Quelli della Righini e gli altri che per primi tradirono le piste di sci

Schermata 2016-05-18 alle 16.21.53
Sci fondo ieri e oggi. Nella foto sopra il titolo un’immagine di “Sciare in salita”,  il film di Chiara Brambilla sulla storia della Scuola Righini del Cai Milano.

Nel delineare esemplarmente nell’ultimo numero di Dislivelli “l’ingannevole immagine del turismo alpino”, Enrico Camanni rileva come oggi lo sci sia al novanta per cento un’industria artificiale: la neve è programmata, le piste larghe e lisce come autostrade, gli impianti rapidissimi che annullano i tempi d’attesa. Le conseguenze di questo trend sono sotto gli occhi di tutti. Oggi i costi dei biglietti giornalieri e stagionali sono sempre più elevati e c’è chi rinuncia alle piste avvicinandosi a discipline storiche come lo sci alpinismo o a pratiche ritrovate come le ciaspole. Ma non ha del tutto ragione Camanni nel sostenere che “una volta chi saliva in neve fresca con le racchette da neve o le pelli di foca era considerato un paria rispetto allo sciatore firmato”.

“Paria” non si sentivano di certo quelli che negli anni del boom aborrivano gli impianti di risalita e definivano “normale” lo sci di fondo e lo sci alpinismo. E che trovavano umiliante e indecoroso scendere in pista con lo skipass attaccato al collo. Altro che “paria”. Si ritenevano dei privilegiati, degli “unti” dal Signore, degli appartenenti a una casta. Un esempio? Nel 1965 la Righini, la scuola di scialpinismo del Cai Milano, cominciò a diffondere tra quanti in città se l’erano scordata la cultura della neve vergine da calpestare con metodo. “Sciare in salita” s’intitola non a caso il bel film di Chiara Brambilla presentato di recente al TrentoFilmfestival che ripercorre, attraverso il racconto del microcosmo della scuola, le tappe più importanti della storia dello scialpinismo, dall’evoluzione dei materiali tecnici all’avvento dell’era digitale.

pren31 copia
In fila per uno con le ciaspole ai piedi. Un tipo di escursionismo invernale oggi diffuso.

In quegli anni la Marcialonga chiamò a raccolta anche a Milano la scelta pattuglia di chi tradiva sistematicamente e con una punta di snobismo le piste di discesa e “faticava” di gusto con gli sci da fondo. A Milano il Cross Country Club annoverava personalità dell’economia, del commercio e dell’industria, tutti orgogliosi di appartenervi. Ambrogio Fogar, reduce dal giro del mondo sul suo “Surprise”, era l’ideologo di questo modo un po’ fanatico di concepire lo sci come fatica e avventura. Hermann Mayer, industriale nel settore dei casalinghi, swingante esponente della Original Lambro Jazz Band, trascinava gli appassionati nel Grande Nord alle partenze della Vasaloppet e della Finlandia Hiito.

E c’era il negozio di Livio Dameno in via Costa, diventato un cenacolo dove si potevano acquistare le introvabili racchette da neve fatte di legno e corda intrecciata simili a quelle da tennis e ogni genere di sci da fondo purché di legno di betulla, fragilissimi. Una certa Manuela Di Centa, successivamente diventata ai Giochi di Lillehammer una regina del fondo con il determinante contributo di un fior di commissario tecnico come Camillo Onesti (marcialonghista della prima ora), veniva qui a farsi sistemare gli attacchi e rifare le solette e al suo regale ingresso il negozio si fermava. Tutti in sua adorazione. A contenderle la scena c’era una mora niente male, dall’aria birichina, una certa Daniela Camus che faceva la segretaria di redazione di una rivista scientifica. Daniela si classificava sistematicamente tra i più forti alla Marcialonga e veniva regolarmente squalificata quando all’arrivo, tolti i baffetti finti, si scopriva che era una donna (ma quasi tutti al suo passaggio lo capivano al volo e non occorre spiegare perché). Spiegazione: la Marcialonga a quei tempi era per regolamento una corsa esclusivamente maschile, ma questo per Daniela era un dettaglio marginale.

Senatore Ugo Caola copia
Ugo Caola fu un “senatore” della Marcialonga. Eccolo con alcuni dei pettorali (ph. Serafin/MountCity)

Con Chino Magli, erede di una dinastia di ombrellai, si condividevano di quando in quando, davanti a una birretta dalle parti di porta Magenta, i ricordi delle tante Vasaloppet corse allo spasimo, spronati dall’inflessibile skiman Carletto Sala, recordman sulle 24 ore e, nella vita, portiere alla Casa di riposo Giuseppe Verdi. Ventiquattr’ore duravano le frequentatissime staffette a Pinzolo, regno di Ugo Caola, “senatore” (della Marcialonga: nel senso che non ne aveva persa una) e impeccabile albergatore nella zona. Per un po’ queste interminabili faticate si trasferirono poi ad Andalo dove il comandante di jet Giustino Del Vecchio girava in pista instancabile giorno e notte in solitaria con le sue poderose falcate. Ad allenarsi “a secco” si andava invece sulla pista di plastica messa a disposizione in Brianza, in un magico bosco di betulle, da Franco Busnelli, rinomato fabbricante di divani e ovviamente patito dello sci: quello “normale” ovviamente, da praticare con gli sci stretti allora per lo più di fabbricazione svedese. Ma quando la Marcialonga era alle porte si era anche tutti invitati in Brianza, con il corollario di una benefica sauna, ad allenarsi nella pista di plastica del magnate Renato Cepparo, colui che inventò la Stramilano e la rivista “Vai” (corri, cammina e scia) e poi investì tutti i suoi averi in una spedizione scientifica in Antartide. E questi sarebbero stati i “paria”? (Ser)

Commenta la notizia.