Senza corde né chiodi

Honnold cover

Alex Honnold offre in questo febbraio 2016 un’ennesima dimostrazione di forza compiendo in un solo giorno con Colin Haley l’attraversamento completo delle quattro principali vette del massiccio del Torre, in Patagonia (Cerro Torre, Torre Egger, Punta Herron e Cerro Standhardt). Impresa straordinaria, senza precedenti. Negli stessi giorni nelle librerie italiane esce il suo primo libro scritto con la collaborazione di David Roberts. Titolo? “Nel vuoto, solo in parete” (Fabbri editori, 263 pagine, 19 euro). L’aspetto più interessante della sua testimonianza riguarda probabilmente il duro lavoro preparatorio svolto in funzione delle sue vertiginose esibizioni in totale assenza di corde né chiodi. “Tutta questione di preparazione”, spiega Honnold il fenomeno. “Una volta sulla via si tratta soltanto di eseguire dei movimenti”. Semplice, no? Honnold descrive in ogni dettaglio nel libro il suo modo di procedere imperturbabile sulle big walls. Calma e gesso. E mai distrarsi come capitò tragicamente a Paul Preuss nel 1913 durante un free solo nelle Alpi austriache. L’ipotesi di Alex sulla fine del suo illustre maestro e predecessore è piuttosto originale. Preuss si ferma dunque a mangiare una mela e tira fuori il coltello (ritrovato poi al piede della parete accanto alle spoglie) che però gli scivola di mano e lui si piega in avanti per afferrarlo “dimenticando per un momento dove si trova”.

Molte pagine nel libro di Honnold sono occupate dal suo “free solo” sul Moonlight Buttress, un’interminabile fessura in cui è capitato che si sia limitato a incastrare solo le prime falangi delle dita. E’ stufo però, Alex, che tutti gli chiedano dei rischi che corre e del perché li corre. Lo sa anche lui che tutto può succedere, anche rompere un appiglio o mancarlo e cadere. Infatti ogni tanto di notte nel furgone in cui di preferenza alloggia gli vengono degli incubi. “Mi vedo rimbalzare giù dalla cengia”, racconta ancora nel libro, “rotolare sulla montagna come un bambola di pezza e schiantarmi al suolo rompendomi l’osso del collo”. Ma poi, si sa, è il destino cinico e baro a decidere: pensate alla malasorte di Schumacher inchiodato in un letto, dopo tanto rischiare al volante della sua Ferarri, per una banale caduta sugli sci. O alla fine di Fogar per non essersi allacciato il casco.

Honnold
Ogni tanto, un incubo…

Ma è giusto pretendere che a trent’anni Alex Honnold possa chiarire in un libro tutti i suoi problemi esistenziali? Come qualcuno ricorderà, l’accademico del Cai Pietro Crivellaro espresse a suo tempo riserve su Honnold nelle pagine letterarie del Sole 24 Ore. “E’ vera gloria”, si era chiesto, “tutto quel rischiare la vita, quello starsene in piedi su una cengia lassù nel vuoto, a qualche centinaio di metri da terra, in mezzo all’immensa muraglia di roccia liscia verticale?”. Ma se Honnold non si comportasse così, viene da aggiungere, godrebbe dei favolosi contratti con La Sportiva, Clif Bar, England Ropes e soprattutto con North Face? A parte tale fondamentale aspetto, il fatto che questo trentenne americano padre di famiglia metta ripetutamente in gioco la vita dovrebbero essere affari suoi. Potrebbe anzi rappresentare un esempio da seguire come suggerisce Davide Torri, educatore e presidente dell’associazione di promozione sociale “Gente di montagna”, citando Eschilo che, nel Prometeo incatenato, ci parla del primo dono che l’eroe mitologico ha dato agli uomini: non il fuoco, ma l’oblio dell’ora della morte. “Spensi all’uomo la vista della morte”, dice Prometeo. Vuoi vedere che Alex ci aiuta, bontà sua, a tenere lontana l’idea della nostra fine?

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