Il Sessantotto alpinistico in Emilia. Con spit, tortellini e lambrusco

Pace coll'alpe
Fresco di stampa, il libro di Carlo Possa viene presentato giovedì 10 settembre a Reggio Emilia.

Antitesi scherzosa della “Lotta con l’Alpe” di Guido Rey che definiva quest’attività “utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”, la “Pace con l’Alpe” ha rappresentato negli anni Settanta un’alternativa all’alpinismo eroico che ancora permeava le cronache e in particolare certi libri cult come “Le mie montagne” di Walter Bonatti. Il manifesto venne pubblicato nel 1975 nelle pagine del “Cusna”, un simpatico giornale del Cai di Reggio Emilia che prende il nome da una vetta dell’Appennino. Ispiratore del manifesto fu Carlo Possa, un bravo alpinista al quale non importava nulla di diventare un “grande alpinista”, ammesso che avesse qualche prospettiva per affermarsi. Ora di quella piccola grande rivoluzione in sintonia con stagioni spensierate in cui lo slogan era “fate l’amore, non la guerra” è testimonianza un ameno volumetto dello stesso Possa, socio del Cai dal 1961, giornalista e autore di guide e pubblicazioni. S’intitola come si sarà capito “La pace coll’Alpe”: 157 pagine fresche di stampa che vengono tenute a battesimo giovedì 10 settembre alle 18.30 alla Libreria Arcadia (via Petrolini 12/I, 42122 Reggio nell’Emilia). Dopo l’introduzione di Enrico Camanni, in una trentina di brevi capitoli si riversa, ma con giudizio, tutto l’amore di Possa per l’alpinismo, passione ereditata dal padre e coltivata con impegno fino al momento, nel 1983, in cui un incidente capitatogli salendo al bivacco Combi e Lanza dall’incantevole val Buscagna al Devero lo indusse a più miti consigli.

“Non era ancora chiaro se all’epoca il rischio era il fine o qualcosa da evitare il più possibile”, scrive ragionevolmente Possa degli anni in cui “militava” tracciando nuove vie sulla Pietra di Bismantova. Gli fa eco nel libro l’amico e maestro Alberto Paleari, alpinista e scrittore di talento, chiedendosi se “le avventure tragiche da cui Bonatti usciva indenne lasciando dietro di sé una scia di congelati, assiderati, ibernati, se le andasse a cercare o gli capitassero”.

Arrampicata alla Pietra copia
L’arrampicata alla Pietra di Bismantova oggi attira migliaia di appassionati (ph. Serafin/MountCity)

Di sicuro, nel “Possa pensiero” deve aver fatto breccia il rapporto epistolare con Gian Piero Motti, esponente del rinnovamento alpinistico del ’68, il famoso “Nuovo mattino”. Riscrivendo la storia di quegli anni, Possa riconosce comunque che il manifesto della “pace con l’alpe” garantì un po’ di fama a quelli di Reggio e alla Pietra di Bismantova che rappresentava la loro montagna-simbolo.

“Erano tempi”, scrive quasi per giustificarsi, “in cui il Cusna pur con la sua aria da Maramaldo riusciva simpatico anche a chi viveva nel culto dei sacri principi della lotta con l’Alpe”.

Pur prendendo posizione fin dal titolo per una visione edonistica dell’alpinismo, Possa non trascura di considerare con grande rispetto l’attrazione che procura il “brivido della roccia” e quell’anelito al superamento che in un dissacrante articolo pubblicato dal “Cusna” viene rappresentato dallo “Zaino-Aumenta-Difficoltà”, un marchingegno ideato per rendere la “lotta con l’Alpe” ancora più dura ed edificante.

No, non si può negare che dalle pagine di questo libro (che Possa definisce “un viaggio personale attraverso l’alpinismo”) emerga la faccia emiliana del sessantotto alpinistico, tutta spit, tortellini e lambrusco. Ma il tono qua e la beffardo è compensato dal racconto, sempre intenso e appassionato, delle esperienze fra le sue montagne che l’autore non si è certo limitato a contemplare: come risulta dal frammento del libro che MountCity pubblica qui sotto per amichevole concessione.

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Carlo Possa oggi…

Le montagne di Bonatti e le mie

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…e quando era un “figlio dei fiori”.

Quando da adolescente ho iniziato a praticare l’alpinismo, assieme ai miei genitori e a due soci del Cai di Torino come maestri, Agnese Sicca e Davide De Maria, incontrati casualmente nel 1961 al Rifugio Zamboni sotto la Est del Rosa, i miei scenari erano il Ghiacciaio delle Locce, il colle del Lyskamm, la Mer de Glace e il Ghiacciaio dei Bossons sul Bianco. A dodici anni arrancavo con i ramponi sotto il Gran Capucin, di fronte avevo la Ovest del Petit Dru, dal colle della Tour Ronde mi affacciavo stupefatto sulla Brenva e alla sera mangiavo la fonduta di formaggio a Chamonix.  Il mio eroe non poteva che essere Walter Bonatti.

Ma quando qualche anno più tardi frequentai il corso di roccia del Cai, e cominciai a capire che tra il secondo e il quinto grado c’era una bella differenza, mi chiedevo quanto avrei dovuto faticare e soffrire per ripetere le imprese del mio eroe. Non credo che siano state la rivolta di Berkeley o i moti di Parigi, e neppure Marcuse, Cohn Bendit o i figli dei fiori a farmi cambiare idea, ma più praticavo l’alpinismo più vedevo il mio eroe e le sue montagne lontani da me. Mi incantavo sempre più a guardare le foto di Gaston Rebuffat e specialmente quelle con Gaston Rebuffat, dove lui elegante e tranquillo guardava l’orizzonte da qualche guglia di granito.

No, non era obbligatorio congelarsi nella Brenva o passare il Natale su una parete nord, e mi convincevo sempre più che in montagna ci si poteva anche divertire.

E allora, mi chiedevo, perché non provare a parlare di un alpinismo senza episodi drammatici, voli paurosi, tormente, scariche di sassi? Perché non provare a scrivere di una salita dove non succedeva proprio niente?

Carlo Possa

lapacecollalpe@libero.it

da “La pace coll’Alpe”

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