Rischio e libertà di rischiare, si riaccende il tormentone

Nutrire perplessità sul “free solo”, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà. Questo scrive (Dispute appese al chiodo) Pietro Crivellaro, accademico del Cai, l’11 ottobre 2015 nelle pagine domenicali del Sole 24 Ore. Si riferisce alle aspre critiche ricevute sul blog di Alessandro Gogna per un articolo di un anno fa su questo stesso giornale in cui, a proposito dell’americano Alex Honnold, puntava il dito contro questo tipo di arrampicata libera, solitaria e senza corda.

Si può riconoscere che è una sfida tutt’altro che insensata quella di Honnold: il ragazzo ci sa fare e sembra sicuro del fatto suo, e poi ognuno dovrebbe essere libero, secondo alcuni, di rischiare la pelle quanto, quando e dove gli pare. Ma lo spettacolo che offre il simpatico Alex in You Tube affrontando serenamente le placche di “Sendero luminoso” preventivamente trattate è davvero sconvolgente. Avrebbe osato tanto senza la presenza delle telecamere? Senza che sulle immagini si sovrapponesse il logo dello sponsor?

Ora il conflitto tra libertà e rischio (Mountain Freedom vs. Risk) è, tanto per cambiare, al centro di una tavola rotonda a Bressanone venerdì 16 ottobre al Kiku International Mountain Summit con l’intervento dello stesso Crivellaro. Su questo tormentone che comincia a venire a noia si esprimono  esperti e persone illuminate come Annibale Salsa (ITA), Francesco Cozzi (ITA), Michele Giuso (ITA), Guido Giardini (ITA), Erminio Quartiani (ITA), Roberto De Martin (ITA) presidente del Trento Film Festival, Enrico Camanni (ITA), Paolo Valoti (ITA), Enrico Visetti (ITA), Paolo Di Benedetto (ITA), Fabrizio Barazzoni (SUI), Marco Salmoiraghi (ITA), Alessandro Barca (ITA), Nenad Dikic (SER), Jürg Schweizer (SUI), Bruno Durrer (SUI), Peter Haberler (AUT), Manfred Brandstätter (ITA) e Claudio Sartori (ITA).

Emergerà da cotanti cervelli in azione un giudizio equilibrato, basato sui principi che sempre dovrebbero ispirare chi pratica un’attività complessa e rischiosa come l’alpinismo? Chiaro che la montagna affrontata in tutti i suoi aspetti è sinonimo di libertà. Ma fino a che punto può spingersi la nostra voglia di libertà senza creare danno non solo a noi stessi, ma agli altri o alla società in generale? E’ giusto andare oltre i nostri limiti, spesso nella consapevolezza di poter contare su un eventuale aiuto o soccorso?

Honnold in azione
Alex Honnold in un fermo-immagine mentre è impegnato in “Sendero Luminoso”.

E allora torniamo a chiederci con Crivellaro se questo Honnold è un fenomeno o un caso clinico. Se è un ragazzo prodigio che spinge molto avanti i limiti dell’arrampicata oppure un fenomeno da baraccone puro e semplice. Se gli importa qualcosa della sua giovane vita. Lui con la morte ci gioca. “Yosemithe Death Climb” ha battezzato una sua recente sfida mortale a Yosemithe. Si, una sfida mortale, per usare le sue parole.

Oggi non ci si stupisce, nel leggere le vibranti polemiche seguite nel 2014 all’articolo sul quotidiano della Confindustria, che la posizione di Crivellaro sia stata definita dai detrattori “bigotta” e che il suo argomentare gli abbia fruttato l’ingeneroso epiteto di “sfigato” a dispetto del suo rispettabile curriculum di scalatore. Il tutto è frutto di una contagiosa amplificazione della rozzezza e della violenza verbale tipica del web e dei tempi in cui viviamo. Anche chi si occupa di questo blog si è beccato l’epiteto di “frustrato” da un becero interlocutore, ovviamente anonimo.

Ma poi sorge un dubbio: chi siamo noi “sfigati” mortali (o “frustrati” che dir si voglia) per giudicare questi acrobati “con le ali dentro”? Per chiederci se loro provano un briciolo di paura? Philippe Petit, il più famoso funambolo del mondo, l’uomo che ha passeggiato fra le famose two towers poi rase al suolo dai terroristi di Al Quaeda, ammette che quando è a terra sì, prova un sacco di paure. “Quando sono in cielo no”, aggiunge subito. “La paura c’è quando manca il controllo, la conoscenza. Prima di salire su un filo io ho imparato tutto quello che succede da un punto di vista tecnico. Sempre meglio non guardare di sotto, però”.

Il nocciolo del problema riguarda, lo ripetiamo, l’opportunità che sfidare la morte diventi spettacolo in presenza di telecamere alimentando una cinematografia adrenalinica non priva di quell’intrinseco e compiaciuto spregio per la vita che attira le masse degli internauti. Ma forse la libertà è un concetto relativo e sono altre le motivazioni quando uno sceglie di rischiare per guadagnarsi la pagnotta. Del resto, perché negare che anche Comici, che anche Cassin, e diversi altri della loro generazione, abbiano messo a frutto tante rischiose scalate diventando per l’epoca dei fenomeni mediatici graditi al regime e, nel caso di Cassin, trasformando il proprio cognome in un brand affermato nel campo dell’articolo sportivo?

Informazioni & prenotazione www.IMS.bz

2 thoughts on “Rischio e libertà di rischiare, si riaccende il tormentone

  • Pingback: Rischio e libertà di rischiare, si riaccende il tormentone al “Mountain Summit” di Bressanone | Neve & Valanghe - Schnee & Lawinen

  • 13/10/2015 at 14:09
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    A me non interessa la “libertà” di arrampicare solo o in compagnia. L’unica cosa che in questi tanti anni di frequentazione di montagna mi è chiara è questa: hai moglie e figli (spesso piccoli) e rischi in solitaria? Non è questione di libertà, è questione di rapporti umani, di coscienza, di responsabilità verso gli altri. Basta un sassolino, una puntura dolorosa di vespa, un qualsiasi imprevisto, e la tua vita si spezza,, insieme a quella di chi la condivideva con te. Questo sì, lo trovo tremendo. Il rischio (per quanto calcolato) è sempre rischio: E nella solitaria lo “sbaglio” è morte. Io, io!, lo trovo di un egocentrismo assoluto, soprattutto con mogli/compagne e figli piccoli…

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