E la domenica, tutti in seggiovia sotto una coperta

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Questo è il post numero 1000 di MountCity

La denuncia, nell’appassionante sito di Alessandro Gogna, del desolante abbandono in Valsassina dei resti della vecchia seggiovia dei Piani di Bobbio chiusa nel 1960 ha avuto l’inevitabile conseguenza, tipica di noi persone che ci definiamo attempate, di farmi ripensare agli anni beati in cui quel rudimentale impianto rappresentava la porta dei nostri sogni. E la prima cosa che mi è venuta in mente è che lassù la domenica, una volta arrivati nella bellissima conca ai piedi del Campelli, inforcavamo gli sci di hickory e ci lanciavamo all’inseguimento di avvenenti compagne di studio e di baldorie. Con il rischio che diventassero, come è poi felicemente avvenuto, compagne della nostra vita. Come riferisce Giacomo Perucchini in Gognablog, poco sopra il cimitero di Barzio si trovano oggi le testimonianze più numerose della seggiovia-che-fu, con tralicci e motori semisepolti nel bosco tra ville abbandonate. L’impianto partiva da circa 200 metri dalla piazza di Barzio, precisamente in località Ca’ Sana, saliva oltre la località Masone dove c’era una stazione intermedia di scambio (i ruderi ancora esistono), poi proseguiva fino a Bobbio vicino all’Hotel Pequeno. Da lì si percorrevano altri 200 metri a piedi, sci in spalla, aggirando l’hotel e si raggiungeva la partenza di un’altra seggiovia che portava in vetta allo Zucco Orscellera. Gli sci dei più fortunati erano con le lamine che però, con le vibrazioni si svitavano facilmente e si staccavano rischiando di ferirci ai polpacci. Poi sarebbero arrivati gli sci con le lamine “carres caché”  inglobate nella soletta ricoperta di cofix (o coflix, non ricordo più), una plastica che sui sassi affioranti si riduceva a brandelli e occorreva ripararla facendo sciogliere un’apposita candeletta.

Sciolina a Cervinia 1956
L’autore di queste note blandamente impegnato nella sciolinatura. Correva l’anno 1954. Nella foto sopra il titolo, la seggiovia dei Piani di Bobbio negli anni Cinquanta (da Gogna blog, per gentile concessione)

Le domeniche sulla neve avevano in quegli anni Cinquanta un prologo in Piazzetta Reale a Milano dove un bel po’ prima dell’alba si allineavano i pullman in partenza. Arrivavamo a frotte sci in spalla a piedi o con i tram, ammesso che ce ne fossero già in servizio a quell’ora, spesso cercando di orientarci nei nebbioni che allora non scherzavano. Mia mamma si svegliava prestissimo per friggere una cotoletta e farmi un succulento panino che riponevo nel tascapane o nel marsupio. Non sempre, ma poteva capitare che papà impietosito si mettesse al volante della topolino giardinetta per accompagnarci in Piazzetta Reale. Col tettuccio scoperto, naturalmente, per farci stare gli sci che erano lunghissimi. Papà si metteva una papalina e indossava un cappotto sul pigiama perché, una volta tornato a casa, si sarebbe rimesso a letto. Qualche volta allungava il giro e accettava di passare a prendere un compagno appiedato. Sui pullman gli sci venivano affastellati sul tetto e si faceva a gara a chi saliva acrobaticamente lungo la scaletta assumendosi il compito di sistemarli con criterio e provvedendo a coprirli con un telone. Da sotto ognuno di noi gli passava gli attrezzi e correva a rifugiarsi nel pullman per rimettersi a dormire. Strada facendo, a grande richiesta, in mancanza di autogrill, l’autista accettava talvolta di fermarsi ai margini di un campo per consentire a tutti di fare pipì. Poi tutti di nuovo a bordo a cantare la Montanara o a limonare con le compagne mentre fuori albeggiava e nei prati comparivano le prime invitanti chiazze di neve. Un’ultima nota di colore (si fa per dire). Appena balzati sui seggiolini oscillanti della seggiovia, mani pietose ci buttavano addosso una coperta militare. Lungo il percorso qualcuno nel cercare in tasca una caramella lasciava sbadatamente cadere giù i guanti o i bastoncini, qualcun altro addirittura gli sci sfuggiti dalle mani ghiacciate. Un giorno si seppe che la seggiovia aveva scarrucolato e che sul primo troncone erano morte alcune persone: i freni automatici non avevano tenuto e i seggiolini avevano iniziato a scorrere al contrario sbalzando la gente contro il muro nella stazione di partenza. Capitava a quei tempi che anche i freni dei pullman non tenessero e che in discesa la gita si concludesse drammaticamente giù da una scarpata come è capitato a Barni, nel Triangolo Lariano: un cippo lungo la strada ancora ricorda quelle vite sacrificate al mito dello sci. Non c’erano i guard rail e nemmeno gli air bag e men che meno le cinture di sicurezza, e non esistevano ancora le cabine delle funivie ad agganciamento automatico. Era già una bella fortuna essere usciti indenni dai rifugi durante i bombardamenti. Ma ci si divertiva un sacco e fortuna ha voluto che noi siamo…che io sia ancora qui a raccontarla.

Roby

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