In quattro nella mortale trappola di ghiaccio

In occasione della ricorrenza dei defunti, MountCity rievoca una tragedia in montagna che fece epoca e turbò le coscienze in quell’Italia che dopo la guerra sembrava davvero resuscitare, mentre sulle macerie dei bombardamenti rifioriva la vita, mentre si costruivano case e fabbriche, mentre si riaccendeva il commercio…

12 apostoli
Una cerimonia religiosa ai XII Apostoli nei cui pressi nel 1950 avvenne la sciagura.

Se ne andarono recitando l’Ave Maria. “Un grande atto di fede” viene definita dai giornali locali del Trentino l’agonia di quelle tre povere creature tradite da un lastrone di ghiaccio mentre si rifocillavano sulle morene sovrastanti il rifugio Brentei. “Sono morti cantando ‘Vogliamo vedere la mamma’ e recitando l’Ave Maria”, è il sottotitolo della storia a cui Angiolino Binelli di Pinzolo (pioniere del Soccorso alpino e fondatore della Targa d’argento della Solidarietà alpina), assegna nel suo libro di memorie un valore simbolico, come se da quel sacrificio di tre giovani vite fosse venuto l’invito a organizzare su altre basi, meno casuali e improvvisate, il soccorso alpino. Sulla copertina il dossier conservato da Binelli rivela anche un’altra e nobilissima motivazione. A riesumare un anno dopo la storia è un comitato pro cappella-monumento al rifugio XII Apostoli, dove i ragazzi erano transitati prima del fatale appuntamento. Il comitato è formato dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, da monsignor Carlo De Ferrari arcivescovo di Trento e da altre autorità tra cui il sindaco e il presidente generale del CAI Bartolomeo Figari.

C’è qualcosa che sembra trascendere il semplice andare di rifugio in rifugio nel festoso vagabondaggio dei quattro ragazzi. L’arrivo a quel cubo di pietra incastonato in una severa conca detritica è già un buon traguardo per un escursionista ma l’ansia del superamento non concede ai giovani soste prolungate. Ecco allora prospettarsi per loro in quel 27 luglio del 1950 la poco faticosa ma non proprio agevole traversata al Brentei che sorge al di là della catena d’Ambiez sulla spalla destra della Val Brenta alta. Aggirato in alto lo sperone che scende da Cima Nardis e tagliato il largo vallone calante di fronte alla Vedretta d’Agola, lo zig zag rimonta la morena di detriti seguendone il filo fino all’altezza della piana superiore del ghiacciaio. Ecco disegnarsi sulla neve l’ormai vicina spaccatura, la Bocca dei Camosci a 2784 metri. La grandiosità dell’ambiente è tale da far trattenere il respiro, il ghiaccio azzurrino della vedretta fa riscontro alle colossali pareti della Tosa, a quelle più modeste dei Fracingli di Valstretta, allo spigolo immane del Crozzon di Brenta, il tutto immerso in un silenzio assoluto, estasiante.

I ragazzi sanno che occorre prudenza nella discesa sulle nevi infide, che i crepacci ricamano con bocche pronte a inghiottire l’incauto escursionista. Laggiù in fondo ecco la Val di Brenta che schiera le punte aguzze degli Sfulmini, e più in basso il rifugio dei Brentei. Ma per loro, scrive nel dossier Quirino Bezzi, l’itinerario si tronca nelle glauche fauci del ghiacciaio. Sulla base della testimonianza dell’unica superstite e della descrizione fatta dalle guide salite a raccogliere quei corpi martoriati si apprende che il giro intrapreso dei rifugi del Brenta è l’aspirazione di Maria Rita Franceschini reduce da quattro positivi esami all’università di Firenze. Il cugino Vittorio, pratico di montagna, prepara con lei il piano della gita e l’amico Giuseppe Fiorilla appena laureato si associa con entusiasmo. Della comitiva fa parte anche Mauretta Luminio, unica superstite, compagna di università di Rita.

E’ martedì 25 luglio quando, sacco in spalla e provviste per quattro giorni, i ragazzi partono fra lieti saluti e risate. Sono visti a Malé mentre escono di chiesa verso quello che si rivelerà per tre di loro l’ultimo viaggio. Perdono la coincidenza con la corriera e, fatto usuale nel dopoguerra, raggiungono Madonna di Campiglio nel cassone di un camion. Poi s’incamminano verso la Malga d’Agola dove pernottano. E mercoledì 27 di buon mattino con un tempo magnifico raggiungono il XII Apostoli. Una sosta per il desinare e riprendono la marcia seguendo il percorso indicato dalla guida del Cai. Verso le 16 raggiungono la Vedretta dei Camosci, si legano i ramponi e si mettono in cordata, per ultimo Vittorio che è il più pratico.

Giunti all’orlo della morena in una cunetta di neve che appare sicura sostano un momento per uno spuntino. Vittorio insiste con Mauretta perché infili i calzoni lunghi, visto che il tempo si fa minaccioso. Quell’attenzione dettata da cortesia e buonsenso segna però l’inizio della loro rovina. Nell’appoggiarlo a terra, lo zaino sfugge di mano a Vittorio e scivola giù per il pendio ghiacciato. L’altro ragazzo si lancia d’istinto per afferrarlo ma cade e scivola sul sottostante lastrone di ghiaccio trascinando con se i compagni.

