Cervino 1865. Quella corda tagliata…pardon, spezzata

Cover“Taja che ti te salvi”. Cesare Maestri benché in una situazione precaria non ascoltò, nella sua generosità, l’invito di Luciano Eccher legato alla sua corda ma incapace di muoversi più sotto nel vuoto. Né il ragno delle Dolomiti, in grave difficoltà, era in grado di recuperarlo. Ma Eccher riuscì miracolosamente a salvarsi. Si salvò anche Joe Simpson benché il compagno Simon Yates sulla Siula Grande, per mettersi al sicuro, avesse tagliato la corda che lo tratteneva e ne nacque un libro e un film considerati dei capolavori. Ma è possibile che anche Edward Whymper dopo avere conquistato il 14 luglio 1865 il Cervino abbia tagliato con un coltello l’esile corda che tratteneva i quattro compagni in procinto di precipitare? Possibile che quella corda così sfacciatamente spezzata esposta nel sancta sanctorum di Zermatt sia un falso? Possibile che il celebre reverendo W.A.B. Coolidge, alpinista e storico eccelso, abbia dato del bugiardo a Whymper e nessuno, a parte il mite Guido Rey, sia insorto per difenderlo? Sulla tragedia del 1865 che seguì la conquista della Gran Becca inquietanti ipotesi riemergono dal volume “Cervino sconosciuto” (Fondazione Enrico Monti, Grossi – Domodossola, 173 pagine in grande formato, 34 euro) di Laura e Giorgio Aliprandi, Enrico Rizzi e Luigi Zanzi. Il libro in sontuosa edizione in carta patinata arriva sugli scaffali in questa primavera del 2016, un anno dopo che si sono svolte a Cervinia e a Zermatt le celebrazioni per il centenario della prima salita. Fuori tempo massimo, ma fino a un certo punto: perché questa storia irrisolta di bugie e di coltelli è di perenne attualità e meritava comunque, a tempo debito, una rilettura da parte di studiosi quanto mai qualificati.

Whymper & C.
In un fotomontaggio, la tragica cordata di Whymper (primo a destra in basso). Sopra il titolo la corda strappata esposta al museo di Zermatt.

“Udii Croz lanciare un urlo”, racconta Whymper (“The Ascent of the Matterhorn”, 1880), “poi vidi lui e Hadow volare giù; un istante dopo Hudson fu trascinato via dal suo appoggio, e subito lord Douglas li seguì. Fu questione di un attimo. Appena intesa l’esclamazione atterrita di Croz, il vecchio Peter e io ci ancorammo tanto saldamente quanto la roccia ce lo permise. Fra di noi la corda era tesa, e reggemmo lo strappo come un sol uomo. Resistemmo; ma tra Taugwalder e lord Francis Douglas la corda si ruppe…”. Un attimo, e quei quattro poveracci (uno era nipote della regina Vittoria) precipitarono sfracellandosi nel vuoto. La corda era inadeguata a reggere lo strappo, non omologata in base alle direttive dell’Alpine Club. Perciò si strappò e fu la salvezza dei tre rimasti aggrappati alle rocce. Ma perché poi si dovrebbe per forza accettare a occhi chiusi la versione di Whymper? Prima di andarsene nel 2015 lassù a fargli compagnia, il professor Zanzi lasciò ai posteri una testimonianza, quella riportata nel libro di cui qui si parla, che inequivocabilmente s’intitola “Per una contro-storia del Matterhorn- Cervino”. E la controstoria non può che nascere da una diversa lettura di quegli attimi fatali.

La conquista di Whymper
La conquista…

L’unico che in quella circostanza e con grande freddezza avrebbe potuto tagliare la corda era, secondo Zanzi, lo stesso Whymper che aveva le mani libere, mentre sotto di lui Taugwalder cercava disperatamente di trattenere i compagni sospesi sull’abisso e la corda gli scorreva tra le mani lacerandogli la pelle. Ma a parte la dinamica della sciagura, nel magma evocato ora con una straordinaria ricchezza di dettagli, citazioni, scritti e immagini d’epoca, affiorano nel libro rivalità e pettegolezzi protratti per decenni, miserie e bassezze, sospetti e connivenze. D’accordo, non fu un’oasi felice nemmeno la controversa conquista italiana del K2 nel 1954 su cui pure Zanzi indagò insieme con altri due studiosi (“K2 una storia finita”, Priuli&Verlucca) per avvalorare la verità di Walter Bonatti contrapposta a quella di Adito Desio e soci senza peraltro ottenere il completo apprezzamento del principale accusatore, cioè Bonatti. E che la “conquista” del Cervino come quella del K2 sia sfociata in una “guerra” non è solo Zanzi ad affermarlo. Ma qui il quadro si presenta ancora più fosco di quanto si era finora immaginato.

Tragedia Cervino
…e la tragedia.

Era bellicoso lo spirito con cui Whymper gridò e fece rotolare dalla vetta ormai raggiunta dei sassi sulla cordata italiana condotta da Carrel che stava ancora salendo? Guido Rey nel suo celeberrimo “Monte Cervino” (Hoepli, 1904) evangelicamente spiega: “Whymper in quell’istante del suo trionfo desiderò di avere accanto a sé, partecipe della sua gioia, quell’uomo valoroso che laggiù, in basso, guidava la piccola schiera degli italiani sconfitti”. Fu Rey, come ricordano Laura e Giorgio Aliprandi, a difendere la memoria di Whymper, un uomo-mito per lui inattaccabile, dando un giudizio spregiativo dell’irascibile reverendo Coolidge che lo sbugiardava definendolo “semplicemente immorale”.

In effetti, senza mezzi termini Coolidge, riferendosi alla confessione resa tardivamente da Whymper al pastore anglicano Browne che si portò il segreto nella tomba, stabilì che l’odiato collega “è sempre stato un bugiardo”. E per sovrapprezzo lo mise per iscritto. Peggio ancora viene compromessa l’immagine di Whymper da una testimonianza di Peter Taugwalder, uno dei sopravvissuti, ripescata negli archivi dell’Alpine Club: in base alla quale “molte delle cose che Whymper mise in bocca a noi non avevano alcun fondamento”. Possibile, si chiedono gli Aliprandi, che Whymper abbia cercato di manipolare la verità a suo vantaggio scaricando le colpe sui due Thaugwalder padre e figlio scampati con lui alla tragedia? Sarebbe questa l’ennesima picconata all’immagine tanto bistrattata del conquistatore del Cervino. “E’ una querelle che si ripropone oggi”, conclude salomonicamente Rizzi riferendosi all’ipotesi della corda tagliata, “e la cui mancata soluzione – nonostante i tentativi britannici di considerarla chiusa – non può non proiettare una lunga ombra su questa pagina cruciale della storia del Cervino”. Una delle tante ombre a cui ci ha abituati la storia tutt’altro che lineare dell’alpinismo, e un libro comunque imperdibile. (Ser)

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