Perché non nevica ma fioccano le valanghe?

Cresta
Renato Cresta

Tempo di valanghe, a dispetto della scarsità del manto nevoso. Quale occasione migliore per parlarne con Renato Cresta, autorità indiscussa nel campo della nivologia, autore del compendio “Neve” edito da Mulatero, collaboratore del sito www.skialper.it, da molti anni impegnato professionalmente su vari fronti quale Esperto in Nivologia per nomina ministeriale? Nato a Genova il 29 ottobre 1936, Cresta ha fatto parte con il grado di capitano e la qualifica di Istruttore Militare di Sci e di Alpinismo del Plotone di Alpini Paracadutisti della Brigata Taurinense di cui è stato comandante. Ha esercitato per undici anni la professione di Direttore Sportivo della Stazione di Macugnaga prima e, poi, degli Impianti Pirovano, al Passo dello Stelvio, fino a che, nel 1976, ha deciso di dedicarsi alla libera professione come Maestro di Sci alpino e fondo, aggiungendovi l’attività di Guida Escursionistica Ambientale, professione che ha svolto in particolar modo nel Parco Nazionale della Valgrande, di cui è diventato Guida Ufficiale. “Esperto è una parola impegnativa”, riconosce ora Cresta con ammirevole modestia, “per una materia della quale, pur avendola studiata e praticata per oltre quarant’anni, non potrò mai dire di aver maturato abbastanza conoscenza ed esperienza. Mi accontento di riconoscermi una buona competenza in materia di neve e valanghe”. L’invito a chi ci segue è di fare tesoro dell’intervista che l’amico Renato ha concesso a MountCity e di cui la redazione non può che manifestargli la più viva gratitudine.

A memoria d’uomo, non si è mai vista così poca neve sulle Alpi. In queste condizioni aumenta il numero d’incidenti per valanga. Un paradosso?

Un paradosso è un’affermazione che, indipendentemente dalla sua verità o falsità intrinseca, è presentata in forma tale da sorprendere il lettore o l’uditore. Vediamo dunque se l’affermazione “poca neve = tanti incidenti” è effettivamente un paradosso. La memoria dell’uomo è labile, perciò ci si deve affidare alla memoria cartacea e, ai tempi nostri, alla memoria virtuale. Senza andare troppo in là nel tempo, dal mio archivio estraggo uno dei dati che si riferiscono all’inverno 1980/81: precipitazioni totali sulla stazione di Macugnaga = 27 cm. Quello è stato l’inverno critico per moltissime stazioni sciistiche, del tutto prive di neve, ed è stato anche l’inverno che ha dato un deciso avvio alla costruzione degli impianti d’innevamento artificiale. Nel numero 104 di Skialper, nelle edicole verso i primi di febbraio 2016, dovrebbe comparire un mio articolo centrato sull’argomento dell’incremento d’incidenti negli inverni con neve scarsa. In effetti accade che gli appassionati vadano a cercare la neve nei pochi posti in cui ce n’è un minimo sciabile: combe e canaloni all’ombra, in cui un magro strato di neve è rimasto a lungo in ambiente freddo e si è trasformato in uno strato di brina di profondità. Qui si è facilmente formato quel cocktail micidiale di brina sotto e lastrone da vento sopra e la trappola è pronta: basta applicare al lastrone il sovraccarico esercitato da uno sciatore per farla scattare. Infatti il lastrone trasmette il sovraccarico alla neve sottostante, priva di coesione e poco resistente ai carichi istantanei – la neve di fondo collassa ed il lastrone, privo di sostegno, va in frantumi. La rottura, istantanea ed estesa a tutto il lastrone, non lascia possibilità di fuga e la neve si porta via chi ha fatto scattare il meccanismo. Dunque l’affermazione non è un paradosso, infatti, se la neve fosse abbondante, gli sciatori si distribuirebbero meglio sui numerosi pendii sciabili e non si convoglierebbero soltanto verso punti critici.

Per ridurre il rischio d’incidenti quale ritiene che possa essere un metodo imprescindibile?

Usare una delle quattro virtù cardinali: la prudenza, che non è l’anticamera della paura, ma la capacità di dirigere l’intelletto in modo da discernere ciò che è corretto da ciò che è errato. In altri termini: a) avere coscienza del pericolo rappresentato dalla valanga; b) assumere tutte le informazioni possibili sulla “tendenza al distacco spontaneo” (la lettura della carta fornisce le informazioni di base relative all’inclinazione del versante ed alla sua morfologia – combe, canaloni, tratti sottovento, ecc.); c) assumere informazioni qualificate sulle condizioni di stabilità-instabilità del manto nevoso (Bollettini valanghe); d) imparare ad osservare il paesaggio: ambiente morfologico (combe, canaloni, cambi di pendenza, ecc.) e ambiente vegetale (pascoli aperti, arbusteto, bosco denso e bosco rado, ecc.) e pensare ad una possibile relazione causa-effetto; e) mparare ad osservare la superficie della neve che, in presenza di sastrugi, cornici, gonfie, ci fornisce indizi relativi alla direzione del vento ed alla probabile localizzazione di lastroni nelle zone sottovento.