Detassis
Bruno Detassis, il re del Brenta, ritratto da Guido Daniele. Si prodigò nel tentativo di salvare i “martiri del Brenta”. In apertura la pittoresca (fin troppo!) ricostruzione di De Gasperi sulla copertina della Domenica del Corriere del 13 agosto 1950.

Alla bocca del crepaccio Vittorio s’impunta con i ramponi per fermare la caduta. E per un attimo sembra che ci riesca. Ma poi Mauretta aggrappata all’orlo del baratro perde la presa e vi scivola dentro. Anche Rita viene strappata dal suo precario appiglio a cui si regge con la forza della disperazione. Tutti precipitano. Ma la tragedia è ancora lontana dall’epilogo. Rita ha una ferita alla testa e una lesione alla spina dorsale, non riesce più a muoversi; Giuseppe soffre di lesioni interne; Claudio ha una ferita in fronte; Mauretta è l’unica illesa. Passato il primo stordimento i poveri ragazzi cercano una via di uscita dalla prigione di ghiaccio che presto diventerà la loro bara, il cui fondo per colmo di sventura misura due metri appena, lo stretto necessario per distendersi a turno. C’è un’ultima speranza, una stretta fessura dove Mauretta, la più piccola e magra, potrebbe passare. La sospingono e quasi ce la fanno. Ma tastando lei si accorge che sotto una leggerissima crosta di ghiaccio si apre un’altra voragine. Allora tentano con i ramponi di scavare dei gradini nel giaccio ma l’acqua li scioglie subito. E’ la fine? Nel cuore dei giovani rimane ancora viva la speranza. Sanno che ogni giorno passa di lì qualche cordata e aspettano fiduciosi. Ma intanto il cielo si oscura e si scatena un temporale. E’ notte quando si rasserena.

Sono bagnati, stanchi e fa freddo. Ma sanno che devono tenersi svegli e intonano canti di montagna, in particolare quello sulla Valsugana dove vengono presi dalla commozione nell’intonare ‘Andrò a veder la mamma’. Appena si fa giorno Mauretta è in preda al panico ma Vittorio la rassicura: tu non morirari Mauretta, noi andremo in paradiso e pregheremo per te. E’ una forza che sembra avere del sovrannaturale quella che li tiene in vita. Vittorio prende il messalino e legge qualche preghiera. Parla ancora del papà, della fidanzata. Poi entra in stato di incoscienza, divorato dalla febbre, “e si addormenta sereno nel Signore”.

Si avvicina così la seconda notte. Stando al resoconto di Binelli, nessun tormento viene risparmiato ai poveri ragazzi, compreso un tratto di morena che frana rovinosamente sfiorando la terrorizzata Mauretta. E’ Rita ormai alle soglie della vita che le fa coraggio: non avere paura, tu tornerai a casa. Poi si assopisce. Per sempre. Sono tre ora i ragazzi che dormono sereni nel Signore. E finalmente due alpinisti odono i richiami sempre più flebili di Mauretta. Salva! Le salme dei tre compagni verranno recuperate domenica mattina 30 luglio. “Ho raccolto un sacco di morti in montagna, tutti con il segno dell’angoscia”, dice Bruno Detassis, l’imperatore del Brenta. “Mai ho visto tanta serenità come sui volti di quei tre ragazzi. Ne sono certo: in quel crepaccio mentre i ragazzi morivano c’era con loro il Signore”.

L’allarme viene dunque dato alle 13.30 di sabato 29 luglio, tre giorni dopo l’incidente, da un ragazzo di Brescia che irrompe trafelato al Brentei. Istantaneamente Bruno e Catullo Detassis si mobilitano senza dire una parola. Gli ospiti si affollano muti al belvedere del rifugio accanto e seguono in silenzio la marcia, anzi la corsa dei Detassis che ben presto diventano piccoli punti neri su per i dirupi del versante sinistro della valle di Brenta, ormai in vista dei cengioni aerei del Crozzon.

Dapprima traditi da un effetto di eco che li ha indirizzati nella direzione sbagliata, finalmente dall’alto Bruno e Catullo odono i richiami di Mauretta. A loro si uniscono gli accademici Benedetti e Vallà di Trieste e altri alpinisti. E in mezzo a un nuovo fortunale Mauretta Lumini, semiassiderata e in preda a choc, viene strappata alla bara di ghiaccio. L’indomani guide e portatori di Madonna di Campiglio e di Pinzolo provvedono al pietoso recupero delle tre salme. Ci sono gli Alimonta, i Dallagiacoma, i Vidi, i Serafini, rappresentanti di illustri dinastie montanare. E c’è Angiolino Binelli, onnipresente quando si tratta d’ingaggiare una corsa con la vita o con la morte.

Con quella sua voglia di fare a volte perfino smodata, secondo alcuni compaesani, Binelli ha anche riempito il Brenta e l’Adamello di minuscoli apparecchi radiotrasmittenti di varia potenza che poi teneva sotto controllo dal suo negozio di calzature. Una ricetrasmittente l’installò anche nella caserma dei carabinieri. Tutto a sue spese, che diamine, e tutto che funzionava a meraviglia in quel 1972. Solo con le Lobbie non si riusciva ottenere un collegamento soddisfacente. “E allora abbiamo portato su con l’elicottero della Provincia la rete di un letto e l’abbiamo inchiodata su un costone della cresta Croce a fare da specchio. Così le Lobbie sono state strappate all’isolamento e i tempi per i soccorsi sono passati da una ventina di ore a una manciata di minuti”.

da “Soccorsi in montagna” di Roberto e Matteo Serafin (Ferrari editore, 2004)

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