Quando lo sci (di fondo) allungava la vita

Un’ottantina di chilometri di piste innevate artificialmente sui prati dell’Engadina inariditi dall’anticiclone hanno consentito durante le festività 2015/2016 a migliaia di fondisti affamati di neve di godersi gli sci stretti. Un’impresa titanica che ha dimostrato come lo sci un tempo definito “nordico” sia oggi da considerare di massa. Il percorso per questa disciplina è stato lungo e accidentato, e il riscaldamento globale non ha giovato perché ha messo fuori causa molti “anelli” di fondovalle. Ha giovato invece la scoperta di una nuova dimensione degli sport oudtoor: le distanze si sono allungate nelle cosiddette ultratrail in quota, correre in montagna viene considerata un’attività riservata non solo a una certa categoria di titani, la “tecnica libera” (leggasi passo pattinato) ha reso lo sci nordico più dinamico sottraendolo alla schiavitù della sciolinatura. E soprattutto si è superata la barriera psicologica della fatica.

Pista artif.
Engadina. Si scia su neve artificiale tra i prati di Surlej. Nella foto sopra il titolo il capolinea della pista artificiale di Sils Maria durante le festività natalizie del 2015 (ph. Serafin/MountCity)

Con una punta (dichiarata) di nostalgia, di questi argomenti discutono due attempati fondisti, eterni innamorati di questa disciplina, che casualmente s’incontrano ai bordi di una pista innevata artificialmente a Pontresina, in Svizzera. C’entra qualcosa quel bianco rettilineo tracciato sui prati inariditi con le tracce un po’ misteriose che un tempo si addentravano nel gelo delle foreste innevate? A “fare il fondo” erano gli eletti, pochi o tanti che fossero, animati dal sacro fuoco che divampava con le prime marcelonghe. L’imperativo era “sciare come al nord” sulle tracce d’imbattibili vichinghi. Giganti che facevano incetta di medaglie ai Giochi olimpici…

Hai letto quest’opuscolo della Langlaufskiskule di Pontresina?

Cosa ci trovi d’interessante?

Lo slogan che recita: lo sci di fondo è trendy.

Bella scoperta. Trendy in effetti non ce lo aveva detto nessuno quando qui in Engadina cercavamo di fare tendenza spingendo a testa bassa in quei benedetti 42 chilometri della Skimarathon.

Sono passati quarant’anni… se basta. E ti ricordi quale era lo slogan?

Langlauf Lieben Langer, e correggimi se sbaglio con il mio tedesco approssimativo. Quelle tre L maiuscole ci accompagnavano dal Maloja a Zuoz insieme con la pubblicità del Toblerone.

Proprio così. Sci di fondo eguale vita più lunga. Questo volevano dire le tre L sui paletti che delimitavano le piste.

E’ incontestabile che noi veterani, con qualche sfortunata eccezione, siamo ancora qui vivi e vegeti a raccontarla. Forse però il merito della mia vita, che finora si è dimostrata piuttosto lunga, è anche dei quattro by-pass coronarici che al San Raffaele mi hanno premurosamente installato.

Lo slogan delle tre elle aveva qualche riscontro anche in Italia, ricordi?

Ricordo che al Centro fondo ad Asiago eri accolto da uno striscione con la scritta “Sci Fondo Vita Lunga”. Non so però quanto abbia attecchito tra noi mediterranei insofferenti di certe codificazioni.

In tedesco suonava in effetti diverso.

Gli svizzeri avevano capito tutto, a cominciare dal fondamentale manuale di Alois Kalin che si rivolgeva agli sciatori meno evoluti solleticandoli anche, in un capitolo a parte, con consigli di tipo agonistico. A quei tempi l’utenza aveva in buona parte i capelli grigi se non addirittura bianchi. Gente che aveva tardivamente scoperto il piacere della fatica ed era convinta di guadagnare, faticando, una marcia in più rispetto ai comuni mortali. I giovani non ne volevano invece sapere di sci nordico ed escludo che qualcuno tifasse per atleti di tutto rispetto come Franco Nones, Ulric Kostner o Ilde Taffra. Atleti che la tivù sistematicamente ignorava.

Sci_Nordico copia 2
L’ideale per ringiovanire…ma senza esagerare!

Tutti gli sguardi erano puntati su Gustavo Thoeni. La valanga azzurra imperversava tra i paletti. Quello era considerato il “vero” sci.

