Gianni Aimar indimenticabile cantore del Monviso

Aimar
Gianni Aimar (1946-2006) riceve nel 2004 il premio dei Giornalisti della montagna. Nella foto sopra il titolo il rifugio dell’Alpetto.

Nella bella casa di San Bernardo di Ostana, tutto ricorda ancora Gianni Aimar, scomparso nel 2006, che al Monviso e alla sua gente ha dedicato libri e saggi importanti. L’occasione per rievocarne la figura viene offerta dalla presenza lunedì 14 marzo 2016 nella sede della Società Escursionisti Milanesi, della gentile consorte Carla Aimar. La serata era dedicata, nel quadro della rassegna “Mountcity. Montagne a Milano”, alla presentazione del nuovissimo libro di Dante Colli (Nuovi sentieri) dedicato a Ninì Pietrasanta e Gabriele Boccalatte. Una bella e rara occasione per ritrovarsi in mezzo ai cimeli dei milanesi “de gamba bona” tra amici della montagna quali lo stesso Colli, Bepi Pellegrinon, Alessandro Gogna, Laura e Giorgio Aliprandi, Dario Monti, Gigi Giustiniani, Emilio Quartiani, Lorenzo Boccalatte e la “zarina” degli scrittori di montagna Irene Affentranger che è stata adeguatamente festeggiata per le sue novanta spavalde primavere. Amica di Irene, la signora Carla ha seguito con interesse la presentazione del libro introdotta da Laura Posani, presidentessa della SEM. La sua presenza discreta offre qui l’occasione per ricordare a dieci anni dalla scomparsa questo giornalista, storico, appassionato di montagna che tante testimonianze ha lasciato della sua passione. Nato a Torino nel 1946 ma cresciuto all’ombra del Monviso, giornalista e autore di varie opere sul celebre “re di pietra” e sulla sua gente (tra le quali “Monviso mon amour”, “Oncino nella Valle del Lenta”, “Esistono uomini”), Aimar venne insignito nel 2004 del “Premio Germagnoli. Professione montagna” istituito dall’Associazione Giornalisti della Montagna / Federazione Nazionale della Stampa.

Posani, Affentranger, Aimar
Laura Posani incontra la scrittrice Irene Affentranger alla Società Escursionisti Milanesi sotto lo sguardo di Carla Aimar (ph. Serafin/Mountcity)

Come venne spiegato nella motivazione del premio che purtroppo è stato presto accantonato, “nel corso di circa due anni, e a scadenza mensile, Aimar è intervenuto sulle sue abituali colonne raccontando con grande estro narrativo storie di montagna: fatti minori di vita quotidiana delle sue vallate, ricostruzioni storiche, rievocazioni della tradizione popolare montanara, denunce di problemi ambientali, storie di guide alpine antiche e moderne e in particolare la ‘saga’ dei Perotti di Crissolo. La multidisciplinarietà dei temi trattati, la competenza, il taglio critico e partecipato, rivelano un’eccelsa capacità di interessare e coinvolgere il lettore. E rappresentano una preziosa testimonianza della vitalità di certa editoria periodica locale”.

Fra i tanti articoli scritti da Aimar, vale sicuramente la pena di rileggere questo in cui descrive nel 2003 la rinascita sulle pendici del Monviso dello storico rifugio dell’Alpetto, oggi un sicuro punto di riferimento per un turismo sostenibile in un contesto di grande valore ambientale. Fa piacere constatare che la rassegna “Mountcity. Montagne a Milano” (12-20 marzo 2016) è anche un’occasione per promuovere la conoscenza e la frequentazione consapevole, sicura e rispettosa dell’ambiente montano. E per ritrovare amici della montagna ingiustamente dimenticati.

Così descrisse la rinascita dell’Alpetto, il primo rifugio del Cai

Il Monviso ha significato per l’alta Valle Po sviluppo turistico ed economico: la rilettura della sua storia alpinistica, confrontata con l’attuale difficile sopravvivenza del piccolo paese di Oncino (un centinaio di residenti, una trentina di effettivi), lascia perlomeno perplessi. Questo piccolo comune infatti non solo vanta l’estensione dei confini territoriali fin sulla cima del Monviso, ma annovera anche, come costruzione storico-alpinistica in alta quota, il primo rifugio del CAI edificato nel lontano 1866 nella splendida conca dell’Alpe dell’Alpetto, a 2300 metri d’altitudine.