Valanga da Aosta
Un’anomalia si è manifestata sul Ruitor. Una grande valanga che non è fra quelle censite nell’ultimo secolo è visibile perfino dalla centrale piazza Chanoux di Aosta (FotoLapo, da La Stampa, per gentile concessione)

Nella sua battaglia per aumentare i margini di sicurezza quali risultati ritiene di avere raggiunto e con quali mezzi?

Puoi fare il conto di quanti sono stati coinvolti in incidenti, ma non puoi fare altrettanto per conteggiare quanti hanno evitato l’incidente grazie alle informazioni che hai trasmesso loro. Non ho mai condotto una battaglia per incrementare la sicurezza, ma credo di essermi comportato da buon professionista quando sono stato chiamato alla formazione di altri professionisti dell’ambiente alpino, come Guide, Maestri, addetti alla manutenzione di impianti idroelettrici, addetti alla gestione del pericolo di valanghe (Commissioni valanghe), specialisti per l’uso di sostanze esplosive atte a provocare il distacco artificiale di masse nevose instabili, ecc. Mi è accaduto di ricevere lettere ed e.mail (l’ultima prima di Natale) ed anche telefonate di allievi che mi ringraziano per quanto sono stato capace di trasmettere ed ancora mi chiedono consigli.

E’ convinto anche lei che l’esperienza in certi casi possa tradire rappresentando un elemento di rischio in più?

Al contrario, l’esperienza, intesa come conoscenza pratica del mondo della montagna invernale, è un elemento molto utile per la mitigazione del rischio. Ciò che può essere elemento di rischio è la presunzione di essere esperti. André Roch, uno dei primi e più preparati studiosi della neve, è stato un mio maestro ed un giorno mi ha detto: “Renatò, moi aussi j’ai été pris dans une avalanche: moi, j’etais un expert, mais l’avalanche ne le savait pas”.

La variabilità insita nei sistemi naturali è sufficiente per spiegare l’elevato numero d’incidenti in situazioni evidentemente pericolose?

Se la situazione è evidentemente pericolosa vuol dire che la variabilità, intesa come l’attitudine di un fenomeno ad assumere differenti modalità quantitative e/o distributive nello spazio, è minima, perché l’instabilità è largamente diffusa. Questa instabilità viene segnalata mediante opportuni parametri, come quelli della scala del pericolo, che io preferisco definire un codice di instabilità. La variabilità è uno dei caratteri tipici del manto nevoso, tuttavia le variazioni non sono legate a capricci della natura, ma a leggi fisiche in gran parte note; quanto ho indicato nella risposta al secondo quesito è un metodo utile a riconoscere la variabilità.

Sia nel caso recente dei cinque militari morti al Frejus sia in quello degli studenti morti a Les deux Alpes, vi è un responsabile che ha sottovalutato la situazione. Si tratta solo di superficialità nel comportamento di questi cosiddetti esperti o c’è dell’altro?

Per superficialità io intendo una negligenza, aggravata dalla mancanza di perizia e di prudenza, eventualmente peggiorata dalla palese inosservanza di norme divieto. Nel caso de Les Deux Alpes, alla luce delle informazioni riportate dai media, la responsabilità sembra ricadere esclusivamente sul professore, unico responsabile del gruppo. Invece, quando esiste una gerarchia di comando, esiste anche una gerarchia delle responsabilità quindi, nel caso dei militari della Légion Etrangère, l’inchiesta interna e le indagini della magistratura dovranno, in primo luogo, accertare: a) chi ha dato l’ordine di avvio dell’esercitazione; b) su quali basi ha giudicato accettabili le condizioni di rischio; c) quali disposizioni ha dato in merito alla sicurezza. In secondo luogo dovrà essere accertato se il personale in esercitazione si è effettivamente attenuto alle disposizioni ricevute.

Senza sicurezza non c’è divertimento, raccomanda la Scuola Graffer. Ma parlare di sicurezza nello sci fuoripista non è forse un’utopia?

Per sicurezza s’intende una situazione priva di pericoli, che nello sci fuori pista è un’utopia. Il pericolo può essere presente in misura maggiore o minore, ma c’è sempre. Non conosco la scuola di Graffer, francamente, la sua mi pare una pretesa eccessiva, fortemente riduttiva di quel “piacere di libertà e di avventura” senza il quale il “fuori pista” si avvicinerebbe allo sci su pista, ormai costretto tra paletti di delimitazione, reti di recinzione e di sicurezza, segnaletiche e divieti. Più che di sicurezza, parlerei di valutazione del rischio, argomento che tratterò presto sulla rivista Skialper.

Val Bregaglia Natale 2015
I monti della Val Bregaglia privi di neve negli ultimi giorni del 2015 (ph. Serafin/MountCity)

Come sensibilizzare maggiormente l’utenza sul contenuto dei bollettini di previsione del pericolo valanghe?

