Trekking “sociali” nell’Appennino Reggiano. E i ragazzi dello Stradello tornano a sorridere

Stradello logoLo Stradello è una cooperativa sociale che ospita ragazzi con disabilità psicofisiche e che ha sede in un bel podere vicino a Scandiano, nel Reggiano, sulle prime colline che s’innalzano dalla Pianura Padana per spingersi verso l’Appennino. Dal panorama che circonda la cooperativa e specialmente dalla passione per la montagna di un operatore della cooperativa e di un socio volontario, è nata l’idea di avvicinare i ragazzi all’escursionismo. Maurizio Fajeti è un operatore dello Stradello, esperto escursionista e sempre in azione per inventare nuove attività per i ragazzi della cooperativa. Fulvio Torreggiani è l’ex presidente dello Stradello, anche lui da molti anni appassionato di escursionismo, e socio del Cai. Una volta andato in pensione è rimasto come socio volontario. Senza sapere che si sta sviluppando in questi anni una disciplina che si chiama montagnaterapia (anche nella vicina Reggio Emilia il Cai e il Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Ausl hanno avviato con successo un interessante progetto), Maurizio e Fulvio hanno utilizzato le loro competenze nel lavorare con ragazzi con disabilità psicofisiche e la loro esperienza escursionistica per organizzare ogni settimana un’uscita in campagna e in montagna.

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“Al termine di ogni uscita i ragazzi sono felici e stanno bene”, racconta Maurizio Fajeti, operatore della Cooperativa Lo Stradello.

“Mi sono chiesto più volte”, racconta Maurizio Fajeti, “che cosa sarebbe successo se si fosse provato a mettere delle persone con disabilità psichiche davanti a ulteriori ostacoli, anziché cercare in tutti i modi di eliminarli dal loro percorso. Da questa riflessione è nato un progetto: abbiamo deciso di confrontare i nostri ragazzi con ostacoli reali, non ostacoli sociali o pregiudizi, ma vere e proprie difficoltà che in certi casi avrebbero potuto anche comportare una sconfitta ma che, in caso di successo, si sarebbero trasformate in un punto di non ritorno, quella vittoria nessuno avrebbe mai più potuto sottrargliela. L’idea del trekking è stata una folgorazione, sono quasi trenta anni che faccio l’educatore e in tutto questo tempo non ho mai sentito nessuno proporla come attività, passeggiate sì, ma veri e propri trekking neanche a parlarne, quindi, mi sono detto proviamo. Ne abbiamo parlato a lungo io e Fulvio, anche lui appassionato (anzi, esperto) di montagna, ma ancor prima volontario di Stradello, dopo esserne già stato il presidente, e la sua risposta che suonava come un ‘perché no’, mi ha fatto prendere la decisione. Abbiamo chiesto ai ragazzi chi aveva voglia di fare un’esperienza fuori dall’ordinario, e dopo che uno di loro non ha esitato a definire ‘irripetibile’, siamo partiti. All’inizio con percorsi pochi impegnativi, ma via via sempre più audaci, e forse in certi casi ‘estremi’. Il gruppetto iniziale nel frattempo è cresciuto perché i pionieri al rientro dalle uscite portavano il loro entusiasmo nei racconti che facevano ai compagni e ben presto anche altri si sono voluti unire. Poi con la stagione fredda abbiamo giocoforza dovuto aggiungere una variabile ‘culturale’ alle camminate nel territorio. Abbiamo scoperto che i musei, le mostre, le gallerie e altre iniziative al coperto, oltre che all’anima fanno bene anche alla salute, perché si può stare al caldo, e il nostro trekking sul territorio si è trasformato in trekking e cultura. Ora, dopo un anno di sperimentazione, di grandi successi e piccole sconfitte, posso dire di riconoscere le tracce del cambiamento che è avvenuto in ognuno dei miei compagni di viaggio”.

“E’ impressionante”, spiega ancora Maurizio, “come sia aumentata in tutti l’intraprendenza, la curiosità, lo spirito di gruppo e la disponibilità ad aiutare l’altro nei rispettivi limiti. Li vedo tutti più audaci e sicuri dei propri mezzi, ma soprattutto percepisco la voglia, il desiderio di vedere fuori, il mondo, conoscere persone e luoghi, forse recuperare il tempo perduto. Queste persone con disabilità psichiche, hanno sindromi genetiche, forme autistiche, lesioni cerebrali neonatali, in generale presentano un’evoluzione mentale rallentata, sono più genuini, forse ingenui, certamente hanno meno filtri sociali, e mi chiedo, a volte se effettivamente questo si possa definire ritardo mentale o evoluzione mentale. Li ho visti, in questi mesi, rifiorire ad una nuova adultità, sperimentare sulla propria pelle le sfide che ogni adolescente affronta nel suo percorso di crescita, li ho visti percepire gli stimoli dell’arte, del bello, del volgere delle stagione. Li ho visti delusi per gli insuccessi, e li ho visti ridere di gioia per le piccole scoperte, per le battute, per la vita che si apre davanti a loro, che forse già non se lo aspettavano. Il cammino impone un suo ritmo, un suo respiro, un continuo passare dal dentro al fuori, dal sé all’altro, dall’introspezione alla contemplazione pacificatrice della natura. Questo e tanto altro ancora è fare trekking. Ho un solo rimorso di questo percorso, quello di non poterli portare tutti i ragazzi con cui lavoro in questo viaggio di riscoperta della vita attraverso la grande metafora del cammino. Sono troppi e ora il passo successivo sarà quello di far si che in un modo o nell’altro, questa esperienza possa essere ripresa da altri gruppi, perché provate a dirglielo voi adesso a quelli che già la stanno facendo che ora dovrebbero rimanere dentro perché è il turno di qualcun altro. Quando hai assaggiato le esperienze che il mondo ti propone poi è dura rinunciarvi”.

I trekking dello Stradello sono cominciati nelle campagne intorno alla cooperativa, poi con gradualità il gruppo si è spostato verso mete per i ragazzi più impegnative: all’attivo ci sono uscite alla Tana della Mussina, nelle colline tra Scandiano e Albinea, al Tanone della Gacciolina nei suggestivi Gessi Triassici del Secchia, ai “vulcanetti” di Regnano sulle colline di Viano, alla Grande Quercia sopra Rondinara, fino a toccare la Pietra di Bismantova partendo da Ginepreto, dove ha sede un’altra cooperativa sociale, Il Ginepro.

“Era inusuale per i ragazzi della cooperativa”, aggiunge Maurizio, “fare trekking, e suscitare un po’ di stupore non guasta mai; perché si incontrano persone, luoghi, situazioni, storie, ci si contamina con il territorio; perché camminare è di per sé una terapia. Nelle origini di tutti noi ci sono le popolazioni nomadi della preistoria, il movimento è nel nostro Dna e il movimento è vita e si contrappone alla catatonia tipica di molte malattie mentali. Il trekking attiva i nostri sensi; la vista, l’udito, l’olfatto. Il tatto. Il gusto. Perché al termine di ogni uscita”, conclude Fajeti, “i ragazzi sono felici e stanno bene, e già solo questa è per noi una risposta più che sufficiente”.

Carlo Possa

http://www.lostradello.it

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