Al lupo, al lupo! Ma quanto vale un lupo? E quanto vale una pecora?

Nova logoSu un argomento di grandissima e purtroppo drammatica attualità, la presenza del lupo nelle nostre valli, interviene con una testimonianza che volentieri pubblichiamo Ines Calvalcanti, direttrice del sito “Chambra doc”. Ines sottolinea l’impegno non lieve che la presenza del lupo comporta per gli allevatori e gli agricoltori di montagna. Nella newsletter “Nòvas d’Occitània” da cui è tratto lo scritto per gentile concessione, segnaliamo che si parla anche della X edizione della stagione culturale di Chantar l’uvern , del bando della Regione Piemonte per la rete escursionistica di cui ha dato notizia MountCity, di onomastica franco-provenzale, della Rocca di Arduino, di un corso di cultura occitana e di molto altro ancora.

Bisogna cintare tutto, non si è più tranquilli…

Da tanti anni sento parlare della reintroduzione del lupo nelle nostre aree montane. E’ un argomento che come viene messo sul tavolo è immediatamente oggetto di divisioni e capace di suscitare grandi emozioni. Ancora mi ricordo dei racconti di mia nonna legati alla figura del lupo che ululava a Elva sul colle della Cavalline quando lei era piccola e di come mi trasmettesse la paura collettiva che ancora persisteva nel paese, pur ormai in assenza di quella bestia.

In modo razionale mi dico che, se tutti ne avevano così tanta paura, avranno pur avuto le loro ragioni. Con la sua scomparsa mi pareva che i montanari avessero tirato un bel sospiro di sollievo e che almeno un problema legato alla difficoltà del vivere in montagna fosse stato eliminato. Sono passati degli anni, le montagne si sono via via spopolate e ad un certo punto il lupo è stato reintrodotto. Da una parte il Ministero dell’Ambiente con i Parchi ha iniziato a fare una politica legata al tema e, pur considerando i loro ragionamenti costellati di buone intenzioni, il risultato che ne è derivato si può definire senz’altro non buono.

Lupo per hp
I sistemi di prevenzione non garantiscono la soluzione al 100%. Nella foto sopra il titolo la peggiore delle soluzioni: l’avvelenamento dell’animale.

Da quanto ho potuto constatare in questi anni attraverso rapporti approfonditi con gente che vive e lavora nei territori dell’alta valle Maira e di altre valli occitane: gente che tradizionalmente ci ha sempre abitato, gente che è ritornata, gente che ha scelto di abitarci, giovani che hanno scelto di investire la loro vita in quei luoghi, la reintroduzione del lupo ha portato lavoro in più, paura per la perdita di capi, senso di solitudine e di abbandono da parte delle istituzioni.

Oggi si può dire che c’è oggettivamente una frattura chiara e netta sulla questione del lupo determinata tra chi in quel territorio ci vive e cerca di trarne il necessario sostentamento e chi sul quel territorio ci vive, ma ne è un custode per conto di enti pubblici (vedi parchi) o di chi vive in pianura.

I primi sono praticamente tutti contrari alla reintroduzione del lupo e ne spiegano le ragioni: bisogna cintare tutto, non si è più tranquilli ad andare da soli a controllare le bestie, in alcuni periodi dell’anno conosco persone che hanno dormito lunghe notti nella macchina per difendere i loro capi da un eventuale attacco dei lupi (e ancora mi chiedo che cosa avrebbero realmente potuto fare in caso di attacco). Ne conosco alcuni che hanno avuto grossi danni derivanti dal lupo, pecore mangiate, cavalli deturpati. Ora non credo che queste persone raccontino “balle” sull’’argomento. Per lungo tempo, davanti a questi racconti, la risposta è stata che non erano lupi, ma cani inselvatichiti. Ora pare invece accertato che sono davvero lupi: a Marmora hanno visto un branco di sette lupi attraversare la strada, ne hanno visti perfino a Venasca e, oggettivamente, che ci siano dei lupi e che mangiano di tanto in tanto pezzi di gregge è ormai certo. Ed è anche oggettivo il fatto che in alcune aree siano completamente scomparsi i caprioli e i cinghiali.

Su La Stampa del 24 gennaio in un articolo dedicato al lupo Mauro Belardi, del programma Alpi Europe WWF afferma: “Che il tema sia complesso è indubbio, ma il WWF è contrario a uccidere i lupi. Il piano di gestione contiene molte cose utili e necessarie per tutelare la specie. Il tema degli abbattimenti è stato inserito dal Ministero per una questione sociale (potremmo definirlo effetto placebo? n.d.r.), non per una effettiva necessità sulla base della popolazione italiana del lupo. Di più: la bibliografia scientifica europea dice che gli abbattimenti selettivi non servono a limitare i danni agli allevamenti. Anzi, se si destruttura il branco, semplificando, i lupi solitari fanno ancora più danno. Con gli abbattimenti aumenta persino il conflitto sociale, secondo studi americani. I sistemi di prevenzione come reti e cani, non garantiscono la soluzione del problema al 100%, ma riducono di molto i danni, soprattutto ai caprini. E’ sicuro che ci siano anche modalità di allevamento che vanno cambiate, sarà costoso e non facile, ma si deve fare”.