Dal punto di vista del richiamo dell’attenzione, ritengo che dialogare sia più efficace che scrivere, ma … “verba volant, scripta manent”, ed un manuale può essere consultato in più occasioni. Parlare e scrivere sono i due sistemi più in uso per “comunicare” e qui entra in ballo la capacità di comunicazione dell’oratore e dello scrittore. Quando leggo un libro tengo sempre in mano una matita, che mi serve per sottolineare, per segnare a margine, per annotare ciò che condivido o che rigetto. Un libro che non mi ha comunicato nulla è quello che, a fine lettura, è rimasto senza note. Allo stesso modo, se dall’uditorio non giungono domande, vuol dire che l’oratore non ha suscitato curiosità, non ha stimolato l’interesse ad approfondire l’argomento.  Il 13 dicembre dell’anno scorso, l’Arpa Piemonte ha organizzato un incontro di un’intera giornata per illustrare il Bollettino Valanghe emesso dalla Regione. In mattinata diversi funzionari dell’ente hanno mostrato, con l’ausilio di eccellenti audiovisivi, i mezzi ed i procedimenti per la redazione e la diffusione del Bollettino Valanghe e per comprenderne i contenuti. Un ottimo lavoro, ma i relatori mi sono parsi poco comunicativi, mi sembravano tesi, visibilmente impegnati nel perfetto funzionamento dei mezzi di comunicazione e, perciò, privi di un rapporto diretto, caldo e affabile, con il pubblico, peraltro numeroso e attento. Nel pomeriggio si è tenuta una tavola rotonda tra numerosi tecnici ed esperti di montagna, scialpinismo e fuori pista. Anche in questo caso, ogni intervistato ha esposto il suo punto di vista, ma non è riuscito a coinvolgere l’uditorio. Ho pensato che, forse, invece di chiamare dei campioni, dei fenomeni del fuori pista e del free ride, che sciano su un altro pianeta, sarebbe stato meglio far intervenire i proletari del fuori pista, sentire i loro problemi, conoscere le loro richieste. A conclusione lavori, l’assenza di domande mi ha fatto pensare che, se invece di organizzare la tavola rotonda avessero consegnato ai presenti un foglietto con domande e risposte scritte, il risultato sarebbe stato lo stesso. A fine relazione avevo preso solo una paginetta di appunti, sulla base dei quali ho fatto un intervento; non ricordo con esattezza se sono seguiti altri interventi, ma mi pare di no e questo, a mio parere, è un segno di difetto di comunicazione. Queste appena indicate sono vie di comunicazione efficaci, ma occorre che l’oratore ponga calore nella sua esposizione per ottenere la “partecipazione” dell’uditorio. Sul piano pratico, sono convinto che, innanzi tutto, si debbano convincere dell’utilità del Bollettino Valanghe i Professionisti (Guide e Maestri di sci) ed i Responsabili delle diverse scuole del CAI ed enti similari. Tocca a loro, che sovente lo snobbano, il compito di leggere il Bollettino ai partecipanti prima di iniziare l’escursione, quindi commentarlo, rendere chiari gli elementi positivi e negativi relativi all’escursione in programma. Gita durante, la lezione deve continuare, a) richiamando l’attenzione sull’ambiente e mettendo la situazione presente a confronto con il contenuto del Bollettino, b) stimolando le domande, rispondendo alle domande. Non è certamente il solo modo, ma questo è uno dei metodi per “essere maestro, è il procedimento migliore per “formare” gli allievi alla montagna invernale.

La maggior parte degli incidenti si verificano benché il pericolo sia evidente. Quale può essere, in estrema sintesi, la spiegazione?

Oltre ai casi di superficialità di cui abbiamo già parlato, abbiamo i casi di sfida: secondo il Bollettino la situazione presenta dei rischi ma “se non vado adesso non sarò il primo, quindi sarò un perdente”. Così qualcuno, per evitare di perdere la sfida perde la vita.

Può indicarci per concludere tre precauzioni elementari?

Ne basterebbe una, di cui ho già detto: “Essere prudenti”, nella sua accezione di essere capaci di discernere un comportamento corretto da uno errato. Un vecchio proverbio genovese, che trascrivo in italiano, dice: “La sfortuna è un grifone che gira intorno alla testa del belinone (fesso)”. Il detto continua ancora, ma tralascio di citarlo perché dovrei usare un linguaggio da “camallo”. Ma i “giovani” colgono ogni invito alla prudenza come una superata raccomandazione dei “vecchi” e, in parte hanno ragione; io stesso, parafrasando De André, ho iniziato a dare buoni consigli quando non sono più stato capace di dare cattivi esempi. Ed allora vediamo le tre precauzioni elementari, tenendo presente che per precauzione si intende un comportamento diretto ad evitare un pericolo imminente o possibile e, qui non si scappa, questo non è che l’inizio di un comportamento prudente: a) “essere formati”, cioè possedere un buon bagaglio di conoscenze di base; b) “essere informati”, ossia aver assunto le opportune informazioni relative all’ambiente (inclinazione, morfologia, copertura vegetale,…) ed alla situazione meteo-nivologica presente e sua evoluzione prevista; c) “essere osservatori”, ovvero guardarsi intorno e mettere a confronto ciò che si vede con ciò che sappiamo (formazione) e con ciò che ci ha detto il Bollettino (informazione).

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