Il Cai ricorda Bisaccia, sperimentatore e divulgatore

FOTO mario bisaccia

A Varese, a Villa Recalcati sabato 24 ottobre 2015 si tiene, a partire dalle 8:30 del mattino la riunione annuale dei Direttori delle Scuole Lombarde di Alpinismo, Scialpinismo, Arrampicata Libera e Sciescursionismo. Ospitata dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Renzo e Remo Minazzi” e della Sezione CAI di Varese la riunione si aprirà con un sentito ricordo di Mario Bisaccia (nelle immagini qui sopra), scomparso nel 1975 mentre era impegnato in una spedizione in Caucaso. Per ricordarlo tre interventi legati ai tre aspetti peculiari della suo rapporto con la montagna: l’alpinista – relatore Gianni Mazzenga, l’istruttore – relatore Erminio Beati, lo sperimentatore e il divulgatore – relatore Adriano Castiglioni.

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In particolare Gianni Mezzenga assieme a Graziella Cesarin, sua fortissima compagna alpinista, vengono apposta da Pergine in Valsugana dove ora risiedono a raccontare quei loro ruggenti anni che iniziano nella seconda metà degli anni ’50 e vanno fino ai primi anni ’70, percorsi insieme al fior fiore degli alpinisti non solo dolomitici ma dell’intero arco alpino, con i quali hanno arrampicato o ne hanno ripercorso le vie: Armando Aste, Claudio Barbier, Marino Stenico, Toni Gianese, i giovanissimi Alessandro Gogna e Reinhold Messner, Heinz Steinkotter, fino a Mario Bisaccia di cui è intenso il ricordo di Graziella in una bella intervista di Silvana Rovis su Alpi Venete (autunno inverno 2014-2015).

Per rendere partecipi i nostri lettori del ricordo di Bisaccia che fu Direttore del Centro meccanografico nella Ditta Mazzucchelli di Castiglione Olona e che nel ‘58 fu promotore e tra i fondatori della Scuola di Alpinismo che diresse interrottamente fino al 1967 vogliamo riproporre un bello e intenso scritto di Luigi Zanzi, altro illustre varesino che nel 2000 presenziò assieme a Adriano Castiglioni, Gino Buscaini, Franco Chierego da Verona, Lella Cesarin e Gianni Mazzenga, Carlo Valentino, Teresio Valsesia, Carlo Zanantoni, e l’allora segretario generale del CAI Angelo Brambilla, alle commemorazioni organizzate dalla Sezione di Varese (l’articolo è tratto per gentile concessione dall’annuario della Sezione).

Un impareggiabile capo cordata nel ricordo di Luigi Zanzi

Il 12 ottobre 2000 il CAI di Varese ha ricordato Mario Bisaccia: quella sera si respirava in Sezione un’aria d’altri tempi; quanto meno ad alcuni, i meno giovani, è parso di ritrovarsi come quando, all’improvviso, ci si trova “in famiglia”, più per un appuntamento della memoria spontanea di ciascuno, che non per un impegno di programma. Il retaggio che talune persone lasciano, con l’esempio della loro vita, resta affidato proprio a tali corali moti di più anime, che si avvertono chiamate ad incontrarsi proprio per unirsi di nuovo a vivere insieme la presenza dell’amico comune, che suscita ancora, in maniera inarrestabile, quel richiamo. È così che la vita di chi è scomparso può talvolta continuare nel sodalizio degli amici che portano incorporata in loro l’impronta di un’esperienza, talvolta anche solo incidentale, magari anche fugacissima, di un contatto con l’amico la cui esistenza si è fermata in un altro tempo.

Ecco: quella sera ci si è trovati tutti insieme ritornati a quel tempo, al tempo in cui si poteva ancora chiamare alla voce Mario Bisaccia guardando in su, lungo le pareti, verso l’alto, dove lui si trovava quale capo-cordata, per sentirsi immediatamente rinfrancati con il suo avvertimento, con la sua lezione di come passare in quel punto più arduo, o per sentirsi semplicemente guardati negli occhi dal suo sguardo svelto, penetrante, uno sguardo scintillante nel taglio stretto delle palpebre, pungolante quasi con un tocco ridente degli occhi, ma insieme anche di confidente fraternità, propria di un autentico uomo della montagna. Anche chi, come me, non ha mai avuto la fortuna di conoscerlo di persona, può ritornare con la memoria ad un tempo in cui in città già si percepiva, anche fuori dalla stretta cerchia del CAI, la fama di Mario Bisaccia, non già una fama gonfia di ambiziose glorie, ma fatta di una rinomanza ripetuta a più voci dagli amici, di amico in amico, attraverso la tradizione delle notizie delle grandi salite di volta in volta-fatte sulle vie più difficili ed attraenti delle “nostre” Alpi. Un’idea di Bisaccia girava appunto per la città anche tra chi non lo frequentava direttamente: era un'”autorità” alpinistica che s’imponeva alla città in tutto il valore ed il significato culturale che tale sua attività poteva incorporare e testimoniare.

