Le Alpi miraggio per i migranti?

La rivista telematica “Dislivelli” è in rete nel mese di febbraio 2016 con un numero monografico dal titolo volutamente provocatorio: “Montanari per forza”. Un contributo che la rivista ha voluto dedicare a quei nuovi abitanti delle Alpi e degli Appennini provenienti da paesi lontani. Dal fascicolo in pdf che è possibile scaricare gratuitamente dal sito http://www.dislivelli.eu/blog/ è tratto il saggio del professor Annibale Salsa, antropologo, dal titolo “Le Alpi: terra di migrazioni, terra di rifugio” che qui pubblichiamo per gentile concessione. Le immagini che illustrano questo post si riferiscono invece allo spettacolo “Miraggi migranti” messo in scena dalla compagnia Stradevarie con la partecipazione di Alem, una ragazza etiope approdata tra le “montagne del marmo” per mettere a frutto il suo talento di artista.

Dislivelli febbraio 2016Un saggio di Annibale Salsa per “Dislivelli”

Storicamente, nei momenti di crisi sociale, economica, etico-morale, torna l’interesse per la montagna. Potremmo allora ripensare oggi, nei modi e nelle forme della contemporaneità, ad esperienze passate che hanno cambiato il volto delle Alpi. E accettare la sfida per l’immediato futuro attraverso la politica, la demografia e la gestione consapevole di territori alpini. Le montagne, in generale, sono state rappresentate da molte culture e società arcaiche alla stregua di archetipi della realtà materiale ed immateriale del cosmo. Da un lato, quindi, esse venivano percepite come la materializzazione del sacro e del “numinoso”, dello spazio inviolabile, del tramite fra dimensione tellurica e uranica (“palo sacro”). Nel ripensare a quanto ci è pervenuto attraverso le narrazioni cosmologiche, per tradizione orale o scritta (“religioni del libro”), la montagna si associa ad immagini ricorrenti di un luogo tutto particolare, unico ed irripetibile, diverso dagli altri spazi geografici. Questa visione, apparentemente datata e mitologica, non si è completamente estinta nelle società a noi più vicine. Nei momenti di crisi sociale, economica, etico-morale, la montagna ritorna al centro di un’attenzione che, pur se circoscrivibile entro piccole enclaves sociali talora “dissidenti” – come direbbe l’antropologa inglese Mary Douglas – esprimono tuttavia nuovi bisogni di rottura con la “prosa del mondo” e nuove istanze di riposiziona- mento lavorativo ed esistenziale. In Europa, le Alpi sono state protagoniste importanti di una svolta epocale, soprattutto a partire dall’anno 1000. Svolta collegabile a quelle coupures (fratture) di carattere sociodemografico, istituzionale ed ambientale, che hanno aperto scenari inediti in questa nostra realtà montana, molto strategica dal punto di vista geopolitico.

Anche le paure “millenariste”, legate alla profezia apocalittica della fine del mondo, hanno riproposto il ruolo delle montagne quali destinazioni sicure dal sapore escatologico. Ma queste considerazioni, certamente significative nella visione della montagna “metafora della vita”, hanno poco di rilevante dal punto di vista che qui ci interessa evidenziare. Viceversa, il richiamo ai grandi mutamenti di ordine economico-sociale, accompagnati da profonde trasformazioni politico-istituzionali e giuridico-amministrative, hanno fatto delle Alpi un laboratorio a cielo aperto nell’invenzione di nuove forme di abitabilità.

Alem Miraggi Migranti
Alem Teklu, pittrice etiope e migrante, appare nella foto grande sopra il titolo e qui sopra al centro con la musicista Alessandra D’Aietti e la regista e interprete Soledad Nicolazzi (a destra) nello spettacolo “Miraggi migranti” della compagnia Stradevarie che racconta una grande illusione: quella di chi, dai villaggi dell’Africa, immagina che la Fortezza Europa racchiuda un eldorado di pace e prosperità. Alem vive e opera da qualche tempo a Carrara, tra le Alpi Apuane, le montagne del marmo famose in tutto il mondo. Vedere il  trailer dello spettacolo distribuito da Campsirago Residenza.

I territori alpini sono diventati, così, terra di nuove migrazioni di popoli nonché rifugi sicuri da persecuzioni religiose e repressioni politico-militari. Si pensi, in riferimento alle persecuzioni religiose, alle valli rifugio dei valdesi, dei dolciniani. Tuttavia è alla grande colonizzazione rurale medievale delle Alpi, sviluppatasi tra il XII ed il XV secolo, che bisogna guardare con maggiore interesse. Essa ha tratto beneficio, infatti, da condizioni particolari che possiamo ricondurre a due aspetti salienti. Da una parte, sono state elaborate strategie politiche volte a presidiare stabilmente le alte terre ed i passi, immettendo nuovi nuclei di popolazioni. Dall’altra parte, hanno concorso nel rendere possibile la rivoluzione demografica i mutamenti ambientali del cosiddetto “piccolo optimum climatico”. Ciò è documentato da attendibili fonti storiche e dalla storiografia della Scuola francese delle Annales, dove spicca il magistrale saggio di Emmanuel Le Roy Ladurie: «Histoire du climat après l’an mil» (1983). L’intersecarsi di questi due fattori ha generato migrazioni di coloni- contadini resi liberi mediante l’affrancamento dalle servitù feudali. Migrazioni che sono state governate da sapienti e mirate regie politiche. Gli spostamenti di nuclei familiari venivano fortemente incentivati dalla concessione di privilegi vincolati alle cosiddette “libertà di dissodamento” le quali, ancora oggi, costituiscono la base giuridica dell’autogoverno democratico e delle autonomie alpine.

Le terre incolte delle montagne, grazie alle condizioni di favore intenzionalmente concesse da proprietari e soggetti istituzionali (monasteri, vescovati, feudalità laica), diventano luoghi di abitabilità a carattere permanente. Anteriormente a questi radicali cambiamenti, i territori in questione erano semplici mete stagionali dell’estivazione alpi-colturale. Si pensi, ad esempio, alla diaspora intra-alpina di cui furono protagonisti i coloni walser. Lo storico della grande epopea migratoria vallesana – Enrico Rizzi – ha pubblicato, in una fondamentale raccolta di regesti dal titolo: “Walser Regestenbuch/Fonti per la storia degli insediamenti walser” (1991), ben 640 documenti d’archivio. Attraverso tali testimonianze ci rendiamo conto che la vita umana sulle “alpi Somme” non sarebbe stata possibile senza buone pratiche tendenti a favorire migrazioni pianificate e produttive di uomini provenienti da territori esterni alle Alpi stesse, uomini “fattisi così – scriveva lo storico Luigi Zanzi – nuovi montanari”.

Viene allora spontaneo chiederci se non potremmo ripensare oggi, nei modi e nelle forme della contemporaneità, ad esperienze pur così lontane nel tempo ma che hanno cambiato il volto (ossia il paesaggio culturale e l’ambiente naturale) delle montagne alpine. Ancora una volta, perciò, la politica, la demografia e la gestione consapevole di territori estremi come le Alpi sono le nuove sfide che ci attendono per l’immediato futuro.

Annibale Salsa

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