La lunga notte di Sorgato alle Lavaredo

Sorgato
Roberto Sorgato (ph. Serafin/MountCity). Nella foto sopra il titolo le Tre Cime di Lavaredo (ph. M. Milani, per gentile concessione).

Il bellunese Roberto Sorgato, classe 1937, accademico dal 1957, tra i grandi dell’alpinismo in Dolomiti, ha accettato di raccontarsi – cosa che gli capita raramente – a Silvana Rovis nel trimestrale “Le Alpi Venete”, rassegna triveneta del Cai. L’intervista occupa dieci pagine con bibliografia finale. Come sempre la Rovis ha condotto in modo magistrale l’incontro con il prestigioso interlocutore esplorando ogni piega della sua romanzesca vita di alpinista. Tra le avventure più straordinarie va sicuramente annoverato il tentativo di scalata invernale alla via Jean Couzy alla Cima Ovest di Lavaredo. Era il febbraio del 1961. “Mentre mi apprestavo ad attrezzare il nostro terzo bivacco proprio sotto l’enorme tetto”, racconta Sorgato, “un chiodo si sfilò e io volai per 40 metri, rimanendo a penzoloni con la testa in giù. Momenti di panico, anzi terrore. Nesuno poteva aiutarmi. Sono riuscito a girarmi in qualche modo e a recuperare dalla tasca un laccio da scarponi con cui ho fatto un prusik e sono risalito lungo la corda fino a raggiungere Giorgio (Ronchi). Dopo una notte lunghissima e durissima (c’era una bufera), all’alba iniziammo a superare il tetto, arrivando ben presto sulla cengia sovrastante e da qui allo spigolo Demuth, dove siamo stati raggiunti dai nostri soccorritori tra cui gli Scoiattoli con Ettore Costantini ‘Vècio’, nel frattempo allertati dagli amici che stavano alla base della parete”. Ma come sarebbero andate le cose senza il provvidenziale arrivo degli Scoiattoli? E quanti sacrifici è costato questo intervento notturno agli intrepidi cortinesi? Rileggiamo la testimonianza raccolta nel 2004 nel libro “Soccorsi in montagna” (Ferrari edtore), premio speciale Gambrinus Giuseppe Mazzotti.

“Fu una lotta contro il tempo”

Alpi venete
La copertina delle Alpi Venete che riporta l’intervista a Sorgato.

Il 1961 resta scolpito nella memoria degli Scoiattoli per il soccorso alla fortissima cordata Sorgato-Ronchi impegnata nell’ascensione invernale della via Couzy sulla cima Ovest di Lavaredo. L’incidente avviene il 28 febbraio. La squadra si mette in moto il 1° marzo alle ore 1.30. Dopo essersi portati alla base della cima con l’ausilio del gatto delle nevi, i soccorritori percorrono la via comune e, raggiunta la vetta, si calano lungo lo spigolo Demuth. Nella zona imperversa una fortissima bufera di neve e più di un soccorritore accusa sintomi di assideramento. Raggiunti i due alpinisti in difficoltà operando con difficoltà estreme sulla parete interamente ricoperta di neve e ghiaccio, soccorsi e soccorritori iniziano assicurati dall’alto la risalita lungo lo stesso spigolo. Dopo quattro ore di dura lotta si ritrovano tutti in cima e inizia la discesa per la via comune. Alle ore 20 raggiungono il rifugio Auronzo sani e salvi. “E’ il soccorso più difficile e pericoloso compiuto dagli Scoiattoli durante tutta la loro attività”, si legge negli annali raccolti da Carlo Gandini. “C’ero anch’io quel giorno”, ricorda lo “scoiattolo” Lorenzo Lorenzi che è stato per vent’anni capo della stazione di Cortina. E come dimenticare la sera in cui arrivò la chiamata per strappare alla montagna Sorgato e il suo compagno? “Siamo tutti allo stadio del ghiaccio a goderci la partita di hockey Italia-Francia. Veniamo pizzicati uno per uno sul più bello con l’altoparlante. Ricordo che senza fiatare lasciamo tutti insieme lo stadio e corriamo a casa a cambiarci. Non c’è un minuto da perdere. Da Misurina ci dicono che sono stati gli amici bellunesi della cordata, quelli che dal basso seguono le manovre dei due, ad allertare il soccorso. E’ buio pesto e fa un freddo boia quando iniziamo la salita sulla cima Ovest e caliamo per la Demuth fino all’altezza degli strapiombi. Quando comincia ad albeggiare attraversiamo sulla parete nord fino al grande tetto chiodando accuratamente per assicurarci la ritirata. Da quel tetto Sorgato non so come sia riuscito a venire fuori. Ma per sua e nostra fortuna lo troviamo già in salvo quando arriviamo. Sano e salvo, ma molto provato. Il volo che lo ha messo in difficoltà è stato davvero micidiale. E’ stata la buona sorte a volere che il suo compagno Ronchi sia riuscito a tenere quel terribile strappo. Probabilmente sono entrambi consapevoli di averla scampata bella. Dirò di più, quei due riescono a malapena a muoversi, paralizzati dal gelo e dallo stress. E la nostra lotta contro il tempo non è affatto finita. Quei due così malandati bisogna portarli in fretta via di lì risalendo la Demuth da cui siamo discesi fino alla cengia. Lungo le provvidenziali corde fisse che abbiamo piazzato ce li trasciniamo dietro affondando in metri e metri di neve. Girato il collare scendiamo all’Auronzo e di lì a Misurina e finalmente ci beviamo di gusto una birra informandoci sull’esito della partita di hockey. Come se niente fosse successo”.

Scoiattoli
Gli Scoiattoli in un vecchio ritaglio.

“La cosa più curiosa”, racconta ancora Lorenzi, “è che i chiodi piazzati per questo recupero sono ancora lì, tutti in fila per assicurarci la traversata. E oggi chi li vede si domanda che senso abbiano in quella posizione, fuori da ogni logica per chi arrampica normalmente”.

Ma c’è un corollario su cui Lorenzi preferirebbe sorvolare e su cui Gandini si chiude in un ermetico silenzio: uno strascico di malintesi, di mezze parole, di rimbrotti. Perché Sorgato quella volta dichiarò in un impeto di orgoglio che se la sarebbe benissimo cavata da solo. “E invece i fatti gli dettero torto. Senza di noi i due amici sarebbero senz’altro morti. Tutto lì il problema”, taglia corto Lorenzi. Che ricorda il dito congelato di Menardi, forse l’unico caso in tanti anni di attività di soccorso in cui uno Scoiattolo ha avuto dei problemi fisici.

Roberto e Matteo Serafin

(da “Soccorsi in montagna”, Ferrari editore, 2004)

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