Barmasse e i confini dell’avventura

Tanto di cappello. Non capita tutti i giorni che il direttore di un grande quotidiano s’interessi di alpinismo. E invece il direttore de La Repubblica Mario Calabresi rivela una particolare sensibilità anche in questo campo incontrando il 3 giugno 2016 l’alpinista Hervè Barmasse e il velista Giovanni Soldini al Maxxi di Roma sul palco di Repubblica delle Idee. L’argomento, come si deduce dalla registrazione on line, è il superamento dei propri limiti, in nome dell’avventura. L’ultima volta che sono stati chiamati a esprimersi sui confini dell’avventura alpinisti, velisti, aeronauti e speleonauti risale probabilmente al TrentoFilmfestival del 1989, quando da Emanuele Cassarà vennero radunati attorno a un tavolo personaggi come Reinhold Messner, Fosco Maraini, Cino Ricci, Pierre Sicouri e Alfonso Vinci lasciando ai posteri, attraverso gli Atti, una testimonianza ancora oggi valida e palpitante (Messner dichiarò che nell’avventura è indispensabile “che ci sia l’incertezza, l’incertezza totale, anche l’incertezza della fine”).

Barmasse si racconta
“Sarà stata la medicina del Cervino”, racconta Barmasse, “ma la montagna mi ha stregato e da quei giorni non mi ha più lasciato”. L’immagine sopra il titolo risale al 2008 ed è stata scattata da J. Lumignon (per gentile concessione)

Niente di nuovo sotto questi cieli. La ben nota riservatezza del milanese Soldini, ai limiti di una simpatica scontrosità, confligge, nell’intervista citata con le immagini del suo veliero ipertecnologico “Maserati”, una macchina da guerra in lotta con ondate furibonde, mentre lui serafico se ne sta al timone prendendosi secchiate d’acqua in faccia. Barmasse è invece il ragazzo per bene che da tempo conosciamo, il viso ben rasato, lo sguardo limpido, un cenno di dichiarata timidezza a sua volta in contrasto con le immagini della sua temeraria passeggiata “free solo” in vetta al Cervino. Il tutto documentato dall’ormai abituale telecamera “indossabile” GoPro fissata sul casco che esplora gli abissi sotto di lui e ci mostra come su quelle rocce friabili Hervé si muova lieve e senza incertezze, come un gatto nella legnaia. Immagini che destano una certa ansia anche se sappiamo che un grande alpinista come Barmasse, discendente di un’illustre dinastia di guide alpine, è consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti. Questo è solo un assaggio di ciò che sa fare. Resta in chi scrive l’impressione che di quelle immagini spericolate ed esibite, Hervé possa vantaggiosamente fare a meno. You tube pullula di pazzoidi in tuta alare o senza che volteggiano con la telecamera incorporata sfiorando le rocce sulle quali talvolta sfortunatamente vanno a spiaccicarsi. Ha altre frecce al suo arco l’impeccabile Barmasse. Ne è testimonianza il suo bellissimo libro “La montagna dentro” nelle cui pagine non si trova la scontata esaltazione di un campione dell’estremo, bensì la spiegazione di che cosa si nasconde dietro l’avventura dell’alpinismo, quando il coraggio delle decisioni è intrecciato alla fragilità e alla paura.

Sta di fatto che, da bravo cantaglorie, il direttore Calabresi chiede ammirato a Barmasse il segreto di tanta sicurezza ostentata sulla cresta del Cervino. E a Barmasse non resta che stare al gioco precisando sommessamente che lui ai piedi della Gran Becca ci è nato e papà Marco ce lo portava in cima da ragazzino addirittura nella stagione invernale a contemplare aurore e panorami mozzafiato. Insomma lassù Hervé è di casa e questo spiega la naturalezza del suo incedere su un terreno tanto infido per qualunque altro comune mortale, ma anche la sua sintonia con l’ambiente naturale che ovviamente affronta con mezzi leciti.

Forse però andrebbe ribadito che in un ambiente ostile nessuno può dirsi sicuro ed è possibile che si presentino “trappole euristiche” a intralciare il cammino. Una tabella sul periodico dell’Aineva ne elencava recentemente sette, ognuna delle quali accuratamente descritta con esempi e comportamenti da tenere. Il pericolo può nascere dunque da: familiarità (con un itinerario), eccesso di determinazione, ricerca del consenso sociale, aura dell’esperto e istinto gregario o effetto gregge, competitività sociale, scarsità ed euforia, effetto di apprendimento negativo. Il problema è che il rischio, affrontato con maggiore o minore consapevolezza, esercita una forte attrazione soprattutto sui giovani, così come nella mitologia attrasse Icaro con le conseguenze che sappiamo. E a poco valgono le campagne informative che esortano alla prudenza e, sicuramente, anche queste nostre modeste parole se poi il mite alpinista di Valtornenche mostra quanto è bello mettere in gioco, poco o tanto, la vita senza alcuna protezione per il solo gusto di stupire chi già nutre di suo la convinzione che gli alpinisti siano tutti un po’ matti. (Ser)

Guarda l’incontro con Barmasse e Soldini

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