Ma perché il CAI aveva scelto proprio Oncino? Le pubblicazioni dell’epoca ci aiutano a capire. Sin dal 1833 Giovanni Eandi confermava che tra le diverse vie praticabili per l’ascesa al Monviso la meno difficile e la più breve era sicuramente quella che passava da Oncino. Persino Mathews nel racconto della discesa dal Monviso (27 agosto 1861) racconta il suo passaggio dal “villaggio principale di Oncino che ha un migliore aspetto che non il suo sobborgo: trovasi situato in località assai pittoresca… in mezzo a praterie inclinate ed ombreggiate da noci… ”.

Monvis

Cinque anni dopo (nel frattempo Quintino Sella aveva guidato lassù la prima spedizione italiana) venne edificato il ricovero dell’Alpetto al Monviso con un contributo di 200 lire: il massimo delle risorse che il CAI poteva allora destinare. La costruzione era in pietra e calce, col tetto ricoperto in lose, ed era formata da un dormitorio e una cucina, arredato con paglia per dormire, un tavolo, un paio di panche e una stufa. In quegli anni un numero sempre crescente di appassionati si avvicinava alla montagna e l’Alpetto fu il primo di una lunga serie di punti d’appoggio che in pochi anni sorsero su tutte le montagne della penisola.

La costruzione scatenò nelle valli del Monviso una serie di “conflitti di interesse” nei quali Oncino, suo malgrado, si trovò coinvolta senza saperne uscire vincente. Avendo percepito l’importanza che l’alpinismo poteva rivestire nello sviluppo dell’economia locale, il segretario comunale di Crissolo (Giovanni Battista Araldo), presumibilmente “spalleggiato” dall’emerito parroco di Crissolo dell’epoca (don Lantermino), stimolò l’avvocato Tommaso Simondi di Barge a caldeggiare presso il CAI la costruzione del rifugio in Valle Po, non solo per rendere un servizio agli alpinisti, ma anche per vincere la tanto temuta concorrenza di Casteldelfino e della Valle Varaita . La determinazione dell’Araldo fu tale da fargli scrivere (nel 1864, quando la bilancia pareva pendere a favore di un rifugio in Valle Varaita) “ …debbo fare un cenno che il tragitto più breve sarebbe per Oncino … ma siccome vi sono gli stessi inconvenienti di Casteldelfino di mancar di locande parlerò solo di Crissolo … riservandomi di tracciar quello di Oncino quando quel paese presenterà le comodità necessarie ad un viaggiatore”.

Negli anni seguenti la determinazione dei crissolesi fu confermata con la costruzione del rifugio Sacripante, del Sacripante-Sella al Monviso e del rifugio Quintino Sella che svolge ancora oggi la sua preziosa attività sulle sponde del Lago Grande di Viso. Agli oncinesi non rimase che vantarsi della citazione di Cesare Isaia in cui riconosceva che il paese “per la sua elevata positura a tutto oriente… detiene il primato per uomini vigorosi e gagliardi, per donne dalle venuste forme…” , senza però evidenziare come gli oncinesi con l’evento alpinistico avrebbero potuto a tutti gli effetti migliorare il loro futuro.

Oggi, invece, avviandoci verso l’Alpetto, possiamo constatare come – seppure con oltre un secolo di ritardo – l’antico rifugio abbia ripreso vita grazie alla costruzione “a latere” di un nuovo bivacco più confacente alle esigenze degli alpinisti d’oggi (sarà capace, infatti, di venticinque posti letto).

Voluto fortemente dai sindaci di Oncino delle ultime legislature (il compianto Piero Margaria e Claudia Abburà), il nuovo bivacco è stato costruito grazie a un investimento complessivo di 400 milioni di lire (di cui 250 finanziati dalla Regione Piemonte nell’ambito dell’obiettivo 5B e 150 milioni a carico del Comune di Oncino) e con la collaborazione volontaria degli amici del CAI di Cavour a cui è stata affidata, a seguito di un accordo, la gestione della struttura.

Vale la pena farvi un giro. Quando sarete là, non dimenticate di dare un’occhiata a quella casupola che un tempo (prima delle ristrutturazioni che si sono susseguite negli anni) non era alta più di un metro ed ha accolto le notti corte dei primi alpinisti che sognavano di arrivare in vetta al Monviso. Il valore, evidentemente, non è legato ai modesti elementi che la compongono. E’ nella memoria, quella che gli alpinisti del futuro dovranno saper difendere. Come fosse un monumento.

                                                                                                Gianni Aimar

La rassegna MountCity prosegue fino al 20 marzo 2016. Leggi qui il Programma completo

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