Scarpette e spazzolino per l’uomo-simbolo del free climbing

Cover Bassi 18.57.22
Il libro di Versante Sud e, nella foto sopra il titolo, Roberto Bassi (1961-1994).

I primi anni Ottanta segnano un tempo di grande evoluzione per l’arrampicata: dalle grandi pareti ci si avvicina alle falesie, aumentando il livello di difficoltà come mai prima. Si diffonde così il free climbing in tutta Europa. Non è solo uno sport, è uno stile di vita che porta i giovani a viaggiare molto, a vivere nelle grotte e nei furgoni, a condividere esperienze importanti. Questo è il free climbing di cui Roberto Bassi (1961-2003) è stato promotore e pioniere in valle del Sarca assieme a Manolo e Mariacher nell’epoca d’oro dei primi anni Ottanta.

Allo scalatore è dedicato il libro di Versante Sud “Zanzara e Labbradoro. Roberto Bassi e la nascita del free climbing ad Arco e in Valle del Sarca” (248 pagine, 19,90 euro) di Lia e Marianna Beltrami. Alla puntuale ricostruzione concorrono importanti testimoni del tempo. Il libro è una fonte d’informazioni inedite e talvolta sorprendenti. Risulta per esempio che la comunità dei climber coltivava una discreta passione per la scultura: Roberto stesso scolpiva suggestivi animali marini molto apprezzati da Mauro Corona che scultore lo è stato e lo è ai massimi livelli anche se la fama se l’è conquistata con i suoi libri. Bassi viene descritto come un artista della roccia. Oltre alle scarpette da arrampicata che sceglie con oculatezza e il sacchetto del magnesio in cui infilare le mani durante la progressione in parete, il suo corredo di tracciatore comprendeva l’immancabile spazzolino da denti, indispensabile per ripulire i microappigli.

Bassi nasce a Milano nel 1961 da famiglia trentina. Vive poi a Trento e si avvicina all’arrampicata a 15 anni, attraverso la mitica Scuola Graffer della Sat. Giovanissimo, con Heinz Mariacher, Maurizio “Manolo” Zanolla, Luisa Iovane e Bruno Pederiva, fa parte di quel gruppo (visionario e controcorrente) che fu uno dei motori dell’evoluzione dell’arrampicata in falesia e in parete, e che insieme con pochi altri rivoluzionò tutti i concetti, i pre-concetti e le credenze fino ad allora imperanti tra gli arrampicatori.

Bassi al volante
Il furgone come casa, uno stile di vita…

La loro base era la Valle di Arco, il loro obiettivo un sogno che li assorbiva totalmente. Tanto da divenire uno stile di vita. Roberto si dedicò con una passione smisurata a quest’avventura e le rocce di Arco divennero la sua casa, le linee sulla roccia la sua espressione. Vie come “Honky Tonky” alla Spiaggia delle lucertole o “Zanzara” ai Colodri sono esempi di quello stile e di quella sua passione.

Ciò che gli amici non scordano è lo stile e la passione che metteva in quest’attività. Era un sogno, un’avventura e una speranza inseguita quasi inconsciamente, a volte da ribelli, sempre contro gli schemi, sempre con la voglia di rischiare. Di recente quel mondo è stato esemplarmente esplorato anche grazie alla magica penna di Alessandro Gogna, lo scopritore del “Mezzogiorno di pietra, e in questa stessa collana, nell’affascinante libro “La pietra dei sogni”. Gogna lo ha fatto con il disincanto di chi ritenendosi ormai adulto guarda con indulgenza alle proprie esperienze giovanili.

Qui è diverso, prima di tutto perché Roberto non c’è più e si avverte tra le righe una sorta di volontà peraltro giustificata di beatificarlo. Sono passati 11 anni dall’incidente stradale che fermò la sua vita, ne sono trascorsi più di trenta dal periodo magico della “scoperta” di Arco. Va notato che il libro di Lia e Marianna Beltrami racconta di questi samurai dell’arrampicata senza enfasi, con il rispetto e la discrezione che questi ragazzi oggi ormai vicini ai settanta si meritano.

www.versantesud.it

9 thoughts on “Scarpette e spazzolino per l’uomo-simbolo del free climbing

  • 31/08/2017 at 23:28
    Permalink

    Vorrei solo suggerire qualche piccola correzione. Mio fratello è morto nel 1994 e non nel 2004. È, correttamente, nato a Milano. A tre mesi la nostra famiglia si è trasferita a Bolzano ma siamo cresciuti per lo più in valle di fiemme dove Roberto si è innamorato delle montagne ed ha maturato le ragioni della propria vita

    Reply
  • 08/01/2016 at 22:45
    Permalink

    Vorrei anche aggiungere che Roberto Bassi è morto nel 1994 se non sbaglio, non nel 2003. Un bell’articolo comunque, leggerò il libro!

    Reply
  • 05/01/2016 at 12:16
    Permalink

    Grazie per la segnalazione, l’anno della scomparsa è stato corretto.

    Reply
  • 04/01/2016 at 23:15
    Permalink

    nell’articolo si parla di “11 anni dalla morte”ma sotto la locandina del libro si parla dell”2014”

    Reply
    • 24/09/2016 at 09:56
      Permalink

      (1961-2003) invece di (1961-1994) ma è impossibile correggere quelle date?

      Reply
  • 02/01/2016 at 10:58
    Permalink

    Molte pagine del libro di Lia e Marianna Beltrami sono dedicate all’alpinismo di Roberto Bassi. E va ribadito che numerose, approfondite e qualificate sono le testimonianze di chi ha arrampicato con lui. Qualche aspetto della sua biografia è stato ingiustamente trascurato? Da semplici lettori, non siamo in grado di affermarlo o confermarlo.

    Reply
  • 31/12/2015 at 16:35
    Permalink

    Non leggo che Bassi prima di dedicarsi all’arrampicata sportiva si era formato praticando un alpinismo d’alto livello, ma smesse dopo l’incidente nel 1980 sul penultimo tiro della via dell’Ideale in Marmolada che ripeteva, primo italiano, in giornata, attaccando alle 5 e uscendo un po’ prima delle 22, lui e socio si erano un po’ rotti, altrimenti sarebbero usciti alle 20. Mi accorgo che la storia ultimamente sembra essere dimenticata se non nascosta per privilegiare certe visioni forse più comode o commercializzabili. Ma forse non capisco.

    Reply
    • 04/01/2016 at 11:35
      Permalink

      Intende nel libro o nell’articolo? Perché leggendo il libro si parla dell’incidente di Roberto in Marmolada: se non sbaglio sono la sorella Cristina e Giovanni Groaz a ricordarlo.

      Reply
      • 04/01/2016 at 14:41
        Permalink

        Bene, molto bene! Io commentavo l’articolo, di sicuro leggerò il libro. Chissà cosa si dice, ma anche di quel giorno sfortunato, i presenti erano 4 e solo 2 hanno fatto qualcosa per farli uscire. Stasera chiedo a Giovanni cosa ha detto.
        grazie

        Reply

Leave a Reply to Fabrizio Bassi Cancel reply