Aumentano gli over 65 e le speranze di vita in montagna

In Trentino c’è più speranza di vita. Merito delle montagne che favoriscono stili di vita più sani? Peccato che dovunque in Italia la speranza di vita sia in calo: 80,1 anni per gli uomini, 84,7 per le donne. Sarebbe la prima volta nell’intera storia del nostro Paese come annunciato dall’Istat recentemente. C’è qualche buona notizia sul fronte degli stili di vita: gli italiani fumano un po’ meno (i fumatori nel 2014 erano circa 10 milioni, il 19,5% della popolazione di 14 anni e oltre: 6 milioni di uomini e 4 milioni di donne; nel 2010 fumava il 22,8% degli over 14), sono leggermente più attivi e meno sedentari. E qui s’inserisce il discorso della montagna. Aumentano di sicuro gli anziani che ne percorrono i sentieri per diletto e per mantenersi in forma. C’è da compiacersene, ma è un motivo di allerta in più per gli uomini del Soccorso alpino a giudicare dai malori che sono all’origine di tante “uscite” dei tecnici, in base al rapporto del CNSAS sull’attività nel 2015. E’ noto che il popolo degli escursionisti invecchia insieme con il Club Alpino Italiano. “Un motivo in più per far capire a chi va in montagna che la prevenzione è importante”, commenta il dottor Gian Celso Agazzi, medico di montagna e alpinista, esponente della Commissione medica del sodalizio. L’argomento è stato al centro di un recente summit a Milano che ha richiamato a Palazzo Marino, in occasione della rassegna Mountcity. Montagne in città, medici specializzati di tutto il mondo. Tutti concordi, i camici bianchi, nell’invitare a una maggiore cautela nell’affrontare l’alta quota quando non si è certi delle proprie condizioni di salute (e chi ha varcato la soglia dei 65 sa benissimo che di certezze ce ne sono sempre meno).

Anziana
Qui e nella foto sopra il titolo due aspetti di un raduno di gruppi seniores del Club alpino (ph. Serafin/MountCity)

Gianfranco Parati, professore di Medicina cardiovascolare all’Università di Milano-Bicocca e primario di cardiologia all’Auxologico di Milano, è esplicito: “Chi non si presenta in buone condizioni all’appuntamento con la montagna è meglio che scelga il mare”. “La montagna per noi medici”, dice il professor Parati, “è un laboratorio particolare in cui si possono studiare gli effetti della ridotta disponibilità di ossigeno senza la presenza di una malattia. Chi va in quota sappia che la pressione sale di notte e aumentano le apnee centrali, il cuore si contrae in modo diverso, con una rotazione maggiore della punta, i polmoni scambiano ossigeno con efficienza diversa nel corso di una esposizione in quota prolungata. La pressione arteriosa sale soprattutto di notte e durante l’esercizio fisico in quota il rialzo è particolarmente pronunciato. Quindi occorre prepararsi a una esposizione all’alta quota: assicurarsi che non vi siano patologie nascoste, accertarsi se abbiamo una pressione alta, valutare la nostra risposta fisica all’esercizio, rivolgersi a medici competenti in caso di ascese significative e/o prolungate, concordare con il medico una eventuale modulazione della terapia, se presente. All’Istituto Auxologico offriamo valutazioni specifiche, dei pacchetti diagnostici, per chi voglia salire in quota”.

Va precisato che gli escursionisti, anziani o giovani che siano, sono di gran lunga la principale categoria di “clienti” del Cnsas e che sempre di più sono gli arresti cardiaci improvvisi mentre altissima è l’elusione dei controlli anche tra quanti svolgono attività agonistica. La faccenda non riguarda soltanto chi frequenta la montagna. Quasi mille sportivi sono deceduti in nove anni, vittime presunte della morte cardiaca improvvisa. La stessa, per intendersi, che ha stroncato sul campo il calciatore Pier Mario Morosini e il pallavolista Vigor Bovolenta. Con la differenza che a soccombere, in oltre il 70% dei casi, sono gli «amatori» e non i professionisti tesserati con una squadra. I casi individuati sono tuttavia soltanto la punta dell’iceberg. Il fatto inquietante è che nessuna delle vittime ha avuto l’assistenza che doveva avere e che poteva salvare loro la vita. Nessuno è stato defibrillato entro 10 minuti: procedura praticamente impossibile se l’evento colpisce lungo un sentiero.

Si stima che siano circa 600mila le persone over 65 che praticano attività sportive, escursionismo, alpinismo, sci sulle Alpi. Se da un lato è ormai accertato che l’attività fisica continuativa è un bene per mantenere il benessere psico-fisico degli individui e serve ad allungare la vita, dall’altro rimangono da studiare con cura le relazioni tra rischi e benefici per alcuni tipi di attività e l’entità dello sforzo fisico, nonché i possibili problemi derivanti da soggiorni più o meno prolungati a quote elevate, al di sopra dei tremila metri. Ma vediamo meglio, sulla base di una ricerca della dottoressa Oriana Pecchio, medico di montagna e alpinista, quali sono le parti del nostro fisico più esposte a rischi quando si va in montagna.

  • Funzionalità renale. Il rene inevitabilmente invecchia e con gli anni si riduce la funzionalità renale, ma un allenamento corretto migliora la performance fisica anche nell’insufficienza renale, a patto che durante l’attività fisica si beva abbondantemente, si reintegrino i sali minerali, lo sforzo sia sempre dosato secondo le possibilità del singolo individuo e si evitino le ore più calde per svolgere le attività. Bisogna poi prestare attenzione agli effetti sul rene dei farmaci antinfiammatori, delle terapie croniche per l’ipertensione e delle statine usate per trattare l’ipercolesterolemia.
  • Cuore e polmoni. Gli anziani al di sopra dei 65 anni dovrebbero comunque tenere sotto controllo la pressione arteriosa, soprattutto al di sopra dei tremila metri di quota, e se necessario sottoporsi a terapia. Altrettanto consigliabile è un periodico controllo cardiologico e un test da sforzo per escludere malattie coronariche non sintomatiche. Invecchiano i polmoni e le articolazioni, si riduce la massa muscolare, ma un allenamento idoneo mantiene più a lungo la funzionalità di organi e apparati.
  • Dosare gli sforzi! L’allenamento deve essere continuativo e il carico di lavoro dosato in base all’obiettivo che si pone l’anziano: cambiano infatti le strategie e l’impegno se il fine è il semplice benessere o la partecipazione a gare. Il medico sportivo attraverso un test da sforzo può stabilire la corretta intensità dell’esercizio. Ma l’allenamento fisico non è fine a se stesso, in quanto migliora anche la performance cognitiva. Il fabbisogno calorico negli anziani diminuisce, ma non ci sono evidenze che dimostrino la necessità di cambiamenti della composizione della dieta e in particolare non sono necessari supplementi proteici.

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