“Passaggio Chiave” rilancia la montagnaterapia

DSCN5202Il 13 novembre si è svolto, con molto successo, a Monza presso il Collegio della Guastalla un convegno sulla montagna-terapia promosso e organizzato da “Passaggio Chiave” una realtà di Servizi terapeutici che operano nel campo delle tossicodipendenze (Comunità e Ser.T). Vi hanno partecipato circa 150 persone, in gran parte operatori del settore; e il convegno è stato aperto dalle autorità locali, dal presidente CAI Regionale Lombardo Renato Aggio e da Antonio Radice presidente della Cnsasa. Tra i relatori molti professionisti del settore, docenti di pedagogia e filosofia dell’educazione (Prof. Mottana e Salomone) e personalità alpinistiche come Luca Schiera dei Ragni di Lecco. Documentate le esperienze di tutte le realtà che fanno parte di “Passaggio Chiave” e tra queste la pluridecennale storia di Alpiteam (Scuola di Alpinismo Lombarda del CAI nata nel 1986) che circa tre anni fa ha dato vita al progetto. Al direttore del corso annuale di Alpiteam Beppe Guzzeloni (nella foto accanto) Mountcity ha rivolto alcune domande.

Quali servizi di montagna-terapia sono presenti sul territorio lombardo, come interagiscono con le comunità di recupero e a quale utenza si rivolgono?

L'intervento di Renato Aggio, presidente del raggruppamento lombardo del CAI al convegno di Monza
L’intervento di Renato Aggio, presidente del raggruppamento lombardo del CAI al convegno di Monza (ph. A. Mariani)

I Servizi sono presenti soprattutto nelle provincie di Como, Milano, Varese e Monza-Brianza. Parliamo del Sert di Monza, delle CT Il Molino della Segrona, Dianova di Garbagnate Milanese, Il Progetto di Castellanza, Arca di Como, il Ceas di Milano, Villa Gorizia di Sirtori. Il convegno ha affrontato, per la prima volta, la tematica delle dipendenze patologiche e la montagna; e cioè se l’andare in montagna può essere uno strumento educativo e di cura per coloro che abusano di droghe o hanno comportamenti compulsivi (come il gioco d’azzardo ad esempio).

Come si inserisce Alpiteam in questa realtà?

Alpiteam ha rappresentato e tuttora rappresenta un’innovazione e una anomalia nel campo delle scuole di alpinismo del CAI. Nasce spontaneamente ad opera di istruttori nel pieno rispetto dei regolamenti della CNSASA, e fa della “territorialità” la sua caratteristica principale. Non appartiene ad una particolare sezione, ma opera in ambito territoriale lombardo, ponendo le proprie risorse tecniche e didattiche a disposizione di sezioni, gruppi e associazioni che ne richiedono l’intervento. Nel 1987 Alpiteam organizzò in via sperimentale un corso di alpinismo per la Comunità Terapeutica ”Arca” di Como che opera nel campo delle tossicodipendenze. Un’ esperienza nata quasi per caso, un’esperienza sbocciata da alcune domande di senso che gli istruttori fondatori del gruppo si erano poste e oggi ancora valide e attuali. E cioè: come dare spessore ai valori fondanti e irrinunciabili del Club Alpino Italiano come il volontariato e la gratuità? Qual è la funzione sociale di una scuola di alpinismo del CAI nei confronti dei soggetti più deboli? L’alpinismo può offrire loro un’opportunità di crescita e di sperimentazione di sé in un modo diverso? Tentare una risposta a queste domande è il frutto di un processo ancora in atto e ogni anno i ragazzi che partecipano al corso ci forniscono spunti e stimoli per costruirla.

 L’andare in montagna e la frequentazione di ambienti naturali di particolare bellezza può occupare un posto di rilievo nel programma riabilitativo delle comunità terapeutiche?

Sapersi porre una meta impegnativa, allenarsi per affrontarla, reggere la fatica, misurare le proprie forze, scoprire i propri limiti, dare continuità alla propria motivazione arricchendola nella relazione con gli altri, sono questi elementi che si acquisiscono durante l’esperienza in montagna e che restano come alcuni fattori strutturanti il programma residenziale.

Come si programma un corso di alpinismo che ospiti persone con problematiche di dipendenza patologica? Gli istruttori devono essere anche educatori? Che funzione deve svolgere la comunità terapeutica?

Alpiteam
Un gruppo d’istruttori di Alpiteam nel 2013. Nella foto sopra il titolo, pazienti di una comunità durante un’escursione in Valtournenche (ph. Serafin/MountCity).

L’alpinismo e la passione per la montagna possono essere un alternativa alla dipendenza dalle sostanze purché non siano intesi come una relazione esclusiva, assoluta tra il soggetto e l’oggetto – tra me e la montagna, tra me e la sostanza – dove l’Altro sociale è escluso. Una relazione, per intenderci, in cui l’oggetto diventa indispensabile, esigenza indifferibile, un qualcosa che non può venir meno, un qualcosa che non può mancare, dove il rischio potrebbe diventare condotta ordalica che si spinge fino alla sfida con la morte.

