Un Giro d’Italia infernale? Mai come il Tour ai tempi eroici

Suffrance
L’italiano Umberto Drei caduto nel 1948 proprio all’ultimo chilometro della quarta tappa. Nella foto sopra il titolo Ottavio Bottecchia s’inerpica nel 1924 sui Pirenei.

Una “corsa infernale” titola il Corriere della Sera del 22 maggio 2016. Ed è possibile che per qualcuno il Giro d’Italia si riveli di colpo un gioco per masochisti. Chi l’avrebbe mai pensato?  I “girini” soffrono in salita e poco vale il conforto delle “ammiraglie” sempre al loro fianco nei momenti critici, delle bici al carbonio con dispositivi elettronici per cambiare marcia, degli auricolari con cui ascoltano gli incitamenti delle fidanzate. E anche, chissà, dei motorini nascosti nella pedaliera…Soffrono anche se dichiarano di non voler raschiare il fondo del barile della sofferenza e lasciano volentieri andare avanti sulle salite un sorridente ragazzo olandese in maglia rosa che al massimo in patria si esercita a scalare i cavalcavia. Ciò non toglie che i bollettini medici registrino al Giro crolli di scalatori per lipotimia, ovvero collasso con perdita di coscienza. Le cronache riferiscono inoltre di “rudi boscaioli” (una categoria che si credeva estinta) che in discesa vomitano e vedono nero ed è giocoforza scaricarli di peso sulla confortevole ammiraglia.

Corsa infernaleNiente di nuovo sotto il sole. “Tour de France, tour de souffrance”, dicevano una volta i cantori della Grand Boucle. Davanti ai loro occhi le scene erano davvero da inferno: le foto ci mostrano ragazzi sfigurati, maschere di fango e di dolore con le loro camere d’aria arrotolate sul petto come da regolamento. Le forature erano a ripetizione e mai qualcuno che desse una mano a quei disgraziati. Spiegazione: fino agli anni Sessanta molte strade erano sterrate, e sassi e ghiaia erano le principali cause delle forature.

Bottecchia
Bottecchia appiedato e deluso.

Il Tour del 1948 fu tra i più duri. Su 144 partenti ne arrivarono al traguardo parigino solo in 44. Le regole erano ferree: ogni corridore doveva finire la corsa esattamente con le stesse cose di quando l’aveva iniziata. Chi indossava maglie pesanti per contrastare il freddo della partenza alle luci dell’alba, non poteva toglierle quando, nelle ore pomeridiane, il sole picchiava in modo inesorabile. Come semplici escursionisti, i corridori si fermavano alle osterie lungo la strada e scolavano bottiglie di gazzosa a loro spese. E che dire del campionissimo Ottavio Bottecchia? Riferiscono che si allenasse in salita trascinando una fascina di legna legata alla sella, ma un giorno lo trovarono morto durante un allenamento e si può capire perché.

Fonte: “Tour de France, tour de souffrance” di Albert Londres (www.excelsior1881.eu)

Commenta la notizia.