La più bella vittoria dell’uomo con le ali

Incredibile uomo con le ali! Il Grand Capucin (3.838 m), obelisco di granito rosso situato nelle Alpi Graie (Alpi del Monte Bianco), è stato tra le prime “prede” di Oliviero Bellinzani che lo scalò negli anni Novanta con la sola gamba rimastagli dopo un incidente stradale. Oliviero ci ha lasciato in agosto sepolto da una scarica di pietre sulle Alpi del Canton Ticino e MounCity desidera ora ricordarlo con l’esemplare resoconto di questa sua scalata. Sulla parete est del Grand Capucin nel 1951 Walter Bonatti e Luciano Ghigo tracciarono una classica via di salita. Ma su quel meraviglioso obelisco il fenomeno Bellinzani ha lasciato forse una traccia ancora più indelebile. Ecco come Oliviero si racconta sul sito “Vie normali” curato da Roberto Ciri, suo grande amico ed editore di due importanti guide realizzate a quattro mani.

OlivieroLe lacrime lentamente mi solcano il viso…

All’inizio, quando cominciai ad andare in montagna nessuno avrebbe scommesso un soldo su di me. In fin dei conti cos’ero? Un cavallo al palo, un relitto alla fonda. O almeno questo è ciò che generalmente si ritiene dopo una menomazione tipo la mia e anch’io, del resto, “prima” la pensavo un po’ così. E’ una concezione atavica, profondamente radicata dentro di noi, che è estremamente difficile da rimuovere e presto o tardi torna fuori con prepotenza, soprattutto negli altri che ti guardano, ti compatiscono, ti evitano, perché nell’intimo temono che possa capitare anche a loro e tu sei lì a ricordargli questa grande paura. Momenti duri questi, e troppi non riescono a superare il trauma di ritrovarsi improvvisamente diversi, inferiori. Ma inferiori a chi? Ecco la domanda da porsi. Così, superato il primo impatto, vai alla ricerca di una normalità mai ritrovata e provi con lo sport. Ricordi come correvi? I cento in undici netti. Niente male. E adesso?

A quei tempi, fine anni 70, ci voleva fantasia, oltre che audacia anche solo per pensare all’alpinismo, uno sport duro e pericoloso e la cosa più difficile fu di superare i miei limiti mentali. Non fu facile, anche perché nessuno mi aiutò: accompagnandomi alla scoperta dell’impossibile. Una via tracciata è più facile seguire, che non doversela cercare e impiegai anni per trovarla. In effetti quando nel 92 salii sul Blinnenhorn, dovetti compiere quasi un atto di violenza sui me stesso per superare le remore e decidermi a provare. L’ascensione mi era stata dipinta come pericolosa, difficile e in più d’uno mi raccontò di episodi drammatici che a rigor di logica avrebbero dovuto farmi desistere. Invece fu facile. Faticoso, sì, ma facile. Ed avevo atteso quindici anni nel dubbio prima di scoprirlo!

Bellinzani, Ciri, Polo copia
Bellinzani firma al Cai Milano una delle copie delle sue guide alle Alpi lombarde. Al centro l’amico ed editore Roberto Ciri, a destra Marco Polo, gloria dell’alpinismo meneghino. Le due guide riguardanti il settore occidentale e quello orientale delle Prealpi lombarde svelano agli appassionati paradisi della Lombardia poco frequentati o addirittura ignorati. Entrambi i volumi sono esemplari per la ricchezza e la qualità delle immagini, la grafica accurata, la precisione dei testi. (ph. Serafin/MountCity). Nella foto sopra il titolo il Grand Capucin, 3838 m.

Dopo quell’esperienza cominciai a contare sempre di più sulle mie risorse e sperimentare che il desiderio del continuo superamento, di scoprire cosa si nasconde oltre al muro, può portare ad ottenere risultati inimmaginabili ed è a ciò che dovremmo tendere con tutte le nostre forze.

Così mi sono trovato a tentare l’impresa di superare i cinquecento metri di compatto granito che costituiscono il Grand Capucin. Linee filanti, estetiche, che sorgono come dal nulla colpendo la fantasia. Linee tutt’altro che facili che a lungo hanno tenuto l’uomo lontano. E tutt’attorno altri monoliti di grandezza inferiore, separati da rapidi lampi di cielo che meglio definiscono i ripidi canali nevosi scendenti dalle strette gole, dove le vertiginose creste paiono per un momento placarsi trovando un po’ di riposo, per poi subito tornare ad impennarsi in un continuum che non dà pace al tormentato paesaggio. E al cospetto di siffatta selvaggia bellezza l’emozione si fa intensa, profonda, imprigionando l’animo fin nell’intimo e a nulla vale riandare alle passate esperienze. E’ come se ogni volta fosse la prima volta, in una sorta di eterna riscoperta di un qualcosa già noto che malgrado ciò mantiene il sapore fresco e soprattutto intatto, della novità.