Ma ci rendiamo conto del ragionamento? Considerato che da noi l’allevamento caprino è minoritario rispetto agli altri tipi di allevamento, anche ammesso che con enormi sacrifici e spese si riesca a recintare, ad allevare cani addestrati ad hoc, ancora non si è assolutamente sicuri del risultato. E si parla al futuro di modalità di allevamento che vanno cambiate, di costi ingenti da affrontare, di una fruizione diversa dei terreni che vanno cintati etc., ma forse non ci si rende conto che i montanari allevatori sono situati nel presente, che non si può prima fare l’uovo e poi la gallina. A me pare che il buonsenso dica che per prima cosa è necessaria una politica della montagna che infrastrutturi il territorio in modo che sia pronto a ricevere il lupo. Ma così non è avvenuto, il lupo è stato reintrodotto in un tessuto sociale debole, senza un piano operativo su come affrontare le prevedibili conseguenze che già gli esperti sapevano si sarebbero prodotte. Ora ci sono due mondi della cosiddetta società civile lasciati sostanzialmente soli a scannarsi sul tema.

Ines Cavalcanti

da Nòvas d’Occitània n.153, febrier 2016, per gentile concessione

3 thoughts on “Al lupo, al lupo! Ma quanto vale un lupo? E quanto vale una pecora?

  • 04/03/2016 at 15:51
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    Pur mantenendo il rispetto per le opinioni altrui, credo che alla base di tanta paura ci sia anche spesso tanta ignoranza, e lo afferma chi si sta battendo anche per il ripopolamento e la gestione sostenibile delle aree montane, quindi ritiene importante la presenza umana per valorizzare le nostre montagne.
    Ciononostante, è inutile e dannoso farsi prendere dal panico, e sono davvero allibita che nella conferenza Stato-Regioni si stia attualmente ancora discutendo di abbattimenti selettivi del lupo, così come da tempo si sta facendo per gli ungulati….ma allora non vogliamo proprio contribuire a ristabilire gli equilibri naturali, dai quali non possiamo prescindere, perchè la nostra vera natura è lì che si colloca?
    Se vengono reintrodotti i carnivori, non ci sarà più bisogno di abbattimenti selettivi neanche di ungulati, cinghiali etc….ahhh…ma allora forse ci sono certe lobby che non possono più esercitare il proprio potere: beh allora signori parliamo chiaro e non attacchiamoci a scuse accampate per ripristinare ad esempio la vegetazione distrutta da un eccessivo numero di erbivori, perchè allora vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca.
    Io sono certa che con un minimo di disponibilità e collaborazione da parte di tutte le istanze interessate si trovi la soluzione, e la tecnica e l’evoluzione delle conoscenze possono di certo venirci incontro: ora disponiamo di strumenti una volta impensabili: usiamoli!
    Mai e poi mai e poi mai la storia ci ha insegnato, in qualunque contesto, che la carabina fosse la soluzione ideale di qualunque problema. Mai.
    Per favore, posiamo le armi da fuoco e cerchiamo soluzioni: è stato dimostrato chiaramente in determinati ambienti (leggete cosa è successo al parco di Yellowstone) che la reintroduzione dei carnivori ha prodotto effetti grandemente positivi sull’ambiente.
    E allora, noi che ci definiamo “Homo sapiens sapiens”, non siamo capaci di esercitare quella caratteristica che abbiamo scelto per definire la nostra specie ma che spesso viene sepolta sotto una coltre di indifferenza, insofferenza e disinteresse?
    Pensiamoci…………..

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  • 26/02/2016 at 14:18
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    Non c’è niente di errato, fino a prova contraria, nel contributo pubblicato ed è opportuno che su un argomento tanto delicato ci siano anche le testimonianze di chi certe esperienze le vive quotidianamente sulla propria pelle. Altrove in questo sito si è riferito del citato progetto Life WolfAlps e nessuno si è permesso di parlare di contributi errati, qualunque fosse il suo punto di vista.

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  • 26/02/2016 at 14:05
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    Ho letto questo articolo e non lo condivido, ma soprattutto lo ritengo una legittima opinione che considera esclusivamente uno scenario ma non la complessità del tema. L’idea che ci sia stata una ‘reintroduzione’ artificiale del lupo è una suggestione. Il lupo ha da solo ripopolato spazi e territori (in particolare quelli alpini) semplicemente perché all’uomo è stato impedito di sparargli. Da anni, sono attivi importanti progetti che lavorano proprio sulla promozione e sulla realizzazione processi di convivenza tra uomo (e le sue attività economiche) e lupo. Uno di questi su chiama Life WolfAlps ed è attivo in tutto l’arco alpino. Il capofila è proprio un Parco del cuneese. La paura atavica del lupo (che non attacca l’uomo) e la sua criminalizzazione è stata la causa del suo sterminio. Gli abitanti delle terre alte non raccontano balle. Ma neanche coloro che studiamo lupi da una vita lo fanno. Forse anche le opinioni legittime vanno pubblicate con i contrappesi necessari ad evitare la trasmissione di contenuti errati.

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