Basta degrado, i Parchi per la nostra sopravvivenza

La presentazione della Carta di Fontecchio a Roma nella prestigiosa sede dell’Enciclopedia Italiana, svoltasi il 5 aprile, è stata accolta con grande interesse. Apprezzati dai presenti sono stati gli interventi dei componenti del comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia nelle persone di Carlo Alberto Graziani, Francesco Scoppola, Ugo Mattei. Il presidente di MW Carlo Alberto Pinelli ha coordinato l’incontro di cui si riferisce nel comunicato dell’Ansa che pubblichiamo insieme con la relazione di Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto Enciclopedia Italiana Treccani.

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Qui un aspetto del Parco del Gran Paradiso. Nella foto sopra il titolo il Parco del Gran Sasso.

La Carta di Fontecchio per un cambio di rotta

Basta degrado del territorio, serve un cambio di rotta. A 25 anni dalla legge 394 su parchi e aree naturali protette e mentre in Senato, in commissione ambiente, sono in votazione modifiche alla legge, ambientalisti, gestori di parchi e rappresentanti delle istituzioni e della cultura si riuniscono a Roma per presentare la ‘Carta di Fontecchio’ con una serie di proposte per un progetto “radicalmente diverso e rivoluzionario” . E lanciano l’appello a governo e parlamentari per uno stop alle modifiche: “Si convochi la Terza conferenza nazionale sulle aree protette e si elabori un testo di ampio respiro, che dia alle aree protette italiane l’importanza che meritano”.

Le perplessità riguardano il merito di molte delle proposte messe al voto in commissione ambiente: “dal delicato e rischioso meccanismo delle royalties al cosiddetto controllo faunistico, che in sostanza si traduce nella possibilità di cacciare nei parchi, fino ad una serie di incerte e discutibili scelte gestionali e di rappresentanza”. Frutto di un lavoro avviato due anni fa, la Carta di Fontecchio, spiegano gli autori, nasce invece dalla consapevolezza, condivisa dalla maggioranza delle grandi associazioni ambientaliste, “dell’opportunità di ricalibrare la Legge quadro 394/91, non solo sulla base dei nuovi e sempre più urgenti bisogni di tutela della biodiversità e dei mutamenti occorsi nella società, ma anche per trasformarla nell’importante tassello di un progetto radicalmente diverso e persino rivoluzionario, secondo un percorso ispirato e sostenuto anche dall’Enciclica Laudato sì”.

Il punto di partenza “è il cambiamento della logica di sviluppo basato fino ad ora a un modello economico ormai non più compatibile come la crescita solidale”, fa notare aprendo il dibattito, l’ex ministro della cultura Massimo Bray, oggi padrone di casa come direttore dell’Enciclopedia Italiana. Dopo di lui il presidente di Italia Nostra Marco Parini sottolinea che “le aree protette vanno vissute come un’opportunità, e non come limiti”, mentre il dg Wwf Gaetano Benedetto denuncia la fine della “spinta culturale e politica che portò alla formulazione della legge quadro 394. Recuperare quella forza è il punto dal quale ripartire per dare un futuro ai parchi italiani”. Francesco Scoppola, dg Belle arti e paesaggio del ministero di beni culturali e turismo, si sofferma sull’altissima densità abitativa italiana (“sei volte la densità media del pianeta”) e ricorda che parchi e aree verdi “sono aree vitali”. Impossibile pensare ai parchi come ai musei in termini economici – dice – semplicemente perché essi rappresentano una necessità per la nostra stessa sopravvivenza”. (ANSA).

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Massimo Bray

 

Come dare un futuro ai parchi: la relazione di Massimo Bray

La Carta di Fontecchio riveste straordinaria importanza per il futuro dell’ambiente e del paesaggio del nostro Paese. Non credo sia superfluo ricordare, nel parlare di questo prezioso documento, che, a fronte degli innumerevoli scempi subiti dalla Penisola, alla tutela del paesaggio ci vincola in primo luogo l’articolo 9 della nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il primo gennaio 1948.

