“Monte Bianco”, il reality che umilia la montagna

Montebianco copiaPenoso “Monte Bianco”, il reality di Raidue? Va precisato che il termine “penoso” viene impiegato secondo il Dizionario della lingua italiana del Battaglia, quando l’esito dello spettacolo “comporta disagio più o meno intenso. Quando diventa strumento di tortura o supplizio. Quando è umiliante, avvilente, imbarazzante, spiacevole da trattare. Quando determina un senso di desolazione in quanto squallido”. Qualche flebile voce si leva quaellà in difesa dello show. Non prova avvilimento né imbarazzo Agostino Da Polenza nel suo sito Montagna Tv dove spiega che “finalmente gli italiani sanno che cosa è questa montagna, come si sale e cosa comporta provare ad arrivare sulla sua cima, quali rischi e se ce ne sono e a quali entusiasmi ed esaltazioni si va incontro”, e invita a guardare “Montebianco” senza pregiudizi.

Condiscendenza si nota anche nelle pagine del Corriere della Sera. Montaggio e narrazione sono i punti forti di “Monte Bianco” secondo Aldo Grasso, inflessibile critico televisivo, che invita a lasciar perdere (perché mai?) le polemiche e si azzarda a dire che “per chi non ama la montagna le prove risultano noiosette”. Altro che “noiosette”, sono insopportabili soprattutto per chi ama la montagna e sa qualcosa di alpinismo.

“In fin dei conti è solo un reality”, decreta salomonicamente Vincio Stefanello nel sito tanto caro agli scalatori PlanetMountain esibendo i dati auditel della prima puntata: 1.568.000 spettatori. Come se ogni giudizio, poveri noi, dovesse essere sottomesso all’Auditel.

Senza considerare che non è con i reality che si consolida l’eletta schiera degli alpinisti. L’alpinismo è e rimane un’attività (rischiosa) per pochi, è ricerca di emozioni personali, e si differenzia dallo sport quando il terreno richiede risorse, forza morale e quelle virtù superiori che i concorrenti non dimostrano di possedere, animati solo dalla smania di mettersi in luce. Senza contare che alpinisti sono meno del due per mille dei soci del Cai e non sarà certo “Monte Bianco” a modificare questo quadro da tempo consolidato.

Ma è sbagliato, sostiene qualcuno, guardare questo show con l’occhio dell’alpinista. E perché mai? Giulia Mondello sa di che cosa parla, vantando una discreta esperienza di scalatrice, e sul “Fatto Quotidiano” ci offre una considerazione piena di buon senso: in fondo Mamma Rai avrebbe potuto preoccuparsi di insegnare preventivamente ai concorrenti almeno le regole tecniche di base di quella cultura che l’alpinismo risulta essere.

Moro
Il conduttore Simone Moro in un fermo- immagine. Nella foto sopra il titolo, la cantante Arisa.

La Mondello nota poi sul “Fatto Quotidiano” che la goffaggine dei concorrenti si trasforma in rischio quando Arisa, dopo esser finalmente riuscita a tirar fuori il rinvio dalla protezione, infila tranquilla e ignara un indice nello spit per continuare a salire. Un indice nello spit significa che nessuno le ha detto cosa siano quegli anellini che riflettono il sole sulla parete, che nessuno le ha detto a cosa servano, che nessuno le ha detto: “Mai e poi mai infilarci un dito perché – cara mia – se vieni giù il tuo dito resta incastrato nella migliore delle ipotesi, tranciato nella più realistica delle variabili”.

Colpevolmente, le guide alpine nel prestarsi a condurre in mezzo a palesi difficoltà gente tanto sprovveduta, non hanno tenuto conto di una sentenza della Corte di Cassazione Civile di Milano che nel 2012, come è stato recentemente riferito in MountCity, ha condannato una scuola di alpinismo del Cai a risarcire un allievo infortunato facendo carico ai responsabili dell’incidente dell’aver condotto gli allievi in parete – sia pure su terreno facile – dopo una sola lezione teorica, ritenuta quindi assolutamente insufficiente. Ai sensi dell’articolo 2050 del Codice civile, è spiegato nella sentenza, chi causa un danno nell’esercizio di un’attività pericolosa è tenuto al risarcimento “se non prova di avere adottato tutte le misure idonee per evitare un danno”.

Si sa del resto, lo ha detto anche Edward Wymper conquistatore del Cervino, che in montagna la negligenza di un solo istante può distruggere la felicità di una vita. Il Monte Bianco è anche un terreno di gioco, tutte le montagne possono esserlo. “Ma in montagna”, spiega ancora Giulia Mondello, “non ci sono cose che se fai o non fai non cambia nulla: l’alpinismo, come l’arrampicata, è uno sport estremo, ma nel reality qualsiasi denotazione del rischio viene meno, esattamente come quella di limite – ché mal si sposano all’idea di gioco”.

“Monte Bianco” aveva forse le carte in regola per poter rappresentare una svolta nella produzione della Rai. La montagna, invece, non è stata adeguatamente raccontata. La prima puntata checché ne scriva il critico del Corriere, non aveva ritmo (e c’è da dubitare che le successive ne abbiano) e le tante prove che dovevano superare i concorrenti davano l’idea di essere quasi un modo per colmare le due ore di trasmissione.

