L’Indiana Jones della Valtellina che trovava tesori e li dilapidava

CordiglieraMolti se ne sono colpevolmente dimenticati, ma Alfonso Vinci (1915-1992) è stato il più grande esploratore italiano del Novecento. A ricordarsi dell’Indiana Jones della Valtellina nel centenario della nascita, è ora un piccolo editore di Lecco, “Alpine Studio”, che ripubblica a 56 anni di distanza, con una nuova veste e un inserto iconografico, il libro “Cordigliera” (412 pagine, 18 euro). Il libro, che descrive le ascensioni compiute da Vinci tra il 1950 e il 1953, non è solo un racconto alpinistico, ma affascina con la storia delle popolazioni andine, le loro dure condizioni di vita, le descrizioni del clima e della vegetazione. Definirlo un capolavoro è la parola giusta. Grande alpinista e viaggiatore, nella sua vita Vinci ha fatto di tutto: scalare montagne, esplorare nuove terre, valicare la Cordigliera, inseguire tesori scomparsi sui manoscritti dei conquistadores, cercare diamanti, combattere nella Resistenza con il nome di battaglia di “partigiano Bill” dopo essere stato insignito dal regime fascista con una medaglia al valore sportivo per le sue scalate. A differenza di altri celebrati protagonisti dell’avventura, non aveva alle spalle importanti editori che gli organizzassero i viaggi in capo al mondo coprendo le spese. Ma per lui questo non era un problema. Mentre, nella speranza di arricchirsi, setacciava l’acqua giallastra della foresta, annotava: “Io non vado in giro per cercare diamanti, ma cerco diamanti per potere andare in giro”.

Nelle foreste della Guayana scoprì il più ricco giacimento di diamanti del Venezuela e lì visse a contatto con tribù selvagge. Scalò l’inviolata parete nord del Pico Bolìvar ma nessuno gli dette credito. Allora, contro le previsioni dei giornalisti ed esperti che  scrivevano “morirà e sarà pasto dei condor se tenterà di scalare la vetta”, Vinci ripeté l’ascensione davanti a una folla che lo acclamò come un eroe. Nacque così l’ambizioso progetto di concatenamento delle maggiori cime delle Ande.

Vinci in Venezuela
Alfonso Vinci durante un’esplorazione tra gli indios yanoama. Nella foto sopra il titolo è in azione sulla Cordigliera. Una frequentata via di roccia lungo lo spigolo del Cengalo, in alta Valmasino, oggi porta il suo nome.

Vinci si rivelò scrittore di razza e di profonda cultura (“Samatari” è forse il più famoso dei suoi libri, finalista al Premio Strega e ripubblicato nei Licheni di Vivalda). Aveva in tasca due lauree conseguite all’Università di Milano: una in Lettere e Filosofia, l’altra in Geologia. Quando negli anni Cinquanta corse voce che negli affluenti dell’Orinoco era cominciata una grande corsa all’oro e che qualcuno aveva addirittura trovato diamanti, non ebbe più pace e si unì alla folla di sbandati, disperati, avventurieri che s’inoltravano nella foresta e setacciavano le preziose sabbie, lottando con serpenti, insetti velenosi, malattie, fame. Il suo occhio di geologo gli assicurò in breve una piccola fortuna, che tuttavia, tornato in Italia, dilapidò in poco tempo. Ripartì allora per il Venezuela dove fece il docente universitario e il consulente per le imprese minerarie, ma trovò anche il tempo di immergersi nella foresta amazzonica studiando i costumi degli Indios yanoama e scirisciana e di scalare, come si è detto, le grandi montagne di oltre seimila metri di Venezuela, Perù, Colombia ed Ecuador.

E’ un bene che “Alpine Studio” – così come, nel 2011, un bellissimo film di Michele Radici – lo abbiano strappato a un oblio decisamente ingiusto. Il film è stato realizzato con il contributo della Cineteca del Cai e con le affascinanti riprese dello stesso Radici e di Pino Brambilla lungo i graniti dello spigolo che al Cengalo, montagna valtellinese al confine con i Grigioni, porta il nome di Vinci. Nelle sequenze di “Alfonso Vinci. Il film di una vita avventurosa”, si racconta – anche con gli importanti contributi di Giuseppe Popi Miotti ed Eugenio Pesci – l’esperienza umana e culturale di Vinci, che trovò il suo centro nell’alpinismo. Il film è conservato presso la cineteca del Club Alpino Italiano. Vinci morì dimenticato nel 1992, emblema di quell’Italia colta e avventurosa che ha scritto un capitolo importante nella storia novecentesca dell’esplorazione. Pochi amici, tra i quali il grande alpinista lecchese Riccardo Cassin, lo accompagnarono all’estrema dimora. Altri suoi libri sono “Occhio di Perla”, “Orogenesi”, “Lettere Tropicali”, “L’acqua, la danza e la cenere” e “L’altopiano del rum”. (Ser)

http://www.alpinestudio.it

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