Mariacher e la Iovane raccontano il loro capolavoro sulla Marmolada

Up 2016
L’annuario 2016 di Versante Sud (www.versantesud.it): la foto è di David Mason.

Nomi sconosciuti ai non addetti ai lavori e intramontabili maghi dell’arrampicata si alternano nelle pagine di “Up”, annuario di alpinismo europeo edizione 2016 (Edizioni Versante Sud, 195 pagine, 9,90 euro). La parola “mitico” si spreca, ma questa non è una critica. Quattro le vie “mitiche”: Tempi moderni, Diretta americana, Via del Vecchiaccio, Brutamato Yè Yè. A raccontarle sono Heinz Mariacher, Marco Vegetti, Stefano Ardito, Andrea Frigerio. Per chi ancora non è sazio, ecco due tiri “mitici”: Il mattino dei maghi di Maurizio “Manolo” Zanolla e Manuela Ravasio, e Greenspit: il sogno dell’Orco di Andrea Giorda. Infine il blocco “mitico” si chiama Tonino 78 e qui lo racconta Tatiana Bertera. Nella seconda parte l’appassionante fascicolo offre incontri con Luka Lindic (Lucia Prosino), i fratelli Geremia (Cristiano Pastorello), Stefano Ghisolfi (Stefano Michelin) e Niccolò Ceria (Riky Felderer). Ancora dei carneadi, ma le premesse sono buone anzi ottime. Più avanti ecco il Report 2015 a cura di Ilaria Raboni, la rubrica dei materiali e le relazioni e proposte a cura di Marco Romelli. Viene da pensare che la scelta dell’immagine di copertina con la climber inglese che emerge dall’oscurità possa essere messa in relazione con queste stagioni forse un po’ opache dell’arrampicata, anche se è evidente che l’alpinismo dei giorni nostri ha ancora molto da offrire e la pubblicazione di Versante Sud è qui a dimostrarlo. Ma non può essere priva di significato nemmeno la scelta di aprire il fascicolo con le immagini “vintage” di Heinz Mariacher e Luisa Iovane che rievocano quegli anni Ottanta in cui l’arrampicata sportiva venne trasferita sulle montagne con buoni risultati a giudicare dalla via Tempi moderni lungo una nuova linea scoperta da Heinz sulla Parete sud della Marmolada. L’alpinismo continua a evolversi, ma qui aveva già toccato vette sublimi per intuizione e ardimento.

Mariacher e Iovine giovani
Luisa e Heinz con l’immagine della Sud della Marmolada dove hanno tracciato “Tempi moderni”, il loro capolavoro (ph. Serafin/MountCity). Sopra il titolo, la Iovane fotografata da Mariacher durante la prima salita nell’82 sulla rigola.

“Quel tiro”, rievoca Mariacher (con la Iovane ha formato una cordata sulle pareti e nella vita che definire affiatata è poco), “era una sfida perfetta e spingere i propri limiti su roccia sconosciuta con protezione precaria: era il gioco che amavo, non solo un gesto atletico, ma una forma di arte, la combinazione di intuizione, abilità e coraggio nel piazzare le protezioni”. “Chi ripete questa via”, aggiunge Mariacher che è anche molto bravo a dipingere quadri legati alla natura, “oggi spesso si dimentica che più di trent’anni fa il mondo dell’arrampicata era molto diverso a e la prospettiva nel frattempo è cambiata notevolmente”. Cambiata in meglio? Mariacher non ha dubbi: “Il livello degli arrampicatori era molto basso e in conseguenza c’era molto rispetto per le grandi pareti”. Un “rispetto” che evidentemente non provavano prima di lui Bernadini, Dagory e Magnone affrontando nel 1952 la prima ascensione del versante Ovest del Dru, il muro dove nel 1963 Hemmings e Robbins tracciarono la Diretta americana di cui ci racconta piacevolmente Vegetti.

New kid on the rock
Iovane e Mariacher appaiono in alto al centro in questa divertente adunata degli scalatori che hanno rivoluzionato l’arrampicata nelle Dolomiti.

Ardito ci conduce poi in “Up” sulle placche del Corno Piccolo con alpinisti straordinari come Pierluigi Bini e Massimo Marcheggiani, mentre Frigerio ritorna 25 anni dopo su Brutamato Yè Tè, una via della Val di Mello irripetuta per un quarto di secolo per un’unica ragione: è piuttosto probabile, in casi di caduta, “che non si passi poi dal bar a bere la classica birra!”. Certo, Nicolò Bartoli, Saro Costa e Alberto Prosperetti erano a quei tempi un po’ hippy, un po’ matti, molto preparati e con pochi freni inibitori. E che dire di Manolo e delle sue estenuanti salite del 1981 sulle pareti del Totoga “quintessenza della cattiveria di una montagna dolomitica”? Lasciamo che sia lui a raccontare: “Incominciai a scalare e quando, molto più tardi, mi abbandonai stremato sulla grande cengia, avevo la gola completamente arsa, gli occhi pieni di terra, ero quasi incapace di chiudere le mani”. Si può essere maghi quanto si vuole, ma questo è il prezzo da pagare se si vuole diventare uno come Manolo. (Ser)

2 thoughts on “Mariacher e la Iovane raccontano il loro capolavoro sulla Marmolada

  • 06/05/2016 at 09:51
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    Grazie per la cortese segnalazione. L’errore è stato corretto. Ora Luisa è tornata Iovane e l’estensore si scusa con la celebre scalatrice e con i lettori per la spiacevole disattenzione.

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  • 06/05/2016 at 09:39
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    Bisognerebbe correggere: Luisa Iovane e non Iovine…nel titolo e nell’ articolo.

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