Ed è con questo spirito che ho affrontato il Grand Capucin, la mia scalata più impegnativa. Il fatto che mi manchi una gamba non contava assolutamente più nulla e anche se affondavo nella neve e anche se lo zaino era troppo pesante e lo sforzo per risalire il ripidissimo pendio che porta all’attacco immane, non aveva importanza. Tutto fa parte del gioco.

Se si vuole ottenere molto bisogna essere disposti a pagare molto, soltanto così è possibile entrare dentro le cose, oltre l’apparenza, fino a viverle, a sentirle come proprie in un’ osmosi che non ha confini, persi in una dimensione atemporale dove l’essere si annulla pur mantenendo un fortissimo senso della propria identità, permettendo in tal modo all’uomo di restare comunque se stesso. E’ l’infinito che irrompe, pretende il suo spazio e da piccola parte di un mondo a noi esterno d’un canto ci trova partecipi di un tutto, tanto da poter avvolgere in un unico abbraccio l’universo intero.

Ma dopo la fatica, le difficoltà, una volta arrivato tutto ciò mi è mancato: non avevo tempo per le emozioni, quelle le ho lasciate per altri momenti e coi muscoli doloranti, le mani gelate, ho cominciato la discesa. Una doppia dietro l’altra senza fine, fino a ritrovare gli zaini. Un sorso d’acqua ghiacciata, una tavoletta di cioccolata, un rapido cambio di vestiario e si riparte, giù per il canale che sfocia nel Glacier du Mont Blanche, finalmente, un po’ di riposo. Vuoto, totale assenza di emozioni. Guardo all’insù e la roccia rossa del Grand Cap non mi offre risposte. Quelle devo trovarle dentro di me. E cosa conta alla fin fine, che tutto ciò lo abbia fatto con una sola gamba?

L’unica risposta è lì davanti a me, disegnata nella interminabile traccia che riconduce al rifugio Torino dal quale siamo partiti alle tre di questo giorno oltremodo eccezionale. Sì, la risposta la ritrovo nelle lacrime che lentamente mi solcano il viso una volta che davvero è finita: nel dolce tepore del rifugio, finalmente posso dare sfogo a ciò che per tanto tempo ho trattenuto dentro di me; niente risa, niente urla, soltanto una grande gioia interiore.

Oliviero Bellinzani

Bellinzani e Ciri
Roberto Ciri con Bellinzani e le copie delle guide realizzate a quattro mani (ph. Serafin/MountCity)

Roberto Ciri: con Oliviero su una via non tanto normale

Riguardo alla mia collaborazione con Oliviero posso dire questo: ho conosciuto Oliviero nel 2008 grazie al sito web vienormali.it che gestisco da anni e con cui egli collaborava attivamente inserendo le relazioni delle vie normali alle cime che saliva, ne ha inserite più di 340… La prima volta che ci siamo incontrati è stato nel 2010 in occasione del 1° raduno del Gruppo Vie Normali, ovvero gli autori di relazioni nel sito più affezionati, occasione in cui abbiamo salito insieme la Punta di San Matteo (3678 m) in una splendida escursione camminando accanto a questo incredibile uomo che saltellava con le stampelle su una gamba percorrendo la bianca distesa del ghiacciaio di Dosegù. Il racconto di quella salita è qui riproposto: www.vienormali.it/montagna/racconti-montagna-view.asp?id=5

L’anno dopo ci ritrovammo per la salita della Cima Tosa (3173 m) per la Via Migotti, nelle Dolomiti di Brenta, che desiderava salire da quando era ragazzo… Effettuammo la salita come due solitari alpinisti dei tempi che furono, senza nessuno lungo tutta la via e neanche in cima o nella discesa per la via normale est, una lunga e memorabile giornata.

Da lì iniziò anche la nostra collaborazione editoriale dal momento che gli proposi di scrivere insieme le guide alle Prealpi Lombarde Occidentali (Varesine e Comasche) e Centrali (Bergamasche) che abbiamo pubblicato nel 2013. Avevamo altre idee editoriali in corso di lavorazione, ma contro ogni possibile previsione sono rimaste tali.

Oliviero era un alpinista eccezionale, di grande capacità tecnica e immensa esperienza, con all’attivo quasi 1500 cime anche di grande difficoltà che molti alpinisti normodotati non si sognerebbero di salire e da lui salite su una sola gamba, aspetto che non costituiva affatto un handicap per lui ma il suo punto di forza assieme alla grande forza d’animo e determinazione. In quasi 40 anni di scalate non aveva mai avuto incidenti tali da potersi chiamare così, una banale scarica di sassi se lo è portato via come avrebbe fatto con qualunque altro alpinista al di là del numero di gambe disponibili.

Ma come diceva sempre Oliviero, “i limiti sono nella mente, non nel corpo”. Lascia un vuoto di amicizia in me come in tante altre persone che lo hanno conosciuto per monti e hanno avuto la fortuna di scalare con lui e un vuoto nel mondo alpinistico che forse non ha considerato e apprezzato a dovere le sue imprese.

Roberto Ciri

www.vienormali.it/

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