Se così fosse, l’alpinismo colliderebbe con certe forme tossicomaniche e un corso di alpinismo non sembrerebbe avere un significato pedagogico positivo…

Infatti: la nostra esperienza parla piuttosto dell’alpinismo come opportunità di recupero di potenzialità, quelle risorse e qualità proprie dell’individuo che da lui non sono più riconoscibili e utilizzabili prontamente a causa delle limitazioni esistenziali derivate dall’abuso di sostanze. La montagna in quanto spazio naturale ricco di suggestioni metaforiche e simboliche, può diventare allora uno strumento di cura; e l’alpinismo, in quanto attività umana, diventa linguaggio, assume su di sé un discorso. In definitiva ciò che proponiamo nei nostri corsi è l’esperienza di un alpinismo di scoperta dentro di sé, una sorta di esplorazione verticale. Il passaggio dal fare al pensare è fondamentale e si intreccia con il fare con e il pensare con il contesto relazionale (istruttori ed educatori) attraverso le funzioni di accompagnamento, con i processi di ricostruzione e di ri-apprendimento, di riconoscimento e di confronto tra Sé e la realtà esterna.

Come si costruisce la collaborazione con la comunità terapeutica?

La Comunità fonda le proprie radici sull’esperienza della residenzialità, sul vivere insieme. Funge da contenitore, aiuta a “stare senza sostanze” e consente una presa di distanza da una realtà non più gestibile né vivibile. Consente una costruzione o ri-costruzione di una rete di rapporti sociali che possa essere progressivamente interiorizzata, fatta propria. La Comunità è uno spazio, un luogo di produzione di nuovi significati vitali.

Anche l’andare in montagna, attraverso un corso di alpinismo, è uno spazio vitale che fornisce un senso al vivere!

Certamente, e non solo: l’andare in montagna in sé produce senso al vivere, ma è ciò che ci insegna la montagna in tutti i sui aspetti. La Comunità e il corso di alpinismo sono un tentativo di alleanza per aiutare i ragazzi a scoprire orizzonti di senso, obiettivi personali, progetti di vita. Il corso ha soprattutto una finalità tecnico-didattica e culturale; non ci poniamo obiettivi educativi, ma siamo consapevoli che vi è un intreccio tra un’intenzione formativa e quella educativa poiché si affianca e incrocia quella fondamentale del programma riabilitativo. Il corso è una proposta, non un obbligo e non sostituisce il cammino residenziale. E’ un’esperienza integrante che non vuole classificare, escludere né fare differenze o esclusioni tra chi partecipa o no al corso.

Il corso di alpinismo può aiutare i ragazzi a operare sui loro comportamenti “mancanti” come la memoria, la concentrazione, il controllo dell’impulsività e dell’ansia?

Il "ragno" Luca Schiera racconta la sua esperienza al pubblico di Passaggio Chiave
Il “ragno” Luca Schiera racconta la sua esperienza durante la giornata di studio organizzata da Passaggio Chiave (ph. A. Mariani)

Questo è esattamente il nostro scopo e crediamo che così com’è strutturato, con uscite pratiche che, in modo graduale, percorrano l’arco alpino e lezioni teorico-culturali riguardanti, tra le altre, la meteorologia, la flora e fauna alpina, l’orientamento e la topografia, la tutela dell’ambiente montano, con filmati e incontri con personaggi che hanno ”fatto” la storia dell’alpinismo, si configuri un orizzonte di apprendimento in grado di colmare gradualmente alcune mancanze che le dipendenze hanno accentuato a volte fino a conseguenze estreme. E poi l’incontro con alcuni personaggi chiave dell’alpinismo porta sempre una luce particolare all’interno del corso: in questi anni abbiamo invitato personalità come Walter Bonatti, Armando Aste, Alessandro Gogna, Simone Pedeferri, Luigino Airoldi, Bruno de Donà, Dante Colli, Antonio Rusconi, Marco Anghileri, Floriano Castelnuovo… e tanti altri.

Esiste una rete di appoggio e dei finanziamenti specifici? Come si svolge il corso?

Il corso che ogni anno organizziamo lo possiamo realizzare grazie al sostegno economico del CAI Centrale e Regionale il cui importo ci permette di acquistare materiali e abbigliamento, di effettuare trasferimenti in zone alpine e pernottare in rifugi. Comincia in marzo e si conclude a fine luglio con una salita a un 4000. A ottobre i ragazzi organizzano la festa di fine corso dove vengono consegnati gli attestati. Tendenzialmente si iscrivono circa 25 persone e la metà lo porta a termine.

Quale futuro per il progetto Passaggio Chiave?

“Passaggio Chiave” vuole essere il racconto di una storia, la narrazione di un’esperienza, ma soprattutto un invito al CAI perché sostenga quei soci del sodalizio, quelle sezioni e quelle Scuole di Apinismo che sono attivi nel campo della vulnerabilità e fragilità o che intendono farlo.

 

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Alcune immagini in ambiente durante i corsi annuali di Alpiteam

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