Nel Sikkim sulle orme di Maraini alla ricerca del “gigante sconosciuto”

Ardito Il gigante sconosciuto_Esec.inddFosco Maraini che di toponimi orientali era pratico lo chiamava Cancenzongà. Vi era salito per un bel pezzo con gli sci e ricorda che il Kangchenjunga (noi occidentali oggi lo chiamiamo così), terza montagna del globo per altezza, scintillava libero nel sole, coronato da nubi abbaglianti, “come un castello incantato di marmoree sostanze imperiture”. Stefano Ardito al Kangch ha dedicato in questi giorni uno dei suoi più bei libri, “Il gigante sconosciuto” (collana Exploit di Corbacci, 304 pagine, 19,90 euro), appena uscito nelle librerie. Rievoca le ascensioni di Reinhold Messner e Doug Scott, di Jerzy Kukuczka e Pierre Béghin, di Anatoli Boukreev, di Nives Meroi e di tanti altri. Segue i viaggi di Giuseppe Tucci e Mark Twain, e le esplorazioni di Fosco Maraini, Vittorio Sella e Douglas Freshfield. La lettura di queste pagine ha risvegliato in Marina Nelli, appassionata viaggiatrice, il ricordo di un trekking compiuto in quel Paese nel 1988. Dal suo diario sono tratte le note che pubblichiamo per gentile concessione.  

Terremoti, frane, ponti saltati e, dulcis in fundo, le sanguisughe

Notte di ragni doveva essere. Già pregustavo il piacere di scrivere stamattina “dopo il topo, il ragno gigante”, subito buttato fuori dalla finestra nella notte umida. Senonché stanotte oltre ai ragni c’è stato il terremoto, passata la mezzanotte, di tipo sussultorio, mentre fuori imperversava una pioggia continua. Eravamo appena riusciti ad addormentarci dopo aver urlato di smetterla ai cani che ululavano impazziti. Avevano ragione loro, sentivano il terremoto. Ha continuato a diluviare fino alle 7 del mattino, per cui il programma di alzarci alle 5 e partire a piedi alle 6 è saltato. La nostra guida ci comunica che probabilmente sono crollati tutti i ponti ma che non ci sono notizie certe e alle 9 partiamo avviandoci verso l’alto. Arriveremo al 1° ponte per vedere la situazione.

Trekkers in Sikkim
Sosta alla Trekker’s Hut di Dzongri, a 4.000 metri di quota. L’autrice di queste note è la quinta da sinistra. Nella foto in alto il Kangchenjunga, 8596 m

La cosa più stressante psicologicamente è la continua lotta con le sanguisughe. Si cammina sempre sotto la pioggia, affondando nel fango in mezzo a una foresta gocciolante e marcia, prede senza scampo delle bestiole pronte a succhiarti il sangue, appostate ovunque, sulle foglie degli alberi in alto e sulle pietre per terra. E poi c’è l’attraversamento del torrente in piena con risalita di IV grado di una frana e arrampicata su una scaletta costruita là per là con canne di bambù e pietre, in bilico su acque schiumose e giallastre che corrono rovinosamente a valle trasportando grossi macigni.

L’ultimo atto è la risalita finale nelle tenebre più fitte, sempre su terreno scivoloso: qui Tony, il nostro compagno di Londra, si sente male, non riesce più a camminare e devono arrivare dei portatori con le pile per aiutarlo, mentre Cristine si perde e una squadra di soccorso parte per cercarla. Ma ritrovarsi alla fine, dopo un’altra giornata di salita, nel paesaggio bellissimo dei 4000 metri, tra dolci ondulazioni su cui sventolano le bandiere colorate con le preghiere, vicino agli stupas, dà un grande senso di pace e di serenità, e a un tratto spunta nel cielo, alto e candido, il Kangchenjunga. E anche solo intravederlo nel rapido passaggio delle nuvole è emozionante.

Marina Nelli

http://www.corbaccio.it/

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