiusi i vecchi alberghi (in desolato abbandono il prestigioso Albergo della Posta e la Croce d’Oro), mentre la vecchia funivia in centro al paese è stata sostituita da una moderna funicolare sotterranea che assicura il collegamento rapido con le piste da sci dell’Alpe Motta durante l’ inverno. Una comoda alternativa alla mulattiera che, a lato del ponte ad arco sulla Rabbiosa, si inerpica sul versante della montagna sino alla dorata Madonna d’Europa che, dall’alto dell’Alpe, domina la valle.

Rosalba Franchi

www.viestoriche.net

Commenta la notizia.