Eppure, quanto quella così lungimirante prospettiva espressa dai padri costituenti sia stata disattesa – a partire soprattutto dagli anni del boom economico – è purtroppo sotto gli occhi di tutti: troppo cemento ha sfigurato le coste, le montagne e le periferie delle città; troppi rifiuti sono stati o sotterrati o bruciati nelle campagne, avvelenando acqua, cibo e persone; troppe grandi opere sono rimaste per anni e anni incompiute deturpando i paesaggi; troppi abusi edilizi sono stati commessi persino all’interno di aree soggette a vincolo; troppi ecomostri sorti perfino a ridosso dei monumenti naturali più belli hanno sfigurato il volto del Bel Paese; e tutto ciò a detrimento di quella che dovrebbe e potrebbe essere la sua più grande ricchezza: la bellezza appunto, ovvero quella armoniosa combinazione di ambienti naturali e patrimonio storico e culturale che rende l’Italia una destinazione unica al mondo.

«Questa cieca, suicida devastazione dello spazio in cui viviamo, la progressiva trasformazione delle pianure e delle coste italiane in un’unica immensa periferia, non avverrebbe impunemente se vi fosse fra i cittadini una chiara percezione del valore della risorsa e dell’irreversibilità del suo consumo», ha scritto Salvatore Settis nel suo libro Paesaggio Costituzione cemento: e dunque è più che mai necessario che sia la società civile per prima ad attivarsi per una nuova stagione di difesa dell’ambiente. Un ruolo fondamentale in questo senso è rivestito dalle associazioni, dagli enti no profit, dai comitati civici, dalle leghe che quotidianamente si impegnano in quest’opera di tutela e di divulgazione, e che, grazie anche alla loro organizzazione territoriale, hanno conoscenze più vicine, dirette e complete riguardo le problematiche di un sistema ambientale tanto variegato e complesso come quello italiano.

logo-treccani-footerQuesta Carta è stata appunto promossa da alcune tra le più importanti organizzazioni che si occupano di protezione dell’ambiente nel nostro Paese: CTS, FAI, ProNatura, Italia Nostra, LIPU, WWF, Touring Club e MountainWilderness, che a Fontecchio, nel giugno del 2014, si sono riunite in un incontro nazionale sul tema Parchi capaci di futuro con lo scopo, come si legge nella premessa, di «elaborare un documento ampio che proponesse con chiarezza al mondo politico, agli amministratori, ai cittadini italiani, il possibile e auspicabile ruolo guida delle aree naturali protette nella conquista di un futuro sostenibile e ne declinasse l’articolazione».

Gli otto punti che compongono la Carta ribadiscono alcuni criteri di fondamentale importanza per la tutela del patrimonio ambientale italiano, primo tra tutti quello secondo cui la natura è un bene comune, e in quanto tale, come si legge nel testo, «rifiuta le categorie dell’appartenenza, della proprietà esclusiva, del possesso egoistico, della mercificazione». «Il diritto alla natura – prosegue la Carta – è diritto fondamentale dell’intero genere umano: tutti hanno diritto di accedere al rapporto con la natura nella sua integralità e nello stesso tempo hanno il dovere di trasmetterlo alle future generazioni».

Ma come fare a garantire questo diritto? Come far sì che la tutela si connetta armoniosamente con la proprietà pubblica del patrimonio ambientale? Per far ciò, è a mio avviso necessario che cambi radicalmente e stabilmente la percezione che troppi, ad ogni livello, hanno nel nostro Paese dei beni e degli spazi pubblici. Solo una società che sa educare i cittadini a pensare che ‘pubblico’ non significa ‘di nessuno’, ma anzi ‘di tutti’, e quindi ‘anche mio’, e in quanto tale da preservare ‘come fosse mio’, solo una società in grado di fare questo può considerare il suo patrimonio ambientale al sicuro da scempi e speculazioni. È un compito del quale ogni cittadino deve sentirsi in prima persona investito, ma che le istituzioni hanno il dovere di recepire e attuare con un nuovo moto di responsabilità e con una migliore capacità d’azione.

I promotori della Carta si sono dunque interrogati in primo luogo sull’attualità dello strumento legislativo più importante per la tutela dell’ambiente italiano, ovvero la legge 394 del 1991, sottolineando «la duplice alta missione che oggi le aree protette sono chiamate a svolgere: tutelare la biodiversità e la difesa del paesaggio naturale nei suoi aspetti estetici e identitari e nello stesso tempo promuovere nei fatti una cultura alternativa a quella, non sostenibile e non responsabile, che ancora domina e attanaglia le nostre società». In questo passo della Carta di Fontecchio si coglie la volontà di riconoscere, accanto alla classica protezione dei paesaggi, degli habitat e delle varietà biologiche nazionali, un ruolo nuovo ai parchi, che dovrebbero divenire veri e propri laboratori di gestione territoriale, in grado di fornire indicazioni programmatiche anche oltre i confini geografici delle aree protette; e, quindi, che dovrebbero divenire in grado, come si legge ancora nella Carta, di «porsi come modelli e bussole per l’intero cammino della società».