“E’ proprio la rinuncia in generale della televisione (soprattutto quella pubblica) a dare un prodotto più culturale e vero che irrita di più”, osserva saggiamente Manuel Lugli in Planet Mountain, “non la guida che si presta al gioco o la celebrity che sbrocca, connaturati al format. Eppure negli anni passati ci sono state trasmissioni atipiche che si sono guadagnate grande seguito in televisione, come ‘Jonathan Dimensione Avventura’ di Ambrogio Fogar che pure con qualche eccesso del conduttore riusciva a trasmettere il senso dell’avventura. O come ‘Le Alpi di Messner’, con le sue monografie sulle grandi montagne alpine”.

E’ forse un pregiudizio considerare questo reality lo specchio di quel livellamento verso il basso della cultura a cui ci ha abituato la televisione di stato? C’è qualcosa di male a giudicare inadeguate le strategie comunicative della Valle d’Aosta – che però è ricca perché è a statuto speciale, come ci rammenta Grasso sul Corriere quasi per giustificarne l’operato – e può cofinanziare queste boiate?

Non si può che tenere conto, per concludere, del giudizio di Piero Carlesi, firma prestigiosa del Touring Club Italiano e attivo animatore della vita culturale del Cai. “Questo reality”, scrive Carlesi nel sito del Touring, “è un circo, uno spettacolo a tutti i costi. E per di più brutto, costruito male, senza quegli accorgimenti tecnologici che avrebbero consentito agli spettatori di seguire con più partecipazione le imprese dei concorrenti”.

Touring Club Italiano, Club Alpino Italiano, grandi scalatori, semplici appassionati, blogger da tempo impegnati sul fronte della montagna si sono schierati contro il programma di Raidue che dipinge l’alpinismo come una goliardata senza motivazioni. In definitiva, un reality che umilia la montagna. (R.S.)

3 thoughts on ““Monte Bianco”, il reality che umilia la montagna

  • 18/11/2015 at 15:51
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    Ben prima che apparisse questo reality, mouncity pubblicava questo:

    “Si scopre così che, analogamente all’errata fiducia nella correttezza dei propri giudizi (overconfidence), anche un altro tratto individuale influisce in modo positivo sulle decisioni degli scialpinisti e ciaspolatori di intraprendere la gita benché le circostanze e i bollettini siano avversi: la loro propensione a compiere sport o attività ricreative rischiose. E’ inoltre interessante notare – si legge nelle conclusioni del documento che MountCity consente qui di scaricare integralmente per gentile concessione dell’Accademia – che due tratti potenzialmente rilevanti per la decisione di intraprendere o meno un’escursione, l’illusione di controllo e l’ottimismo non realistico, “non si sono rivelati fattori predittivi statisticamente significativi…In altre parole, i partecipanti con maggiore illusione di controllo e con maggiore ottimismo non realistico (a parità di altri caratteristiche) non hanno mostrato comportamenti decisionali differenti rispetto a coloro con minore illusione di controllo o con minore ottimismo non realistico”.

    Allora, è “colpa” di qualcosa che neppure c’era se questi messaggi ben più dannosi erano passati tra gli scialpinisti?
    State usando un reality come parafulmine di tutte le castronerie e i silenzi di decenni, da parte di coloro che oggi si ergono a crociati della purezza per un reality…
    Guardare la trave nei propri occhi prima della pagliuzza in quelli di colui che vi sta di fronte…

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  • 15/11/2015 at 17:13
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    Dice bene la gentile Laura Aliprandi. Il messaggio di questo reality show o adventure show che dir si voglia è bene che non passi e non passerà. E non perché siamo i soliti cinici che non capiscono la poetica di un programma innovativo e di sicuro successo, ma perché lo show affoga l’immenso fascino della montagna nella noia e nella banalità. Siamo confortati da fonti autorevoli. Anche il prestigioso inserto culturale del Sole 24 Ore ha preso posizione domenica 16 novembre. “Esiste ancora una differenza”, è specificato nella rubrica televisiva sotto il titolo “A bassa quota sulle vette”, “tra le tematiche potenzialmente idonee a diventare trippa per reality e quelle che proprio non ci stanno: tra queste abbiamo il dubbio che l’alpinismo stia in cima alla lista”. Peccato che alcuni amici della montagna non lo abbiano capito e si siano lasciati coinvolgere (business is business). E che alcuni, non tutti, facciano quadrato insolentendo chi non la pensa come loro.

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  • 14/11/2015 at 18:21
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    Mentre guardavo il reality Monte Bianco ero allibita: hanno trattato e strapazzato quel povero Monte Bianco (montagna) come se fosse una spiaggia su cui esibire corpi scolpiti in palestra. Ma dove è andata l’atmosfera dell’ascensione o anche della semplice escursione? E poi sempre quella malefica idea di legare l’ascensione al cronometro snaturando il fascino del “guardarsi attorno” magari contemplando anche un bel panorama. No, la montagna non è quella del reality e si deve fare qualcosa perché non passi questo messaggio. Aspetto la seconda puntata, a differenza di Alessandro Gogna grande alpinista che ammiro, per dare un giudizio definitivo ma credo di avere poche possibilità di ricredermi, visto l’approccio della troupe all’argomento. Laura Aliprandi

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