Tale idea della sua personalità diveniva in tal modo costitutiva di un richiamo alla vitalità stessa della sezione del CAI di Varese, che anche per il tramite di questa sua capacità di presenza “culturale”, diveniva una delle “istituzioni” più significative della città. Erano anni in cui Varese era proiettata ed impegnata in difficili traguardi di primato industriale (a cui lo stesso dava un contributo quotidiano col suo lavoro); era una città per molti versi trascinata da tale sviluppo industriale al di là delle sue proprie più intrinseche qualità naturali, spesso allora trascurate, non comprese come un valore da vivere e da conservare. In quegli anni in città l’alpinismo era ancora quasi del tutto intatto da ogni aspetto agonistico e da ogni alterazione consumistica di massa; era ancora un’attività che si faceva con uno spirito antico d’esplorazione e d’avventura, che si perpetuava quasi invariato. Rievocando taluni aspetti esteriori si potrebbe dire, a proposito di quell’alpinismo, che “si vestiva con pantaloni à la zuava”, “si calzava con calze di lana di pecora” (più pregiata quella delle “salta-sass” perché pelo di pecora di montagna, temprato dalla neve e pettinato dai cardi; poche matasse comprate da un pastore in transumanza e poi annodate a mano coi ferri da qualche donna di casa), “si arrivava all’attacco della parete (o lì vicino) per lo più in bicicletta”; “si prendevano appunti e schizzi a matita su un proprio quaderno, in bilico su una cengia o in una piazzola di sosta lungo la salita”; e così via.

Erano queste le vesti esteriori di sempre: poi, dopo quegli anni, repentinamente tutto è cambiato; quello spirito stesso forse non è del tutto svanito, ma si è distillato nelle vene di pochi, il cui cuore pulsa ancora ravvivato da tale umore sanguigno. Era importante che in quegli anni a Varese fosse presente una testimonianza di un”‘altra” attenzione spirituale, di un”‘altra” scelta di stile di vita, di un”‘altra” fedeltà alla terra, alle montagne, alle rocce, alle nevi, alle acque, ai prati fioriti, alle selve… Era importante anche che in città tale cultura fosse testimoniata di persona da protagonisti, come Mario Bisaccia, di una pratica alpinistica pienamente consapevole del proprio rigore, della propria qualità tecnica, che esige una generosa qualità intellettuale. Generosità: questo, appunto, il tratto distintivo dello stile di vita di uomini come Bisaccia; una generosità che si traduceva anche in una dedizione a fare della propria esperienza una questione di insegnamento agli altri; una generosità che si traduceva in capacità di condividere con gli amici anche i propri sogni d’avventura, forse anche per saggiarne l’autenticità, per confrontarne la singolarità con altre interpretazioni. Proprio questa generosità ha ispirato Mario Bisaccia a farsi fondatore, nel 1958, della Scuola d’Alpinismo del CAI (di cui fu direttore fino al 1967).

Ancora e sempre un’attenzione a fare dell’alpinismo una scelta d’intelligenza lo ha condotto a far sì che, con appropriati metodi sperimentali, l’alpinismo divenisse sempre più consapevole dei propri strumenti, elaborandone di nuovi, escogitando tecnologie sempre più adattate ai propri fini, sempre più feconde di nuove virtualità operative e sopratutto sempre più idonee a conferire all’alpinismo un’attrezzatura di sicurezza. Come sempre, anche a questo proposito, seppe tradurre le proprie convinzioni anche in appropriate ed efficaci cure organizzative ed istituzionali, che egli profuse anche attraverso l’assunzione del ruolo di presidenza nella Commissione Materiali e Tecniche deiI’UIAA, nonché attraverso la promozione di molteplici convegni di dibattito tra alpinisti, in cui la questione delle tecniche di sicurezza fu affrontata in chiave esplicitamente culturale, cioè con acquisizione, da un lato, di sempre nuovi e più adeguati ritrovati tecnoscientifici, e, d’altro lato, di sempre più consapevoli paradigmi ideali di stile e di scelta anche morale nell’ispirazione della propria maniera di arrampicare.

Quest’ultimo è un tratto rivelatore della complessa figura di alpinista che fu propria di Bisaccia: rivela, infatti, da un lato, il suo coraggio, il suo ardimento, che gli ha consentito di aprire nuove vie di grande impegno d’aventura (quali quelle sulla parete sud del Pizzo Bianco, sulla parete sud della Cima Jazzi e sulla parete sud del Gran Filar: una “trinità” di vie che cotituisce una mirabile insegna impresa come un sigillo proprio nella catena del Monte Rosa, la montagna più “nostra” di tutte le altre; e, d’altro canto, la sua attenzione a far sì che il rischio fosse calcolato, sapendo che l’avventura alpinistica si misura non già nell’essere avventuratamente spericolati, ma nell’essere sagacemente inventori di una sempre nuova misura d’equilibrio tra la ricerca del superamento del limite e l’attenzione a calcolarne il rischio, affinché l’avventura diventi sempre un potenziamento della vita e non un perdersi nella disgrazia. Tutti tali tratti “culturali” facevano di Bisaccia un alpinista esemplare non soltanto all’interno del CAI, ma anche per tutta la nostra città: quando mi viene spontaneo ed urgente auspicare che il governo della città venga posto nelle mani di chi sa ispirarsi anche alle virtù “altre” della montagna, penso a uomini di tal sorta.

