A Mountcity si discute di sicurezza. E intanto sei scialpinisti muoiono sotto una valanga

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Un aspetto del pubblico a Palazzo Marino in occasione dell’inaugurazione dell’evento “Mountcity. Montagne a Milano”. Nella foto sopra il titolo l’incontro tra l’assessore alle Politiche sociali del Comune Pierfrancesco Majorino (a sinistra) e il dottor Luigi Festi, presidente della Commissione medica del Club Alpino Italiano (ph. Serafin/MountCity)

L’alpinismo non può essere considerato uno sport, prima di tutto perché troppi morti lo caratterizzano. Risultato? A Palazzo Marino si è discusso per nove ore di sicurezza domenica 12 marzo 2016 in occasione dell’apertura della rassegna “Mountcity. Montagne a Milano” e nessuno dei relatori poteva rendersi conto che, per una tragica circostanza, ancora una volta la montagna si opponeva ai nostri sogni: sei scialpinisti purtroppo morivano quel giorno in Alto Adige per una valanga, sepolti dalla neve a tremila metri, terzo incidente nella zona nel giro di un mese. “Raramente ci siamo trovati a gestire un intervento di soccorso di questa entità e di questa portata”, ha detto all’Ansa Rafael Kostner, pioniere del soccorso alpino, alla guida di Aiut Alpin. “I soccorsi”, ha detto Kostner”, erano estremamente difficili a causa dell’alta quota. Gli elicotteri hanno difficoltà a raggiungere in sicurezza quote oltre i tremila metri. Perciò si vola con pochissimo carburante e tutta l’attrezzatura superflua viene lasciata a terra”.

Di che cosa si discute dunque quando si discute di sicurezza in montagna? Dolores De Felice e Antonio Colombo che coordinavano con grande competenza a Palazzo Marino la conferenza sul tema “Più sicurezza in tutte le stagioni”, hanno dato la parola via via a Lorenzo Craveri che ha insegnato a leggere le previsioni meteorologiche, a Umberto Pellegrini che ha spiegato come “nascono” le previsioni del tempo, a Elio Guastalli, soccorritore e profeta della sicurezza in montagna, che vorrebbe veder fallire il Soccorso alpino, a Riccardo Marengoni che ha offerto suggerimenti per camminare in sicurezza, a Matteo Bertolotti che ha parlato della formazione degli alpinisti nelle scuole del Cai, a Martino Brambilla che ha raccontato della sua esperienza nell’alpinismo giovanile del Cai, alla rifugista Elisa Rodeghiero che ha riferito della funzione dei rifugi come indispensabili presidi anche per l’integrità fisica di chi va in montagna. Infine un protagonista dell’alpinismo di tutti i tempi, il veterano Alessandro Gogna, ha posto un sigillo al convegno dilungandosi sulla “bestemmia dei no limits”. “La nostra”, ha detto Gogna, “è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?”.

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Laura Posani, presidentessa della storica Società Escursionisti Milanesi che ha organizzato l’evento in programma a Milano dal 12 al 20 marzo (ph. Serafin/MountCity)

Comunque la ricerca dei nostri limiti ha caratterizzato tutta la giornata alla Sala Alessi di Palazzo Marino cominciata alle 9 con un convegno sulla medicina di montagna “tra presente e futuro” e con i saluti dell’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino che ha fortemente voluto questa settimana di eventi per portare una benefica aria di montagna nella città metropolitana e che la Società Escursionisti Milanesi ha coraggiosamente organizzato. Condotto da Luigi Festi, chirurgo, presidente della Commissione medica del Cai, il primo simposio di questa eccezionale giornata ha delineato una montagna sicuramente ostile per chi non ha i requisiti fisici per affrontarla in sicurezza. Un andare per monti che si giova sempre più dell’opera di medici specializzati perché la salute ne guadagni e non venga compromessa da eccessi e facilonerie. Ha affascinato, fra i tanti interventi, la lectio magistralis del nepalese Buddha Basnyart sulle malattie d’alta quota che colpiscono le popolazioni andine che da secoli vivono nelle terre alte e un po’ meno, grazie agli effetti di una certa proteina denominata Hif (Hypoxia-inducible factor), le popolazioni himalayane. La natura qualche volta, si sa, si rivela matrigna e per niente equanime.

Fra i camici bianchi italiani, Gianfranco Parati, primario di cardiologia presso l’Istituto Auxologico Italiano che ha offerto il patrocinio a “Mountcity. Montagne in città”, ha messo a fuoco la situazione del paziente cardiopatico in montagna, condizionato dall’assunzione di betabloccanti e di altri farmaci dai significativi effetti collaterali. “Occorre prepararsi a una esposizione all’alta quota”, ha detto Parati, “assicurandosi che non vi siano patologie nascoste, accertandosi se abbiamo la pressione alta, valutando la nostra risposta fisica all’esercizio, rivolgendoci a medici competenti in caso di ascese significative e/o prolungate, concordando con il medico un eventuale modulazione della terapia, se presente. All’Istituto Auxologico offriamo valutazioni specifiche e dei pacchetti diagnostici per chi voglia salire in quota”.

A sua volta Guido Giardini, responsabile dell’Ambulatorio di Medicina di Montagna di Aosta, ha raccontato dei test effettuati per conto dell’Istituto Auxologico Italiano fra i tecnici addetti alla costruzione della nuova funivia Sky Way al Monte Bianco che hanno talvolta manifestato problemi di acclimatamento, e ha annunciato la creazione di particolari protocolli medici che terranno conto dell’attività in quota. Protocolli di cui sicuramente dovranno tenere conto gli specialisti di cardiologia che assistono i pazienti prescrivendo particolari terapie per i loro soggiorni in montagna.

A conferire un carattere d’internazionalità alla rassegna “Mountcity. Montagne in città”, a cui hanno dato vita con molto impegno alcuni cittadini appassionati di montagna, va registrata anche la presenza di due medici alpinisti americani, Jason Williams e Darryl Macias. “Ciò che conta per andare tranquilli in montagna”, ha concluso il dottor Festi, “è la prevenzione, l’attenzione, l’umiltà che tutti ci dobbiamo imporre”. Forse bisognerebbe aggiungere la fortuna: che tuttavia, non solo in montagna, ogni tanto ci tradisce

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One thought on “A Mountcity si discute di sicurezza. E intanto sei scialpinisti muoiono sotto una valanga

  • 13/03/2016 at 09:43
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    O fortuna velut luna… Bella iniziativa. Quante giovani vite dobbiamo continuare a piangere? Diventa sempre più importante scrivere regole e farle rispettare.

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