Proletari dell’escursionismo unitevi!

Ape logoLa storia dell’Associazione Proletari Escursionisti (Ape) viene in questi giorni raccontata in un libro, “Sentieri proletari”, che Alberto Di Monte ha scritto per Mursia (122 pagine, formato cm. 21×14, 12 euro). “Un’occasione preziosa per far conoscere l’identità e la vita dell’associazione, il suo rapporto conflittuale con il regime politico e la sua collaborazione con la Resistenza partigiana durante gli anni del periodo fascista e dell’occupazione nazista”, spiega lo storico Renato Frigerio. Di Monte, ventinovenne milanese, ha raccolto molto materiale inedito sulla scorta di ricerche compiute con la collaborazione di una delle pochissime sedi rimaste dell’Ape, quella di Lecco in via Fritsch. Nata nel 1919 e chiusa dal fascismo nel 1926, l’Ape è ancora oggi una realtà che sta riprendendo piede (espressione quanto mai appropriata) a Lecco, Milano e Roma contando su circa 300 iscritti. La sua presenza testimonia, se mai ve ne fosse bisogno, l’importanza della montagna quale utile strumento per migliorare qualità della vita delle categorie più fragili e disagiate.

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Uno scopo, detto per inciso, che persegue in questi giorni anche il progetto pilota “Quartieri in quota” portando in montagna, sotto l’egida dell’associazione “Quartieri tranquilli” e con il contributo del Cai e delle Guide alpine, i ragazzi dei quartieri periferici. Un brevissimo excursus. Il primo congresso del partito dei lavoratori italiani ebbe luogo a Milano nel 1891: nello stesso anno si costituì la prima Camera del lavoro, sempre a Milano. Da allora, l’azione politica sviluppata dalla città assunse grande rilievo nel paese e molti fenomeni politico-sociali nazionali ebbero la loro incubazione proprio a Milano. Risalendo alle origini del fenomeno, alla fine dell’Ottocento, quando la classe operaia cominciò a organizzarsi, le condizioni di vita dei lavoratori in Lombardia, in presenza di un travolgente quanto disordinato sviluppo industriale, erano piuttosto precarie. Accanto ai sindacati e alle Camere del lavoro, quasi tutti organismi di matrice socialista, nacquero le Associazioni di mutuo soccorso, ad alcune delle quali non furono estranei i parroci locali.

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Una narcisata del Club Alpino Operaio di Como e, nell’immagine sopra il titolo, un’escursione popolare fotografata da Silvio Saglio (archivio SEM, per gentile concessione)

“Ci si rese ben presto conto”, spiega lo storico Lorenzo Revojera nel catalogo della bella mostra “La Lombardia e le Alpi” (Cai Milano, 2013), “che quei monti sullo sfondo della pianura lombarda non erano irraggiungibili, e che c’erano dei “signori” di un certo Club alpino che le conoscevano bene. Ma quegli stessi signori non erano tutti d’accordo nell’ammettere fra loro appartenenti a classi sociali meno evolute; un autorevole socio del CAI di Torino, Adolfo Hess, quando ormai la questione dilagava e inquietava i benpensanti, promosse nel 1913 sulla rivista del CAI una sua personale inchiesta, raccogliendo risposte da alpinisti italiani ed esteri a questi due quesiti: esistono le forme “aristocratica” e “democratica” dell’alpinismo? Le Società Alpine hanno esse lo scopo e l’interesse di favorire la forma “democratica” (o popolare), posto che esista? Le risposte furono numerose, di firme autorevoli, e respinsero nel loro complesso ogni apertura democratica – aggettivo che a quei tempi apparteneva all’area culturale socialista”. In tal modo i ceti popolari assunsero autonomamente l’iniziativa di frequentare le montagne. A Milano fin dal 1884 si era costituita la Società Escursionisti Milanesi detta “Gamba bona” fra artigiani, impiegati e operai appassionati di podismo e di passeggiate in montagna. La “Gamba bona” fu di poco preceduta nel tempo solo dalla “Società Alpina Operaia A. Stoppani” (SAOAS) che – come ricorda una lapide posta sul Resegone un secolo dopo – fu fondata nel 1883 “in un radioso mattino di maggio” da un gruppo di operai lecchesi.

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Alberto Di Monte, autore di “Sentieri proletari” (Mursia ed.)

A Como intanto la tradizionale industria serica alimentava molte irrequietezze nel proletariato. Fu così che da una singolare alleanza fra gli industriali più avveduti e la popolazione operaia del quartiere San Rocco nacque un’associazione dedita all’esplorazione dei monti comaschi. L’intervento, organizzativo e economico, dei notabili tendeva altresì a sottrarre la mano d’opera alle tentazioni dell’alcol, dell’ozio e anche della politica; lo stesso del resto era avvenuto per la SAOAS, col patron senatore Mario Martelli. Nacque dunque nel 1885 il “Club Alpino Operaio” (CAO) che si distinse per le “gite collettive”, con partenza al sabato sera e marcia notturna “al suono brioso della fanfara sociale … per combattere il sonno”. Nel giugno 1911, a Monza, ebbe vita l’”Unione Operaia Escursionisti Italiani” (UOEI) per iniziativa di Ettore Boschi e pochi amici, fra cui Claudio Treves, Giovanni Bertacchi e Leonida Bissolati, socialista riformista. Il motto era significativo: per il monte, contro l’alcool. Da una costola dell’UOEI nacque nel 1919 l’APE (Associazione antialcolica Proletari Escursionisti): inizialmente attiva ad Alessandria, aveva connotazione rigorosamente ideologica di stampo socialista massimalista. Ebbe sezioni attive a Como, Milano, Bergamo, Lecco e Cantù. E’ singolare che oggi questa sigla torni d’attualità in una società minacciata da nuovi malesseri.

http://www.ape-milano.it

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