Fissato questo importante criterio, i promotori sottolineano il ruolo delle popolazioni locali, che hanno il diritto e il dovere di partecipare come protagoniste alla gestione delle aree naturali protette, e l’importanza di connettere in una rete strutturata i parchi che sussistono sul territorio nazionale, superando «l’impostazione puntiforme, insulare, che ha principalmente caratterizzato, sino ad ora, la politica del settore».

Se la legge quadro del 1991 viene definita un «gioiello normativo», che ha a tutti gli effetti permesso all’Italia di allinearsi alle migliori situazioni europee quanto a numero e gestione virtuosa delle aree protette – e questo nonostante lo scarso interesse manifestato dal mondo politico verso un tema tanto importante –, i promotori della Carta si concentrano da un lato sull’importanza di un aggiornamento della materia e dall’altro sui pericoli insiti nell’attuale tentativo di introdurre nella legge modifiche frammentarie e disorganiche, prive di una visione unitaria e troppo orientate ad una visione delle aree protette prevalentemente economicistica, come mere attrattive turistiche.

Le nove direttive che concludono il documento delineano una chiara linea d’azione e rappresentano il condensato delle conoscenze di associazioni quotidianamente impegnate nella difesa dell’ambiente, che in virtù delle competenze acquisite ‘sul campo’ dovrebbero divenire gli interlocutori primari del legislatore in materia: rivolgendosi alle istituzioni ad ogni livello, da quelle locali a quelle nazionali, i promotori sottolineano l’urgenza di liberarsi degli interessi di parte per giungere ad una azione più lungimirante, che possa infine condurre all’«elaborazione di una o più leggi organiche sulla conservazione della natura in tutte le sue possibili declinazioni».

Declinazioni che includono naturalmente oltre i parchi e le aree protette i paesaggi antropici, le manifestazioni di cultura immateriale, i siti archeologici e i beni storico-artistici; la sfida di un progetto di tutela complessivo è, infatti, proprio quella di riuscire a comprendere il carattere unitario del patrimonio paesaggistico e di quello culturale dal punto di vista della tutela e della valorizzazione, e la loro complementarità nella valorizzazione dell’Italia come Paese della bellezza.

Sono convinto, infatti, che una delle chiavi per rilanciare il Paese, ad ogni livello, sia proprio quella del recupero del valore oggettivo del paesaggio, e parallelamente della consapevolezza della responsabilità, che abbiamo ricevuto da chi è venuto prima di noi, di conservarlo e proteggerlo per le prossime generazioni.

Il paesaggio di domani è, o almeno dovrebbe essere, un sistema integrato in cui tutti i settori economici collaborano contro il degrado, per il decoro dei centri urbani, per la protezione dell’ambiente dall’inquinamento e dalla cementificazione, per un’attività produttiva più pulita, per una cittadinanza attiva, per una civiltà della conoscenza che si opponga alla dispersione della memoria collettiva, alla disgregazione dei legami sociali, all’abbandono del patrimonio ambientale e culturale, e che anzi faccia della bellezza il caposaldo su cui costruire una nuova idea di comunità.

«Per fare in modo che il mondo che noi vogliamo non assomigli troppo a quello in cui viviamo oggi, è tempo di decolonizzare il nostro immaginario», ha scritto Serge Latouche, il notissimo economista francese teorico della decrescita. E decolonizzare l’immaginario significa uscire dalla logica del profitto a qualunque costo, prendere finalmente consapevolezza che la ricchezza a cui dobbiamo aspirare è quella di una società più solidale, non più basata sulla competizione e sull’accumulazione ma piuttosto sulla condivisione e sulla cooperazione, e dunque sulla percezione dell’importanza della tutela del nostro oìkos come luogo della felicità.

È questa la direzione verso cui occorre tendere: ed è un obiettivo che può essere raggiunto solo giorno per giorno, con costanza, gettando dei semi – questa Carta ne è un esempio particolarmente importante – che potranno, con il tempo e con la costanza del lavoro, germogliare e dare i loro frutti.

Massimo Bray

         Direttore generale Istituto Enciclopedia Italiana Treccani

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