In capo al mondo con Bonatti

E’ arcinoto che nella “sua” Milano Walter Bonatti è sempre stato accolto con tutti gli onori che si merita. La scorsa primavera fiumi di appassionati visitarono la mostra delle sue fotografie aperta al Palazzo della Ragione di Milano, in piazza Mercanti e intitolata “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi”. E molti ancora ricordano quando all’inizio del terzo millennio Walter, da vivo, riempì all’inverosimile il Centro Asteria e si dovettero bloccare le porte, per ragioni di sicurezza, per dissuadere il pubblico che, rimasto fuori, premeva per entrare.

Redaelli Bonatti
Luca Radaelli interpreta Walter Bonatti (1930-2011) nello spettacolo “In capo al mondo”. Nella foto sopra il titolo il grande alpinista come apparve su una copertina di “Epoca”.

L’augurio è dunque che anche il Teatro Libero di Milano (via Savona 10), dove mercoledì 10 novembre 2015 ha debuttato “In capo al mondo – In viaggio con Walter Bonatti” di Luca Radaelli e Federico Bario, richiami folle di appassionati compatibilmente con le dimensioni della platea. Alla première c’era il tutto esaurito, atmosfera da grandi occasioni, applausi anche a scena aperta. Sulla scena, fra tanti scatoloni che di volta in volta diventano montagne da ricostruire, si dipana il filo multicolore della sua vita. Con una particolare e insistita accentuazione per i suoi drammi, per quel suo modo ostentato di sentirsi vittima di forze ostili. Mentre invece, nella vita e nel rapporto con chi aveva il privilegio di essergli amico, Walter era una persona appagata e serena, che di continuo riceveva attestati di stima e di affetto. E poi bisognerebbe calibrare in modo più responsabile lo scherno per il “ducetto” Ardito Desio: senza lo scienziato non ci sarebbe probabilmente stato il K2, né la gloria per la rinascente Italia, né la Seicento Fiat in regalo a tutti i fortunati alpinisti che si sono coperti di gloria nella tormentata ascensione. La narrazione di Radaelli, sempre lucida e misurata,  si accompagna sulla scena alla chitarra suonata dal vivo da Maurizio Aliffi e alle immagini delle imprese dell’alpinista. Comunque uno spettacolo da non perdere per bonattiani e non.

Qualche perplessità suscita invece, ma è un’opinione del tutto personale, il tema dell’incontro organizzato prima che iniziasse lo spettacolo. Il titolo era infatti “Walter Bonatti. L’ultimo esploratore”, argomento su cui io stesso mi onoro di essere stato chiamato a esprimermi insieme con il valoroso biografo bonattiano Sandro Filippini e con Roberto Rizzente, garbato conduttore. Il titolo dell’incontro risente a mio avviso di una certa enfasi anche se l’intento era di rendere un surplus di omaggio al grande Walter. Come se non bastassero le tante iperboli spese per celebrarlo e beatificarlo: unico, moralmente integro, lontano dalle ipocrisie, un uomo libero, il fratello che non sapevo di avere… Tutto vero, tutto ineccepibile, nessuno sconto. Ma poi nel raccontare Bonatti in termini giornalistici si è costretti a prendergli le misure anche come uomo con le sue debolezze e la sua fragilità e a rinunciare agli stereotipi. Come ho cercato di fare, attirandomi qualche persistente antipatia e non poche censure, nel libro “Walter Bonatti. L’uomo, il mito” uscito per i tipi di Priuli&Verlucca in una collana diretta da Alessandro Gogna e Alessandra Raggio.

In realtà quando Bonatti decise nel 1975 di buttarsi a capofitto nella nuova avventura di viaggiatore “estremo” per il settimanale Epoca lo fece non solo per ragioni contrattuali ma perché l’avventura era già parte di lui e il viaggiare nei luoghi più selvaggi della terra gli serviva per realizzare i suoi sogni da bambino, per soddisfare la sua curiosità. Ebbe tutto il tempo e i mezzi per svolgere a lungo il suo lavoro in capo al mondo. Fu bravissimo, da autodidatta come lo era stato Ernest Hemingway, a entrare nel ruolo d’inviato speciale con la sua efficace scrittura, manovrando in modo magistrale l’apparecchio fotografico anche con l’impiego di ingegnosi marchingegni per autofotografarsi in un’epoca in cui non esisteva il selfie. Era un uomo “naturaliter” avido di sapere, pieno di energia creativa, tenace nei suoi amori ma anche nelle sue avversioni. Nel mio piccolo, lo ricordo come un piacevolissimo compagno di escursioni e di scalate che non faceva certo pesare il suo carisma. E che di tutto e di tutti s’interessava con genuino trasporto.