Ce la mettevano però tutta i matusa in calzettoni e pantaloni alla zuava nel trascinare la beata gioventù dell’epoca verso i nuovi orizzonti del fondo, e si può dire che abbiano seminato bene, fedeli al motto secondo cui il futuro ha un cuore antico. Dovunque fiorivano maratone aperte a tutti e anche popolari corse a staffetta. “Guru” come Carletto Sala, coach della medagliatissima Manuela Di Centa, e il pilota di jet Giustino Del Vecchio, primo recordman sulle 24 ore, elargivano gratis i loro ambiti consigli su come sciolinare, effettuare il passo finlandese o perfezionare il triplo. Tutti noi avevamo finito per conoscere i segreti della sciolinatura, salvo poi sbagliarci di grosso e finire impantanati in un bosco con due zoccoli alti una spanna sotto le solette.

Poi le cose hanno preso una piega diversa.

Guarda un po’ questi ragazzi come pattinano: stilisticamente sono perfetti, ma mi sembrano tutti uguali! Vuoi mettere la varietà di passi della nostra progressione: alternato, triplo, passo-e-spinta. E poi c’era il passo finlandese con cui ci deliziavamo e che oggi probabilmente nessuno sa più fare… E poi lasciamelo dire: la ricerca della solitudine e del silenzio oggi non appartiene alle nuove generazioni di fondisti. Non come la vedevamo noi. Sarà anche trendy questo modo di andarsene pattinando per le piste tirate a lucido dalle macchine, con le tutine attillate e magari trascinandosi dietro il pupo nello slittino di plastica… Ma non era esattamente questo che noi cercavamo. Ciò non toglie che lo sci di fondo resti uno degli sport più belli e completi che ci siano.

Siamo alla globalizzazione del fondo.

Vabbe’, ma neanche noi con le nostre rughe siamo più gli stessi. E poi non ci è permesso tornare nei luoghi che abbiamo amato, semplicemente perché non sono quelli della prima volta né lo saranno più.

E pensare che lo sci di fondo lo abbiamo inventato noi italiani…

In che senso?

Fu il gesuita Francesco Negri nel 1700 a descrivere e codificare il modo di sciare degli svedesi, anzi, degli svezzesi come lui li chiamava. Ma alle nostre latitudini quegli skie di cui parlava Negri non attecchirono e fu necessario attendere l’ultimo ventennio dell’Ottocento per vedere spuntare i primi sciatori di fondo e di discesa.

Questa non la sapevo.

Sai che cosa ti dico? Il cielo mi ha fornito per anni un ben-di-dio di neve: polverosa, bagnata, cadente, trasformata o crostata che fosse… Ma per questa artificiale così omogenea e compatta stesa sui prati come si fa quando si stende sul tavolo della cucina la pastafrolla con il mattarello provo un istintivo rifiuto.

Concordo con te. Avevamo fatto della naturalezza il fondamento del nostro modo di sciare. Forse in mancanza di neve naturale, pur di allungarci la vita, negli anni Settanta avremmo tolto dalla cantina gli ski roll e sciato sull’asfalto. Forse su qualche prato sarebbe anche spuntata una pista di plastica, tanto per faticare un po’ e fare braccia. Qualcuno se ne ricorda ancora?

Lo chiamavamo allenamento a secco.

Oggi l’unico problema è non lasciare a secco i cannoni che sparano neve in quantità industriale. Finché perlomeno sui prati non pascoleranno d’inverno i dromedari.

2 thoughts on “Quando lo sci (di fondo) allungava la vita

  • 09/01/2016 at 10:34
    Permalink

    Sono molti anni che non scio sui laghi gelati dell’Engadina quando le quattro corsie per l’alternato sembravano un lusso riservato agli eredi delle dinastie industriali italiane che passavano l’inverno a Saint Moritz. Poi sono passato al centro fondo dell’Alpe di Siusi con le sue piste tecniche fra i prati ed i boschi delle Dolomiti. Una corsia ma tanti giovani nell’età o nello spirito. Purtroppo ho visto diminuire progressivamente negli anni il numero degli appassionati per questo sport a cavallo fra fisicità e meditazione…
    anche fra i figli del Sud Tirol che tanto hanno dato in questa specialità. Forse qui in Italia è mancata la pubblicità delle 3elle o forse non si è mai formata una consapevole scelta ambientalista. Engadina Felix… O no?

    Reply
  • Pingback: Quando lo sci (di fondo) allungava la vita. Niente neve? Niente paura, ci si allenava a secco | Neve & Valanghe - Schnee & Lawinen

Commenta la notizia.