“Al luna park della montagna”. L’articolo-testamento di Giorgio Bertone

La montagna ha perso un grande amico. È mancato a Genova il 1° gennaio 2016 a 66 anni Giorgio Bertone, docente universitario di Filologia, scrittore, attento e appassionato guardiano della Natura. Ha diviso la sua vita d’intellettuale completo tra gli studi e le sue due grandi passioni: la montagna e il mare. Mountain Wilderness si era onorato di accoglierlo nel comitato etico scientifico. Professore nell’Università di Genova, il suo monte Bianco osservato e conquistato dallo chalet in Val Veny, non aveva per lui segreti. Sul Secolo XIX, a cui collaborava, scrisse il 23 agosto 2015 “Al luna park della montagna 
(l’irresistibile ascesa del kitsch)”, un bellissimo esempio di articolo in forma divulgativa per un pubblico non specialistico. Riguardava il dilagare del cattivo gusto alle alte quote, esemplificato da una ragazza col colbacco che fa streching dentro la cabina di vetro sospesa all’Aiguille du Midi. Oggi possiamo rileggere quelle righe, che qui MountCity è in grado di riproporre, come un suo testamento spirituale.

Bertone
Giorgio Bertone (1949-2016). Sopra il titolo il suo articolo sulla montagna-luna park.

Gli interessi semiocculti di pochi

Tutto quanto fa spettacolo. E quale spettacolo maggiore della montagna più alta delle Alpi? Libération titola: “Mont Blanc versus Monte Bianco”. L’indubitabile successo della nuovissima funivia SkyWay da Courmayeur a Punta Helbronner 3452 m propiziata dall’inaugurazione del Presidente Renzi, da un reality show che si vedrà a novembre, ed è già contestatissimo, e dal bel tempo (50.000 passaggi) ha fatto rosicare i francesi. Prima risposta: “Le Pas dans le Vide”. Sulla loro cima, l’Aiguille du Midi, servita da funivia, dirimpetto a Punta Helbronner, due sentinelle del Monte Bianco, hanno piazzato una cabina con tutte le pareti trasparenti, sospesa a 3840 m. sopra Chamonix. Uno a uno le migliaia di turisti vi entrano per assaporare il “Passo nel Vuoto”. “100% sensationes fortes”, “100% securité”, promettono. E vorrei vedere che il vetro del pavimento si aprisse come una trappola. Il box-doccia entro il quale i turisti eseguono selfie delle proprie scarpe, potrebbe essere più dinamico con l’applicazione di un enorme stantuffo tipo luna-park. I francesi hanno pensato di meglio: la Pipe, un anello trasparente tutto intorno alla Guglia, per una passeggiata integrale sul vuoto: 87 tonnellate di acciaio, 400 di cemento. “Epoustouflant”, “breathtaking”, cioè “stordente”, in italiano “vista mozzafiato”. A parte l’immancabile mozzafiato, è la vista che impera. Vetri, vetrate. Spettacolo non deriva da speculum, specchio? La funzione spettacolare pare contempli per definizione solo l’occhio, preferibilmente munito di protesi fotografica. Rileva tutte queste cose il lungo documento di Mountain Wilderness firmato da Carlo Alberto Pinelli (GognaBlog, http://bit.ly/1J8wGKF, da non perdere). Che rivendica il valore di integrità ambientale, naturale, culturale e storica dell’alta montagna, senza le quali non è possibile capire e godere dello “spettacolo”. Tanto varrebbe surrogarlo con un maxiposter panoramico.

Quando Pinelli, una personalità di spicco nelle montagne del mondo, parla di sottocultura “ludico-consumistica e banalizzante” forse eccede in moralismo, sia pur nobile. Ma quando esamina lo slogan “portare anche le masse dentro l’incontaminata bellezza”, cui viene aggiunto sempre “con il massimo rispetto possibile per l’ambiente” e rileva che si tratta di una contraddizione e di una mistificazione pseudodemocratica che nasconde gli interessi semiocculti di pochi, con investimenti spesso alla lunga-insostenibili, a danno anche dei valligiani, ebbene qui tocca il punto più cruciale che andrebbe ben approfondito e non lasciato alla solita magistratura che già indaga.

Aguille du Midi
L’Aiguille du Midi e la cabina di cristallo per assaporare il “Passo nel vuoto”.

Chi ha voltato le spalle bruscamente a Mountain Wilderness è il più rigoroso e ascetico di tutti: Reinhold Messner, forse il più grande alpinista di tutti i tempi. Ha appena inaugurato il suo sesto museo (esultando: “E’ il mio quindicesimo Ottomila!”; vedi MMM.com). Proprio in vetta a Plan de Corones ha voluto e commissionato alla famosa ed esosa archistar anglo-irachena Zaha Hadid un Museo-vetrata a forma di TV color XXL deformato a rombo, in cui il turista entra per guardare il panorama mozzafiato della valle. Tale e quale, in scala, il Maxxi di Roma e la Biblioteca di Vienna, sempre firmati dalla Hadid, detta anche Archifotocopia. Mentre a volte le funivie sono necessarie all’industria dello sci e del turismo, ciò che colpisce sono le proposte di “spettacolo simbolico”.

Proprio ora il vicepresidente del FAI (Fondo per l’ambiente italiano: un’attività immensa e di cui essere tutti ammirati e fieri, San Fruttuoso incluso) propone di costruire sempre al Colle del Gigante, dove insistono già i nuovi impianti che assomigliano a una piattaforma petrolifera o spaziale, una grande opera d’arte costituita da tre cerchi: due rappresenterebbero il paradiso naturale e quello artificiale e il terzo, più grande, sarebbe “metafora della convivenza tra natura e tecnologia”. “Un’opera potentissima”.

Che idea magnifica, soprattutto originalissima. E perché non metterci accanto un altro monumento al legame tra Francia e Italia (di lì passa il Confine), alla Pace nel Mondo, all’Incontro delle Religioni, agli alpinisti uniti, e a qualsiasi altro tema politicamente correttissimo? Perché non dare spazio anche al Corpo alpini e reduci? Si dice già pronto l’artista: Michelangelo Pistoletto. Non ne dubitavamo. I tre cerchi sono il suo brand. Li ha già piazzati dappertutto, in musei, pareti, cupole, pavimenti, prati, sulle tazzine da caffè Illy, sulle vetrate. Per lui sollevare il proprio marchio fin lassù sarebbe come per la CocaCola portarci la sua insegna, il vero paradiso autopubblicitario.

Solo che la CocaCoIa almeno pagherebbe salatissimo. Una rilettura di Walter Benjamin e soci sull’arte contemporanea, o, in carenza, una lettura dell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, porterebbe almeno a maggiore pietà verso gli umani, l’ambiente e il buon gusto. Eviterebbe pericolosi provincialismi succubi dei Nomi e delle proprie trovate salottiere. Ed eviterebbe che la montagna, già oberata da “spettacoli”, a volte necessari o inevitabili, sia caricata anche del kitsch gratuito proposto dagli stessi ambientalisti, in altre occasioni più che benemeriti.

Giorgio Bertone

da “Il Secolo XIX”, 23 agosto 2015

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