Incontro con un “padre” del Parco dello Stelvio

Lo smembramento del Parco nazionale dello Stelvio contro cui oggi si battono agguerrite associazioni ambientaliste come Mountain Wilderness e Italia Nostra è inevitabile. E inevitabile è la sua fine come parco nazionale. Queste cose Walter Frigo non le dice soltanto alla luce del decreto legislativo con cui il 22 dicembre 2011 è stato soppresso il Consorzio di gestione del Parco dello Stelvio e ne è stata affidata la gestione a Trento, Bolzano e alla Lombardia nei rispettivi territori.

E’ trascorso un quarto di secolo da quando, era il 1991, i giornali riportavano con grande rilievo questo grido d’allarme o di dolore che dir si voglia. Testimone dell’avvio di un’inesorabile agonia è stato il dottor Frigo, geologo del Corpo forestale dello Stato, molto legato al Club Alpino Italiano: iscritto alla Sezione di Milano, dove è nato e risiede, è stato nominato consigliere centrale del CAI dal Ministero per l’agricoltura e foreste prima della riforma istituzionale degli anni Novanta.

Frigo copia
Già nel 1991, l’indomani della “Legge quadro sulle aree protette”, il direttore del Parco dello Stelvio Walter Frigo vedeva nero. E i giornali riportarono con grande rilievo la sua diagnosi: lo smembramento del Parco è inevitabile. Sopra il titolo punta San Matteo e ciò che resta del ghiacciaio dei Forni (ph. Serafin/MountCity)

Nel 1991, all’epoca della famosa “Legge quadro sulle aree protette”, Frigo rappresentava la massima autorità dello Stelvio nella sua veste di direttore del Parco: incarico che ha conservato fino a una dozzina d’anni fa facendosi carico d’inenarrabili acrobazie per far quadrare i bilanci e dialogare con un territorio disomogeneo per cultura, interessi economici, competenze e vocazioni protezionistiche. “Quando si dice che all’interno del Parco convivono 18 importanti comuni, si è detto tutto: com’è possibile mantenere vivo un dialogo con 18 sindaci interessati soltanto al loro mandato?”.

Dal suo appartamento alla periferia sud di Milano, dove oggi riempie i suoi quasi ottant’anni ben portati scrivendo diversi saggi, il mitico direttore osserva con distacco il susseguirsi degli eventi. “Mi sembra che la situazione odierna sia senza sbocchi, anche se è difficile rassegnarsi all’idea che, dividendo il Parco, si rischia di ledere l’immagine e la credibilità del nostro Paese in materia di politiche di conservazione. Ma che cos’altro fare? Si potrebbe esaminare la possibilità di una modifica del territorio stabilendo termini forse più riduttivi, non a macchia di leopardo come è stato fatto finora, bensì tracciando nuovi confini in base a una norma totalmente garantista. Ma dubito fortemente che, giunti a questo punto, si voglia salvare il Parco”.

Istituito nel 1935 su un territorio che nel 1977 è stato ampliato a 130.734 ettari, il Parco dello Stelvio è caratterizzato da una moltitudine di specie animali e vegetali. Nella sua area si trovano grandi boschi, aree agricole, masi di montagna, casali e paesi abitati. Un eden, in apparenza, che giustifica la sofferenza del dottor Frigo nel dichiararsi ancora una volta pessimista, lui che per il Parco ha tanto faticato e sofferto, ed è stato testimone in prima persona di questa lunga via crucis.

“Trovate posticce potrebbero oggi alimentare nuove tensioni”, dice. E immediatamente il suo pensiero corre agli anni degli attentati che rendevano precario il dialogo. Sfuggito a più di un agguato, sul quale preferisce sorvolare, Frigo ha dovuto sbrogliare con un mix di fermezza e amabilità matasse piuttosto ingarbugliate.

“La situazione più difficile è stata quella degli impianti a fune che hanno sconvolto aree molto importanti. E peggio sarebbe andata se non fossi intervenuto io stesso con decisione contro il progetto austriaco di un comprensorio che dallo Stelvio sarebbe dilagato giù in Val Venosta, fino a Trafoi. Il dialogo con gli altoatesini era delicato: loro potevano sempre dirmi che la natura la sanno conservare meglio di noi. Non mi hanno mai ringraziato per il mio impegno, questo no. Però, sotto sotto, hanno apprezzato che mi sia preso io tutti i fastidi del caso”.

Ha buone ragioni l’economista Marco Vitale sul Corriere della Sera di notare che “prima si creano strutture che funzionano male e poi, proprio perché funzionano male, si elimina tutto”. Ma che cosa poteva fare di più Frigo con le sue 120 guardie forestali e i suoi 350 operai per tenere sotto controllo un territorio sterminato?

“Nel ’91, quando è uscita la legge sulle aree protette”, conclude il dottor Frigo, “ho capito che la situazione stava degenerando. Di qui il mio grido d’allarme. In quel momento l’Unione internazionale per la conservazione della natura aveva stabilito che i parchi nazionali per essere tali dovevano essere alle dipendenze dirette delle autorità più alte dello Stato. Ma comunque stessero le cose, il Comitato di gestione ben poco avrebbe potuto contare a fronte di una situazione politico economica delle varie aree decisamente disomogenea anche in tema di protezione ambientale”.

Difficile sintetizzare oggi quei vent’anni di braccio di ferro tra Bolzano e Roma, tra Ministero per l’agricoltura e Provincia autonoma di Bolzano con Trento a ruota, quel ribollire di normative statali, leggi provinciali, sentenze della Corte costituzionale e decreti presidenziali. “Tutto questo ha fatto si che mai il parco si è potuto dire nazionale”, conclude il dottor Frigo. Ed è facile indovinare più di un briciolo di amarezza dietro il suo à plomb di funzionario dello Stato.

 

2 thoughts on “Incontro con un “padre” del Parco dello Stelvio

  • 09/10/2015 at 08:30
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    Ma perché in Italia il concetto di tutela del territorio dev’essere così poco considerato che si dà subito del piagnone a chi sostiene l’imprescindibilita del ruolo dello Stato? Perché mai un parco nazionale dovrebbe essere considerato solo come un feticcio? In effetti anche in Francia il sistema dei parchi nazionali è stato riformato qualche anno fa in favore di maggiori autonomie locali ma cercando di mantenere un pensiero organico. Qui viceversa imperversa in genere un idea di autonomia che alla fine giova più che altro al partito del cemento.

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  • 08/10/2015 at 11:09
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    Non sono un esperto ma non capisco questo piagnisteo. Proviamo a cambiare paradigma: forse smembrare il parco in tre entità amministrative più piccole, meglio gestite e con una maggiore autonomia e capacità di inclusione della popolazione locale, non è poi tutta questa tragedia. Forse il paradigma della “grande area protetta nazionale” è un paradigma vecchio e obsoleto. Meglio parchi regionali o provinciali che però funzionino. Quelli sudtirolesi a me pare che funzionino piuttosto bene (anche se sono sempre dei carrozzoni burocratici). D’altra, come diceva anche Marco Vitale sul Corriere della Sera, “prima si creano strutture che funzionano male e poi, proprio perché funzionano male, si elimina tutto”. Ma che cosa poteva fare di più Frigo con le sue 120 guardie forestali e i suoi 350 operai per tenere sotto controllo un territorio sterminato? Ecco, forse ci saranno più risorse per gestire il territorio. E del “parco nazionale” che importa, se deve essere solo un feticcio?

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