AlfonsoVinci_ritratto
Alfonso Vinci (1915-1992)

Ciò che mi sembra giusto segnalare, e sono certo che Walter se ci fosse non potrebbe che essere d’accordo, è che nessuno con maggior merito di Alfonso Vinci (1915-1992), accademico del Cai, partigiano, avrebbe potuto rappresentare negli anni di Bonatti e anche un po’ prima il vero “ultimo esploratore”. Fu un’avventura umana e culturale, quella di Vinci, che trovò il suo centro nell’alpinismo esattamente come avvenne per Bonatti. Ecco perché mi sembra legittimo accostare questi due grandi così come nella letteratura americana si accostano Ernest Hemingway e William Faulkner senza che nessuno dei due debba rigirarsi nel sepolcro. E un’esperienza quella di Vinci che lo accomunò ad alpinisti e viaggiatori come Fosco Maraini e Carlo Mauri. E lo accomunò a Walter, appunto, che ebbe un concetto altissimo, rigoroso, del proprio mestiere di inviato speciale e soffrì molto quando i tempi cambiarono e la direzione decise che il suo tempo era scaduto.

A differenza di Bonatti, Vinci non era però tenuto a esprimere per ragioni contrattuali sensazionalismi da rotocalco. Nelle pagine scritte come nei filmati realizzati nel 1950 da Vinci tra gli indios del Sudamerica, si ritrovano gli stessi elementi che illuminano i reportage di Bonatti. Eppure c’è un vissuto in Vinci che a me sembra più genuino, per niente alla ricerca di effetti. E so che, dicendo questo, rischio di sollevare un vespaio. Perché mi rendo conto che Bonatti regna come un dio di bronzo sulla produzione alpinistico-esplorativa del secolo scorso e che ciò lo rende intoccabile.

L’ultima spedizione di Vinci fu la traversata del Borneo nel 1978 da occidente a oriente, proprio mentre Bonatti viaggiava alla grande per Epoca, sospinto dalla sua immagine di eroe dell’avventura contrapposta a quella di noi comuni e pavidi mortali. Era un geologo, Vinci, ma si rivelò scrittore di razza e di profonda cultura (“Samatari” è il più famoso dei suoi libri, pubblicato nei Licheni di Vivalda). Certamente non aveva il phisique du role di Bonatti e venne presto dimenticato. La stampa a rotocalco nemmeno si accorse di lui. Oggi la sua immagine è purtroppo sbiadita.

Costruiti con grande abilità, i viaggi-avventura di Bonatti per il settimanale “Epoca” si facevano invece leggere per le appassionanti sfide al limite della sopravvivenza e, talvolta, per le foto impressionanti: come il poco edificante massacro dei leoni marini alle isole Pribilof nel Mare di Bering. “L’ultima immagine del mio viaggio nel Grande Nord”, si limitò a commentare Bonatti, “è questa distesa di grossi animali immoti, abbattuti con un solo colpo di mazza al capo”. Ma il suo stile di scrittura era proprio questo e il pubblico era avido di emozioni forti come dimostrò il successo di documentari esotici quale l’esecrato “Mondo cane” di Gualtiero Jacopetti.

Vinci aveva in tasca due lauree conseguite all’università di Milano: una in Lettere e Filosofia, l’altra in Geologia. Quando negli anni Cinquanta corse la voce che negli affluenti dell’Orinoco era cominciata una grande corsa all’oro e che qualcuno aveva addirittura trovato diamanti, non ebbe più pace e si unì alla folla di sbandati, disperati, avventurieri che s’inoltravano nella foresta e setacciavano le preziose sabbie, lottando con serpenti, insetti velenosi, malattie, fame. Il suo occhio da geologo gli assicurò in breve una piccola fortuna che, tornato in Italia, dilapidò in poco tempo. Ripartì allora per il Venezuela, dove fece il docente universitario e il consulente per le imprese minerarie, ma trovò anche il tempo di immergersi nella foresta amazzonica studiando i costumi degli Indios yanoama e scirisciana e di scalare le grandi montagne di oltre seimila metri di Venezuela, Perù, Colombia ed Ecuador.

Morì purtroppo dimenticato il grande Vinci (era il 1992), emblema di quell’Italia colta e avventurosa che ha scritto un capitolo importante nella storia novecentesca dell’esplorazione. E’ un bene che il nuovo spettacolo su Bonatti possa offrire a qualcuno l’occasione per rendere implicitamente omaggio anche a quest’ultimo grande esploratore. O almeno lo spero. (Ser)

Il Teatro Libero si trova in Via Savona, 10 a Milano. Orari dello spettacolo “In capo al mondo. In viaggio con Walter Bonatti”:  ore 21, domenica ore 16. Costo dei biglietti: intero € 21 – Ridotto under26 e over60 € 15, prevendita € 1,50. Sconti per allievi Teatri Possibili con TPCard € 10 (prime rappresentazioni € 3) e studenti universitari € 10. Prenotazioni tel. 02 8323126 – prenotazioni@teatrolibero.it

http://www.teatrolibero.it/events/2015-2016/in-capo-al-mondo-in-viaggio-con-walter-bonatti

http://www.teatroinvito.it/produzioni/in-capo-al-mondo/

Commenta la notizia.