Un Cai kafkiano? Se il desiderio di modernizzazione passa per un’inquietante “struttura parallela”

Traslocare una parte delle attività del Club Alpino Italiano in una “struttura parallela”? Anche di questo si è discusso in “Gogna blog” sulla scorta del recente Congresso nazionale del Cai sul volontariato, considerato che l’associazione appalta già diversi lavori all’esterno (e non sempre con la dovuta trasparenza, come è stato fatto notare dalla guida alpina Marcello Cominetti). Sull’argomento è intervenuto nel blog di Gogna Carlo Possa, consigliere e delegato della Sezione di Reggio Emilia. Qui ora Possa precisa meglio il suo pensiero sull’annunciato processo di “modernizzazione” di un club che viceversa oggi rischia di compromettere la propria immagine trasformandosi nell’enigmatico castello di Kafka. Buona lettura.

Quell’infelicissimo termine

L’ultimo editoriale del presidente generale del Cai Umberto Martini, pubblicato su Montagne 360 di dicembre, confesso che mi lascia un po’ perplesso. Uno dei temi più dibattuti, prima e durante il Congresso nazionale del Cai di Firenze, è stato quello del rapporto tra volontariato e professionismo, e in particolare la proposta di creare una struttura parallela con finalità più economiche ed imprenditoriali. Sia nell’ampio dibattito che ha preceduto il Congresso, che negli interventi che si sono succeduti a Firenze, questa proposta – come peraltro era prevedibile – non sembra avere raccolto grande entusiasmo.

Ora, nell’editoriale di dicembre, il presidente Martini scrive che “da diversi interventi è emerso il timore che ad una non meglio definita ‘struttura parallela’ potessero essere affidati compiti dell’espletamento di attività che attualmente e meritoriamente vengono organizzate e svolte con l’impegno volontario di soci”, quasi a dire che chi ha espresso timori (in realtà in molti casi si è trattato di contrarietà) abbia frainteso il ruolo di quella “non meglio” definita struttura parallela.

Vorrei ricordare che la non meglio definita struttura parallela è stata invece definita benissimo e con chiarezza (e così chiamata) dallo stesso presidente generale nella sua relazione all’Assemblea dei Delegati di Sanremo e nella relazione morale pubblicata da Montagne 360 nel giugno del 2015. “E’ necessario creare una struttura parallela e professionale di gestione che si occupi della produzione di beni e servizi ‘profit’, da quelli immobiliari a quelli culturali, che oltre a far conoscere e diffondere presso il pubblico il ‘brand’ Cai come marchio di qualità legato alla montagna, contribuisca tramite l’autofinanziamento ad alleggerire il bilancio da quelle voci che in modo diretto o indiretto attualmente gravano sui soci”.

Così le parole – nero si bianco – del presidente Martini. Sorvoliamo sull’infelicissimo uso del termine struttura parallela (evocativa di organizzazioni e operazioni molto lontane dallo spirito e dalla storia del Cai), ma che cosa si volesse intendere mi sembra chiarissimo. Chi ha espresso timori o contrarietà ha capito benissimo il progetto di “modernizzazione” del Cai.

Alpinismo giovanile
Una riunione di accompagnatori giovanili del Cai. Nella foto sopra il titolo un coro di soci seniores in Lombardia (ph. Serafin/MountCity)

Perché – come avevo scritto nel mio contributo alla discussione in vista del Congresso di Firenze – un conto è parlare di servizi, un conto è parlare di attività, o di assetto vero e proprio dell’associazione Cai. Offrire migliori servizi (legali, amministrativi, ecc) ai soci e alle Sezioni sarebbe una cosa bellissima. Lo può fare una società di consulenza esterna, con cui aprire un rapporto professionale? Benissimo, facciamolo subito. Pensiamo solo se ci fosse una struttura esterna di professionisti in grado di individuare possibili finanziamenti europei, nazionali o regionali per il Cai. Sarebbe utilissima. Ma qui siamo nel campo dei servizi.

Altra cosa è creare una struttura parallela all’associazione. Nell’idea del presidente Martini si è prospettata una rivoluzione dell’attuale assetto del Cai. Per risolvere problemi reali si correrebbe il rischio fortissimo e pericolosissimo di snaturare l’assetto istituzionale del Cai (e anche i suoi oltre 150 anni di storia). C’è il rischio, come giustamente è stato scritto, di dare vita ad una bad company dove lasciare l’associazione, il volontariato, le assemblee dei delegati, i “casini” delle Sezioni, e una good company, dove allocare una buona fetta della parte economica, i rifugi, il merchandising.

Chi conosce il mondo delle associazioni sa che questo è un percorso che spesso finisce male, con un distacco sempre più marcato tra la parte associazione e la parte impresa, con la prima sempre in affanno a controllare la seconda (finché ci riesce). Sono questi i timori e le contrarietà che sono emersi, e mi sembra in maniera non minoritaria, sia prima sia durante il Congresso. L’editoriale del presidente Martini non mi sembra affatto che allontani i timori espressi, anzi, sembra riaffermare decisioni già prese.

Un’altra perplessità riguarda il tema dell’eccessiva burocratizzazione del Cai. Ormai è insopportabile. Le pastoie burocratiche (così le definisce Martini), che il Cai stesso ha alimentato, stanno in molti casi impedendo alle Sezioni di svolgere il loro ruolo istituzionale. Ci sono Sezioni che non riescono ad organizzare i Corsi; ci sono soci che preferiscono svolgere una attività di promozione verso la montagna fuori dal Cai; diventare “titolato” nel Cai oggi è ormai più complicato e specialmente oneroso che diventare un professionista della montagna.

Scrive il presidente Martini che questi regolamenti (spesso assurdi e contradditori – questo lo dico io) nessuno ce li ha imposti. Allora non capisco: se nessuno ce li ha imposti, perché ci sono? Si dice che gli Organi Tecnici Centrali si sono presi troppa autonomia. Ma sono organi appunto centrali. Chi li doveva controllare? Negli ultimi anni sembra che il Cai a livello centrale abbia operato per smorzare l’entusiasmo dei soci più attivi e per mettere i bastoni tra le ruote delle Sezioni che hanno voglia e capacità di operare.

Se gli Organi Tecnici Centrali hanno preso decisioni controproducenti, non se n’è accorto nessuno? Diciamolo chiaramente: il malumore delle Sezioni verso questa eccessiva burocratizzazione, verso una “regolamentite” spesso asfissiante, non è di oggi. E che gli Organi Tecnici Centrali non siano cosa “altra” rispetto al Cai lo dice lo Statuto Generale: al Comitato Centrale competono la scelta degli Organi Tecnici Centrali, la loro nomina o l’elezione dei componenti e del presidente, le funzioni di indirizzo, di coordinamento e di controllo.

O era sbagliata la strategia, o questa deriva centralistica era condivisa. Prima che il Cai diventi una organizzazione basata solo sui regolamenti, e non sulle Sezioni, sui soci e sulla loro voglia di impegnarsi, dobbiamo cambiare veramente il Cai, non con strutture parallele, ma con una struttura centrale agile, dinamica e in piena sintonia con le Sezioni e i soci. Se vogliamo essere un Cai moderno e attrattivo, e non il castello di Kafka, dobbiamo cambiare molto, e subito.

Carlo Possa

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