Vie storiche. Dalla Val d’Aosta al Vallese in tre passi

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Sion e la sede arcivescovile della Valère in una stampa del 1572. Nella foto sopra il titolo il castello di Cly (ph. D. Monti, Vie Storiche)

“Oltre quei monti sono altri monti ed altri ancora… e mille son, ed uom mortale giammai non li varcò”. Così Alessandro Manzoni descriveva le Alpi nel Medioevo di Adelchi. Forse una esagerazione pensando alle Alpi dei grandi passi storici come il Gran San Bernardo in cui la montagna si contrae e si supera con una semplice passeggiata allietata dalle feste dei cani con la botticella di brandy al collo? Nel libro “Le chateau de Chatillon” il canonico Gabriel Frutaz, nato a Torgnon nel 1859, racconta storie di uomini che portavano in Svizzera il prezioso muscat prodotto nel triangolo assolato della Valle compreso fra Nus, Chatillon e la Becca d’Aver, terreni un tempo della signoria Challant di Cly, feudatari anche di Torgnon e di tutta la Valtournenche Il vino risaliva il pendio a spalla d’uomo o a dorso di mulo fino al colle di Saint Pantaleon (1655m) dove sorge una cappella con la stessa dedicazione. Torgnon e le sue frazioni di Triatel ed Etirol e Ronc (l’Autre Monde nel riquadro) erano le tappe successive prima di ricominciare la salita per il vasto alpeggio di Lodetor e l’ospizio di Chavacour a quota 2084m. Il canonico Frutaz ci racconta che l’ospizio rimase in funzione anche d’inverno fino alla fine del 1700. Ora restano imponenti rovine, muri di pietra legata con calce che delimitano una superficie di quasi 500 mq. La sua dimensione racconta da sola il grande numero di viandanti che poteva ospitare. Dopo la sosta notturna il cammino riprendeva per la Fenètre di Tsan (2736 m) e il Col de Livourneyaz a 2840 m per poter poi scendere in Valpelline a Lechère (1813m), località documentata fino dal XIII secolo e di origine Walser. Qui arrivava anche la strada che, da Aosta risalendo la Valpelline, portava al col Collon ed in Svizzera. Un mondo che è passato da qui lasciando poche tracce di se, ma che ci racconta di persone qualunque capaci di prestazioni quotidiane per noi estreme di fronte alle quali anche ogni nostra attività di alpinismo agonistico sembrano ben poca cosa. Ritorna in mente l’Adelchi: l’immagine delle Alpi, dei monti tutti erti, nudi, tremendi, inabitati, mal rappresenta la realtà di quei tempi, forse nemmeno così lontani, in cui le montagne erano invece popolate e per questo anche amiche, necessarie e attraversabili… anche dai mortali.

Dario Monti

(da www.viestoriche.net, per gentile concessione)

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