Sacrificarsi per i compagni a quota ottomila. Tre esempi di generosità

La ragazza italiana che rinuncia “con grande generosità” alla vetta di un ottomila, a 70 metri di dislivello dall’obbiettivo “per non attardare pericolosamente i compagni”, come si legge in questi giorni in un sito di montagna, e che poi non si da pace per quella che considera una sconfitta, fa tornare in mente altri due episodi di “generosità” nell’aria sottile degli ottomila. Nel primo caso ricostruiamo qui i fatti senza, per ovvi motivi, svelare le identità. Un alpinista italiano è anche in questa circostanza costretto a rinunciare all’assalto definitivo alla vetta per un atto di generosità. Di ben altro genere però… “Appena esco dalla tenda”, racconta il nostro testimone, “una cordata composta da tre persone è ferma nell’angusto pianerottolo di ghiaccio. Hanno tutti e tre la maschera dell’ossigeno. Non ne conosco la nazionalità ma in inglese chiedono di poter usufruire della nostra tenda e del nostro fornelletto perché uno dei tre, la donna, ha le mani gelate e ormai insensibili. Faccio da passa parola con i miei due compagni che stanno ancora trafficando all’interno della tenda. Ma hanno già sentito. Non se ne parla. Stanno per uscire anche loro e poi ormai tutto è spento. ‘Rimandali indietro alle loro tende’, mi dicono con tono perentorio”.

Buhl verso la vetta
Hermann Buhl nel 1957 verso la vetta del Broad Peak che raggiungerà con il determinante aiuto di Kurt Diemberger (foto da “Danzare sulla corda”, Corbaccio, 2007, per gentile concessione)

“Hanno ragione”, continua il nostro testimone, “dar esito a una simile richiesta potrebbe voler dire saltare di un altro giorno la partenza per la vetta. Troppo rischioso. Io però rimango in bilico tra l’obiettivo così importante sopra di noi e per cui abbiamo fatto tanti sacrifici e l’esigenza di fare qualche cosa per quella donna che mi chiede supplichevolmente aiuto. Attorno a noi la gelida notte degli oltre 8000 metri di quota. Nemmeno un piccolo chiarore di luna. Poi prendo una decisione, velocemente apro il velcro della tuta da alta quota e tutte le cerniere e zip sottostanti e in un lampo sono a petto nudo. Faccio togliere i guantoni in piuma alla donna, mi inginocchio davanti a lei che è seduta sulla neve e prendendola per i polsi le conficco letteralmente le mani sotto le mie ascelle calde”. In breve, in base al racconto, la sofferenza della donna diminuisce, il sangue torna a scorrerle tra le dita. Imprecazioni però arrivano da dentro la tenda. “Guarda che scongeli lei e ti congeli tu”. E infatti è quello che succede. “Quando mi rialzo”, racconta ancora il protagonista di questa brutta/bella storia che dovrà poi rinunciare alla cima e affrontare un bivacco solitario a quota ottomila, “e comincio a risalire il ripido pendio di neve, non sento più due dita del piede sinistro e le dita della mano destra. I miei due compagni intanto sono usciti dalla tenda e sono dietro di me. Mi devo fermare spesso per cercare di far riprendere la circolazione. Una, due, dieci volte. I miei due compagni vanno avanti e non mi aspettano. Vengo preso dalla psicosi dell’amputazione da congelamento. Penso a quanto mi servano le dita per arrampicare…”.

E a proposito di generosità a quota ottomila, ecco un terzo episodio per molti di noi invece arcinoto. Il grande Kurt Diemberger ricambiò nel 1957 la simpatia che l’immenso Hermann Buhl gli riservava con un gesto cavalleresco: aiutandolo a salire sulla vetta del Broad Peak da cui Kurt era appena disceso dopo averla conquistata in prima assoluta con Smuck e Wintersteller. Un consiglio? Leggete il suo racconto in uno dei suoi libri più famosi, “Danzare sulla corda” (Corbaccio, 2007, traduzione di Irene Affentranger).

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