“Mio marito Hermann che domò da solo il Nanga”

La prima assoluta invernale al Nanga Parbat (8125 m) di Simone Moro del 26 febbraio 2016 ha giustamente riportato sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport un alpinismo che si credeva “irripetibile”. L’ultima volta che il Nanga fece clamore fu nel 1953, un anno prima della conquista italiana del K2. Ciò per merito della scalata solitaria in prima assoluta dell’austriaco Hermann Buhl. Erano le 2.30 del 3 luglio 1953, quando Buhl partì verso la vetta e la raggiunse alle 18.45, dopo oltre sedici ore di fatica ininterrotta. L’allucinante esperienza della notte di bivacco e della successiva discesa dal colosso di ghiaccio viene raccontata da Buhl (1924-1957) nel volume “E’ buio sul ghiacciaio”, un classico della letteratura alpina. Ripubblicato nel 2005 dall’editrice Piper Verlag di Monaco a più di mezzo secolo dalla prima uscita, il libro è stato riproposto da Corbaccio con la traduzione di Irene Affentranger (400 pagine, 19.60 euro) e la prefazione di Hans Kammerlander. “Sono pagine avvincenti e straordinarie: mi auguro che destino l’entusiasmo di quanti si avventurano sui monti per conquistare, con un severo superamento fisico, le altezze supreme dello spirito”, ha osservato la Affentranger, accademica degli scrittori di montagna, iscritta alle sezioni del CAI di Torino e del DAV di München.

Moro su Gazzetta
La prima pagina della Gazzetta dello Sport con la notizia della “prima” invernale di Simone Moro. Sopra il titolo Eugene Buhl bacia la piccozza con cui il marito Hermann scalò per primo nel 1953 il Nanga Parbat (ph. Serafin/MountCity)

“Mi sveglio di soprassalto”, racconta Buhl nel libro, “rialzo il capo. Che c’è? Dove sono? Ripresa coscienza, allibisco: sono su una scoscesa parete di roccia, senza protezione, al Nanga Parbat e sotto di me spalanca le sue fauci un nero abisso. Dove sono i miei bastoncini? Improvviso terrore! Calma, calma! Eccoli qui. Li stringo con disperata energia. Brividi di freddo mi corrono giù per la schiena, ma che importa. So benissimo che questa notte sarà dura…Poi mi riafferra l’immensità di questa notte. Un meraviglioso cielo stellato s’incurva sul mio capo. Lo contemplo a lungo, cerco laggiù all’orizzonte il Gran Carro e la Stella polare. Nella valle dell’Indo brilla una luce – certo un veicolo – poi tutto ripiomba nell’oscurità…Ancora splendono le stelle sul mio capo. Proprio non vorrà diventar giorno? I miei sguardi si concentrano intensamente, pieni di bramosia, su quel chiarore cui sta per seguire il sorgere del sole. Infine anche l’ultima stella impallidisce: è giorno!” Il nome di Buhl è indissolubilmente legato al Nanga Parbat (8125 m), la “montagna nuda”, quel colosso dell’Himalaya occidentale già tentato invano da ben cinque spedizioni tedesche che sui suoi fianchi avevano vissuto tragiche vicende e lasciato uno strascico di 31 morti. Quando morì, Buhl non aveva ancora compiuto 32 anni, eppure fece in tempo a lasciare un’impronta indelebile nella storia dell’alpinismo: fu infatti il primo ad applicare alle spedizioni himalayane la tecnica delle grandi imprese nelle Alpi occidentali, rinunciando cioè all’aiuto di portatori d’alta quota e spostando man mano i campi sempre più in alto. Ma prima dei successi conseguiti sui due ottomila, Buhl aveva percorso sulle Alpi un durissimo iter preparatorio affermandosi su vie allora al limite del possibile. Intervistata di recente da Paola Favero nel bellissimo libro fresco di stampa “Diamir” (DBS edizioni) dedicato al Nanga Parbat con foto e disegni di Luisa Rota Sperti, Eugenie Buhl ricorda come il Nanga abbia cambiato la vita di Hermann. “Era diventata piú frenetica, veloce, piena di appuntamenti, all’improvviso era famoso. Di colpo era anche circondato da fans, approfittatori e adulatori, tutti volevano qualcosa da lui e gli rubavano il tempo e la pace per andare in montagna, per scalare. A volte era difficile per lui riconoscere chi voleva il suo bene e chi voleva solo approfittare di lui. Ora non era piú un semplice alpinista, ma un idolo, un uomo di societá che teneva conferenza, ma anche oggetto di invidia e astio”.

Un alpinismo irripetibile,  quando gli alpinisti si contendevano le prime pagine. Oggi il massimo della popolarità a cui possa aspirare un alpinista per quanto eccelso è un passaggio nel talk show di Fabio Fazio.

3 thoughts on ““Mio marito Hermann che domò da solo il Nanga”

  • 01/03/2016 at 16:32
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    COME TUTTE LE NOTIZIE, DIAMO IL TEMPO……..PER CHI MASTICA UN PO’ DI MONTAGNA L’IMPRESA DI MORO , TRIXON E SAPDARA (PECCATO PER TAMARA) è UNA GRANDE COSA ALMENO PER IL FATTO OLTRE ALLA DIFFICOLTA’ CHE è DA PIU’ DI 30 SPEDIZIONI CHE NESSUNO RIESCE A SALIRE AL NANGA PARBAT DI INVERNO.
    DIAMOLI IL MERITO……….
    PER QUANTO MI RIGUARDA, FORMIDABILE MORO……..SEI UN MITO!!!!

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  • 27/02/2016 at 18:17
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    Forse è meglio non commentare l’impresa di Moro. E’ un grande alpinista, ma dopo la sua presenza, come cronometrista, ad una trasmissione televisiva, (non è quella di Fazio), e dopo l’attacco alla stampa, meglio che si esalti da solo.

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  • 27/02/2016 at 14:38
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    Scappa l’occhio su un titolo (una colonna) nelle pagine sportive della Repubblica di sabato 27 gennaio 2016: “Formidable Moro, scala il Nanga Parbat”. Detta così, la faccenda ha ben poco di formidabile. Bastava dire: “Formidabile prima salita invernale di Moro”. La foto di vetta era una bufala: riguardava un’altra impresa del suddetto. Ma a chi oggi può davvero interessare che un italiano scali per primo in pieno inverno una vetta himalayana?

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