Quei cinque giorni in parete a pascolare

Aste
Armando Aste (qui nella sua casa a Rovereto, ph. Serafin/MountCity)). Nella foto sopra il titolo gli italiani che vinsero per primi la parete nord dell’Eiger. Aste è in primo piano con la giacca bianca.

“Quando sarà giunta la mia ora e mi presenterò davanti a Dio Padre penso che non mi chiederà quante scalate ho fatto durante il tempo che mi è stato concesso. Ma vorrà sapere, anche se Lui lo sa già, se ho amato veramente, se ho fatto concretamente qualcosa per quelli meno fortunati di me”. Dalla vetta dei 90 anni compiuti il 6 gennaio, l’alpinista roveretano Armando Aste guarda avanti ma non dimentica il passato. Tra i grandi dell’alpinismo classico, anzi, irripetibile degli anni Sessanta e Settanta, accademico del Club Alpino Italiano di cui è anche socio onorario, Aste si raccontò di recente anche a Diego Andreatta, sociologo e giornalista professionista, caposervizio del settimanale Vita trentina e l’incontro fu pubblicato anche in mountcity.it A intervistare Aste nella sua casa di Rovereto è stata qualche tempo fa anche Anna Maria Eccli per il Corriere delle Alpi che parlò di una sua “pepata, fatica letteraria”. Uscito dalla fertile penna di Aste, il libro il s’intitola “Commiato. Riflessioni conclusive di un alpinista dilettante in congedo” (Nuovi Sentieri, 136 pagine, 20 euro). Aste approfitta consapevolmente in questa sua opera per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Perché anche se si è in vista di ciò che splende oltre le vette non si possono celare o ignorare i sentimenti. E in qualche caso i risentimenti. Aste cita i “mai accettati” dal Cai accademico Armando Biancardi, Dino Buzzati, Franco Perlotto e spiega: “Erano invisi alla casta, al cerchio dei grandi elettori dell’Accademia. Avranno pestato i calli a qualcuno. I primi della classe non sono mai amati”.

Non sorprende invece che abbia messo Walter Bonatti nel terzo girone dantesco. “Era un indiscusso campione, ma arrogante; non stava mai alla parola data e aveva la pretesa di catechizzare tutti. Io sono sempre stato dalla parte di Ettore, il perdente, non da quella di Achille, imparentato con gli dei dell’Olimpo”. All’origine del dissidio c’è  sicuramente un verbo usato incautamente da Bonatti che era un uomo con i suoi umani difetti e non poche virtù, oltre beninesto a essere stato un mito che per alcuni rimane intoccabile. Il verbo è “pascolare”. Spiega Armando: “Con la solita alterigia dei creduti intoccabili, ne ‘I giorni grandi’ Bonatti ha voluto commentare brevemente la nostra prima salita alla Nord dell’Eiger. Per usare un eufemismo, fra i cordiali aggettivi, lui si è servito anche del verbo ‘pascolare’ che fa pensare ai ruminanti. Ebbene, penso che è meglio pascolare su una parete, fosse anche appunto la Nord dell’Eiger, piuttosto che farlo sporcando momenti ben più importanti, alpinistici e non, della nostra avventura umana. Bisogna ricordare anche i giorni piccoli”.

Forse Walter avrebbe dovuto usare qualche riguardo per l’amico (si fa per dire) Armando. A maggior ragione per una questione di fair play: perché a lui è sfuggita la conquista di quella problematica parete quando era ancora vergine per gli italiani, non certo per colpa sua. Bonatti la tentò in solitaria e aveva le carte in regola per farlo. La montagna gli lanciò però segnali ostili e fu giocoforza ritirarsi. Strano che il suo fair play sia venuto meno. O forse bisognerebbe smettere di considerare quella di Aste & C come una stagione felice dell’alpinismo, anche se grazie a uomini come il roveretano l’alpinismo poteva dirsi ancora fonte di poesia e di emozioni riservate agli eletti.

Commenta la notizia.