Sono convinto che di tale sua capacità di costituire anche un paradigma esemplare, Mario Bisaccia fu esplicitamente consapevole, fino al punto di farsene cura intenzionale. Ritrovo in tale consapevolezza un monito proverbiale che era tradizionale nelle nostre famiglie d’un tempo: quando si cominciava ad essere ragazzi in età per poterei allontanare da casa per qualche “missione” in avanscoperta nel mondo, si veniva salutati con un’espressione che costituiva una sorta di investitura: “sappi essere di buon esempio!”.

Oggi, forse, tale monito non usa più; e occorre, pertanto, aggiungere, affinché non venga mal interpretato, che non si trattava di un invito a comportarsi in maniera altezzosa con gli altri, come se si dovesse impartire una lezione; ma si trattava, appunto, di un richiamo ad essere consapevoli di mettersi “in forma” tale da poter essere guardato dagli altri come un paradigma. Per completare questo schizzo, più che altro un tentativo di “ritratto culturale”, s’impone di ricordare anche l’estrema lealtà nel fare testimonianza di come anche i valori dell’alpinismo esigano che si riconquisti sempre una misura appropriata di vita di tali valori, prendendo a dando atto che intervengono anche occasioni esistenziali se non di caduta almeno di usura di tali valori, qualora essi vengano troppo insistiti con ostinate pretese agonistiche, con artificiose pulsazioni di conquista e di “eroicità”.

Ogni volta occorre reinventare un autentico stile che faccia dell’alpinismo una fonte di “vita vissuta”, sopratutto reinventando ogni volta una dimensione d'”avventura” nell’incertezza e nella selvaticità della natura. Questa mia testimonianza personale, alla luce della quale interpreto l’accorata rievocazione che i più diretti e vicini amici hanno fatto la sera del12 ottobre 2000 al CAI di Varese, porta con sé un’idea d’uomo che ho maturato del tutto indirettamente, senza esperienza diretta della persona: tuttavia ho ritrovato un riscontro concreto di quell’idea sia nella bella famiglia che Mario ha lasciato alla città (ho avuto la fortuna di poter essere lieto che i miei figli godessero l’amicizia dei di Lui figli), sia nel modo con cui gli altri suoi e miei amici lo hanno ricordato.

L’impronta dell’amicizia di Lui e finanche di taluni suoi gesti propri del “suo” modo di arrampicare, li ho ritrovati al vivo nel modo di fare di altri amici del CAI di Varese e anche di “fuori”, che erano attivi in quegli anni e che si sono trovati compagni con lui: tra questi Gianni Giacobbo, Mario Bramanti, Paolo Borghi, Teresio Valsesia, Gino Buscaini, Franco Chierego (con cui, proprio quella sera trascorsa nel nome e nel suo ricordo, ho avvertito nascere spontanea una simpatia reciproca che si è tradotta di poi in un’amicizia nuova e felice come la primavera, corroborata anche dalla rievocazione di legami profondi con un altro amico comune, Reinhold Messner, con cui si sono condivise esperienze alpinistiche pregnanti anche di ricerca “filosofica”); l’incontro con tutti tali amici, concorsi a convegno per ricordare Mario Bisaccia, è stato per me un’esperienza vivificante e confortante, perché nell’aprirsi del sorriso che accompagna la più franca stretta di mano, nell’intesa degli occhi che accompagnano vaghi il fantasticare di cime nella conversazione, nell’indugiare nell’ascolto reciproco in un silenzio fraterno venato di nostalgia, ho ritrovato l’impronta di uno “stile di vita” che sopravvive soltanto nell’accompagnarsi degli uomini l’uno all’altro, come lungo un sentiero, in diversi cammini che tuttavia si intrecciano verso una meta comune.

Così mi è parso che la sua presenza fosse fermento tra noi di un’intesa ancora più profonda: al momento di lasciarci avvertivamo tutti un po’ di melanconia, come quando si è finito di cantare assieme, tornando da una salita, o come quando, in rifugio, ci si stacca dal focolare per ritirarsi a dormire. Le ultime parole e le ultime strette di mano scambiate diventavano così implicitamente un saluto fraterno a Lui, come se gli amici cercassero tra di loro di farsene l’un l’altro testimonianza per rivederlo, ancora una volta, nella sua indimenticabile esemplarità.

Luigi Zanzi

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