Salire sull’Everest? Un gioco (pericoloso) da ragazzi

“Sull’Everest in 500: una pericolosa forma di turismo”. Così la Gazzetta del 29 maggio 2016 titola la rubrica di Reinhold Messner. Che torna a battere il suo tasto preferito. Questo non è alpinismo, perlomeno non è alpinismo serio. Lo si era capito da tempo. Nel 2010 il tetto del mondo fu raggiunto da un ragazzino americano di 13 anni. Si può dire che a quel punto la scalata al colosso himalayano abbia cominciato a essere interpretata come un gioco (pericoloso) da ragazzi. L’impresa venne compiuta dal tredicenne californiano Jordan Romero che scalò l’Everest lungo il versante tibetano accompagnato dal padre Paul e da tre sherpa. Ci si chiese se fosse giusto portarsi dietro un poco-più-che-bambino in imprese tanto impegnative e, forse, temerarie. Perché oltre gli “ottomila” la vita è sempre legata a un filo. Sull’argomento intervennero educatori, medici ed esperti di psicologia infantile. Tra questi Giuseppe Saglio, psichiatra, autore per Priuli & Verlucca del saggio “In su e in sé. Alpinismo e psicologia” (2007), rilettura in chiave psicologica di alcuni temi cruciali dell’alpinismo.

Jordan
Jordan Romero nel 2010 reduce a 13 anni dall’Everest.

“La notizia non ci rallegra”, spiegò il dottor Saglio, “perché pensiamo che non sia bene essere avviati a compiere un’azione grande quando si è ancora piccoli. Non è bene se la spinta deriva dall’essere nati in una piccola provincia della grande America e da genitori che, pur essendo grandi, a volte si ritengono ancora piccoli e, per sentirsi capaci di grandi cose, portano il loro piccolo sulla montagna più grande, inducendolo a fare ciò che non sa e non può sostenere. Il piccolo Jordan fa grandi passi, ma non può accogliere pensieri così grandi: dovrebbe prima imparare, dovrebbe prima essere preparato a farlo. Come potrebbe altrimenti entrare nell’adolescenza e crescere attraverso l’esperienza più creativa della vita, tra incertezze e scoperte, tra paura e coraggio, tra avventura e quotidianità? Come potrebbe dare forma al suo progetto? Come riuscirebbe a scalare la sua montagna?”. D’accordo, è meglio incoraggiare i piccoli a preparare piccoli zaini, ad assumersi piccole responsabilità per poter compiere piccole scelte, a camminare con piccoli passi su piccole montagne. E poi condividere con loro piccoli pensieri. Ma l’Everest continua a rappresentare una meta off limits e a nulla valgono i divieti, quei pochi che ci sono. Sei anni dopo l’impresa di Jordan Romero, quel certo tipo di alpinismo non è altro che una forma di consumo di cui tutti credono di poter disporre, a ogni età, e senza escludere chi è portatore di particolari handicap o anomalie. Ma non bisogna cedere al pessimismo: l’arrampicata sportiva, per esempio, è sempre più una prerogativa dei ragazzi e questo è sicuramente un buon segno.

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