La sfida, non solo alla montagna, di una donna dell’Ottocento

La mia scalata al Monte Bianco
Il diario di Henriette d’Angeville pubblicato nel 1986 da Vivalda. 

Quando, nell’estate del 1838, Henriette d’Angeville decise di scalare il Monte Bianco, tutti i suoi familiari e conoscenti tentarono di dissuaderla da un’impresa tanto stravagante e inopportuna. Un sentimento di disapprovazione misto a riprovazione verso questa nobildonna francese colta e indipendente si diffuse rapidamente in tutti i salotti di Ginevra, città in cui Henriette risiedeva.

Dobbiamo impedirle di attuare una tale follia”, si sentiva continuamente vociferare ma, a fine agosto del 1838, la decisione era ormai stata presa. Henriette aveva 44 anni, 5 mesi e 24 giorni, come lei stessa volle precisare replicando al Journal des Demoiselles che l’aveva chiamata una giovane francese, e si sentiva pronta per affrontare il Monte Bianco dopo essersi misurata con altre impegnative ascensioni. Da dieci anni coltivava quest’idea che si trasformò in progetto reale un mese prima della partenza, in occasione di un suo soggiorno a Chamonix. In quindici giorni preparò la spedizione senza lasciare nulla al caso. Con cura e meticolosità si occupò degli abiti più adatti da indossare, scelse guide e portatori, organizzò il carico di viveri e vettovaglie necessari compresa una gabbia con un piccione viaggiatore che, una volta raggiunta la cima, avrebbe portato la notizia immediatamente a valle.

Henriette  partì da Chamonix con sei guide, sei portatori e un mulattiere, i sacchi carichi delle provviste necessarie per tre giorni di cammino, l’attrezzatura completa per il doppio bivacco ai Grands Mulets, gli abiti di cambio e le “piccole comodità di cui i viaggiatori solitamente si muniscono”. Curiosa la lista delle vivande, quella dell’abbigliamento personale e degli oggetti utili tra i quali Henriette elenca due diversi tipi di ventaglio, un cannocchiale, due fiaschette colme di latte di mandorle e limonata, un piccolo specchio, un inevitabile taccuino per prendere appunti con mezza dozzina di penne appuntite. Nonostante le terrificanti profezie che le venivano preannunciate e l’esiguo numero di sostenitori, (cinque in totale, secondo l’autrice), Henriette riuscì a portare a termine con successo la sua impresa. Anche i più scettici furono costretti a riconoscerne il valore seppur non sottacendo uno spiccato maschilismo. “Il nostro orgoglioso Monte Bianco deve sentirsi umiliato come non mai. Martedì 4 settembre, all’una e venticinque minuti, ha visto la sua cima calpestata da un piede femminile. Colei che ha compiuto questa impresa inaudita negli annali del suo sesso è una francese” scriveva l’11 settembre 1838 il Federal di Ginevra.

Traversata crepaccio
Una tavola che illustra un passaggio… delicato.

Al suo ritorno dalla scalata gli ammiratori si moltiplicarono e l’impresa folle si tramutò in eroica passeggiata che meritava di essere diffusa con un resoconto pubblico. Ma l’idea di documentare l’ascensione era proprio uno degli obiettivi principali dell’impresa di Henriette; nessuna donna, fino ad allora, aveva raccontato una simile esperienza. Durante la spedizione aveva annotato giornalmente su un taccuino, il carnet vert, i dettagli dell’ascensione: la partenza della carovana da Chamonix, la cena e il bivacco ai Grands Mulets, la fatica dell’ascensione superando seracchi e passaggi pericolosi, l’arrivo al Gran Plateau ed il cammino al Corridor, la scalata dal Muro di ghiaccio alla vetta, il ritorno al luogo di partenza. Un vero e proprio diario di viaggio raccontato con grande sensibilità e abilità di scrittura che ci restituisce un resoconto preciso ed autentico dell’impresa. Henriette non si accontentò dei suoi appunti. Rientrata a Ginevra si rivolse ai migliori pittori della città per illustrare il suo taccuino con pastelli, chine ed acquerelli. Si dedicò quindi alle rielaborazione delle sue annotazioni sino a redigerne un testo definitivo che, unitamente alle pregevoli illustrazioni, propose a un editore di Parigi per la pubblicazione. L’accordo editoriale, però, non andò in porto e l’autrice, delusa, decise allora di conservare la sua opera per sé e per i suoi famigliari.

Il suo prezioso diario riemerse solo nel 1986 quando, in occasione del bicentenario della conquista del Monte Bianco, una pronipote lo affidò allo scrittore e alpinista Roger Frison-Roche che lo presentò all’editore Arthaud. Dopo tanti anni di oblio, il volume fu pubblicato in Francia nel 1987 ma senza illustrazioni. Poco dopo fu tradotto in Italia nelle edizioni Vivalda che lo ristamparono successivamente in un’edizione fedele al manoscritto originale e illustrata con il maggior numero di tavole mai riprodotte (Henriette d’Angeville, La mia scalata al Monte Bianco, Vivalda, Torino, 2000).

Dopo quasi due secoli, finalmente, Henriette ha visto realizzarsi il suo sogno.

                                                                                                     Rosalba Franchi

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