Il capolavoro nascosto di Sauro, eroe di “Time”

Raramente si è profeti in patria. C’è voluta un’iniziativa di Time per scoprire oggi il valore di Francesco Sauro, geologo e speleologo 31enne, nativo di Padova, incluso dalla rivista nella lista di 10 leader della “next generation”, giovani che “stanno lavorando duramente per cambiare il mondo”. Time si concentra sulle esplorazioni e ricerche condotte da Sauro nelle caverne dei tepui venezuelani e sulla possibilità d’importanti scoperte in questi ambienti che per il loro isolamento possono conservare tracce della evoluzione della vita sul nostro Pianeta. Ma dieci anni fa a Cervinia già il talento di Sauro venne consacrato dalla giuria della nona edizione del Cervino International Film Festival formata da Deborah Camaschella, allora assessore alla pubblica istruzione, servizi sociali e sanità del Comune di Valtournenche di cui oggi è sindaca, e dai giornalisti Francesco Marino e Roberto Serafin.

Sauro 2006
Francesco Sauro (a sinistra) nel 2006 con il regista Alessandro Anderloni alla presentazione de “L’abisso” a Cervinia. Tra loro il cineasta inglese Sacha Snow (ph. Serafin/MountCity).

Sauro vinse con il regista Alessandro Anderloni il premio del Club Alpino Italiano per il documentario “L’abisso”. Il film, ancora oggi reperibile in dvd e in You tube (il solo trailer), viene considerato un capolavoro. La giuria espresse ammirazione per quel “mondo rovesciato delle grotte, il suo misterioso spettacolo, le difficoltà probabilmente poco conosciute della discesa. Discesa che diventa viaggio viscerale in una storia che ha coinvolto generazioni di speleologi. È un viaggio nelle storie di limiti antichi e moderni e nel rinnovato interesse giovanile per la materia”. Premiare quel film fu una decisione sofferta. La speleologia sembrò un’ideologia e una filosofia di vita che con l’alpinismo (e quello di Cervinia era un festival prettamente “alpinistico”) manteneva legami piuttosto tenui e occasionali, pur godendo di diritto di cittadinanza al Club alpino con un efficiente organo tecnico e un soccorso speleologico.

E insomma, con tutto il rispetto per la buonanima di Emilio Comici che prima di sfidare gli strapiombi delle Tre Cime amava avventurarsi nelle grotte del Carso, non fu facile dissolvere le nebbie che gravano su questa disciplina elitaria, estranea al protagonismo di tanto alpinismo di ieri e di oggi. Giustizia poi è stata fatta. “E’ forse un segno del destino”, commentò soddisfatto il giovane regista Anderloni ricevendo il premio, “che ai piedi del Cervino sia stato premiato un film dedicato al Cervino delle grotte, quella meravigliosa Spluga della Preta che da generazioni riempie i sogni degli appassionati speleologi”.

L'abisso
Alla Spluga della Preta, Sauro dedicò questo volume. “Time” considera lo speleologo padovano tra i dieci giovani “che stanno lavorando duramente per cambiare il mondo”.

Dieci anni sono trascorsi e la memoria di quel capolavoro “nascosto” sembra essersi persa se nel portale del Cai – che si compiace per il riconoscimento di Time al giovane istruttore al quale dedica una succinta biografia – non si trova traccia di questo documentario del cui soggetto e della cui sceneggiatura Sauro è autore. Un film costato due anni di riprese, con oltre 70 speleologi coinvolti di 19 gruppi speleologici italiani, 30 discese nella Spluga della Preta per un totale complessivo di 11.100 metri di dislivello, 237 ore di ripresa all’interno della grotta, – 800 metri la profondità raggiunta con le telecamere. Particolare importante. Il regista, pur non essendo speleologo, raggiunse con le telecamere il fondo della Spluga per raccontare “in presa diretta” la storia delle esplorazioni in questa mitica grotta attraverso le parole di cinque tra i maggiori protagonisti delle spedizioni del secolo scorso: Lorenzo Cargnel, Attilio Benetti, Giordano Canducci, Aurelio Pavanello e Franco Florio.

Come noto, la Spluga della Preta è uno dei più famosi abissi del mondo, un vuoto profondissimo all’interno del Corno d’Aquilio, sotto i pascoli dei Monti Lessini Veronesi. L’esplorazione di questa voragine cominciò nel 1925. La vertiginosa profondità dei suoi pozzi e la difficoltà delle numerose fessure che ne caratterizzano il percorso hanno reso questa grotta un mito per generazioni di speleologi. A questo “vuoto profondissimo” Sauro ha anche dedicato nel 2007 un volume dal titolo “L’abisso” (CDA&Vivalda, 264 pagine+16 tavole fuori testo). “La Spluga della Preta”, spiega Francesco Sauro, “è… la
 speleologia. O meglio, è sicuramente la grotta che più di ogni altra in Italia è legata alla storia della speleologia esplorativa e ne può essere considerata, in un certo senso, il simbolo, il campo ove si sono confrontati sogni, ideali, truffe, tecniche, modi diversissimi di interpretare l’esplorazione degli abissi”. (Ser)

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