Monte Bianco. Cronaca immaginaria dal rifugio che non c’è

Era da un po’ di tempo che lo storico rifugio Torino del Cai al Monte Bianco denunciava la sua decrepitezza. Molti di noi che lo abbiamo bazzicato ricordano lo squallore delle brande da caserma in stanze attraversate da spifferi insopportabili, i muri scrostati, le latrine maleodoranti, l’affollarsi alla mensa invasa dalle ondate di turisti di passaggio scaricati dalla funivia. Quella vecchia struttura si presentava decisamente inadeguata al tipo di frequentazione solo in minima parte legata all’alpinismo nella sua più nobile accezione. Ora il rifugio è stato finalmente restaurato “con materiale e tecnologia innovativa” ed è tornato a presentarsi dignitoso e accogliente come si richiede a qualunque azienda che fa dell’ospitalità in alta quota una bandiera, tanto più se supportata dal denaro pubblico. Non lo si può tuttavia definire un rifugio d’avanguardia, quale sarebbe dovuto diventare in base al progetto presentato nei primi anni del nuovo millennio da un agguerrito team di architetti. Il progetto preliminare, qualcuno lo ricorderà, venne tenuto a battesimo al Monte dei Cappuccini ma non ebbe le gambe per superare i successivi step. Prendendo spunto da questo progetto abortito, nel libro del rifugio una mano anonima vergò a suo tempo la fantacronaca che mountcity.it ha ora ritrovato e pubblica così com’era negli archivi. Racconta di un rifugio-modello decisamente avveniristico che è rimasto, nel bene e nel male, nel limbo delle buone intenzioni. Serena lettura! (Ser)

Rifugio Torino
Nell’immagine sopra il titolo un rendering del rifugio progettato e mai realizzato. Questo invece è il logo del rifugio “che c’è”.

Sotto una gigantesca una bolla di vetro

Dalla nuova stazione di arrivo a Punta Helbronner prendo l’ascensore che discende nel pilone di fondazione in calcestruzzo e attraverso un tunnel mi porta sull’ampia terrazza di arrivo del nuovo, nuovissimo rifugio Torino. Questa terrazza al cospetto del Monte Bianco è un porto di mare: a tutte le ore si avvicendano alpinisti o semplici visitatori venuti ad ammirare il magnifico panorama che si estende nelle belle giornate fino al Cervino e al massiccio del Rosa. All’ingresso mi viene assegnato un badge per lasciare gli scarponi in un apposito armadietto, accedere a una confortevole camera ai piani bassi, e mettere i vestiti bagnati in un essiccatoio.

Prima di svuotare lo zaino non resisto però alla tentazione di farmi un giro per il nuovo rifugio, attratto dalla luce che attraverso ampie finestre si proietta verso le terrazze affacciate sul meraviglioso panorama. Scopro allora che il rifugio è contenuto in un involucro trasparente, una bolla di vetro, e che una serie di spazi che avevo immaginato esterni sono in realtà protetti, riscaldati dalla radiazione solare e allo stesso tempo immersi nell’ambiente circostante.

C’è per esempio una piccola parete artificiale la cui superficie non è gelida nonostante oggi sia il primo dicembre e fuori ci siano -5°C, e c’è poi al piano più alto una sala conferenze dove il Cai ha allestito un’interessante mostra dal titolo “I rifugi alpini fra tradizione e innovazione”. Qui abbiamo il cielo sopra la testa e la radiazione è molto intensa. E infatti una serie di lamelle, come una gigantesca veneziana, protegge dai raggi solari. In realtà queste doghe in plastica contengono un liquido e sono calde ma non scottano, saranno a circa 30°C: si tratta di una tecnologia chiamata PCM che utilizza all’interno delle celle una sorta di cera che immagazzina il calore della radiazione solare senza surriscaldarsi.

L’effetto serra che si genera all’interno di questo involucro di vetro è in grado di dare all’edificio, mediante una serie di accorgimenti per la circolazione e il ricambio dell’aria, la maggior parte dell’apporto calorico di cui necessita. Ma anche le persone e non solo l’aria circolano bene qui dentro: è magnifico per esempio ridiscendere dalla sala pranzo all’ingresso per mezzo di una passerella elicoidale che sfila tangente alla vetrata, ha una pendenza molto dolce e può essere percorsa anche da persone diversamente abili; anche mio figlio tra qualche anno potrebbe divertirsi a passeggiare in tutta sicurezza per queste sale piene di luce.

Una breve sosta al primo piano alla sala ristorante per una birretta e poi mi decido a discendere alle camere per le odiate operazioni di occupazione branda e per mettere ad asciugare i vestiti che dopo una settimana di randonnée iniziano a fare la muffa. Niente da dire, qui sotto il confort è notevole: finestrelle illuminano camerette di legno e stoffa arredate in modo che con piccole modifiche possano accogliere più o meno persone; c’è anche, volendo, il letto matrimoniale.

Un tubo  – che nella sezione del rifugio presente all’ingresso per indicare le vie di fuga sembrava un’enorme canna fumaria – diffonde anche nei corridoi di distribuzione un po’ di luce diurna evitando l’effetto bunker presente di solito nelle grandi strutture ricettive. Al centro dell’edificio ecco gli essiccatoi: piccoli box ad uso individuale con un flusso d’aria leggermente riscaldata che li attraversa, molto utile per metterci i vestiti che nella stanza freddina non si asciugherebbero. Così non devo portarmeli su in sala da pranzo, evitando effluvi sgraditi. Tutta la regolazione termica dell’edificio è controllata da un complesso sistema di condotti d’aria che effettuano il recupero calorico sull’aria uscente pre-riscaldando quella in entrata. Non si tratta di un edificio passivo, come è ben spiegato in una targa all’ingresso: è in funzione se necessario un piccolo impianto elettrico a pompa di calore in grado di fornire 265 kilowattora/giorno, appena il necessario per un normale appartamento di fondovalle…

Guido

 

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