Montagna e città, un nuovo modo di “pensare” lo sviluppo

Uno scambio di visioni tra abitanti della città e della montagna. E’ quanto propongono sabato 9 luglio 2016 a Bardonecchia (Torino) la CIPRA e il CAI locale. “Visioni e idee a confronto per costruire uno sviluppo locale sostenibile” è il tema del convegno in programma dalle 16 alle 19 presso la Sala Giolitti del Palazzo delle Feste (Piazza Valle Stretta, 1). Intervengono Francesco Avato, sindaco di Bardonecchia; Federica Corrado, presidente di CIPRA Italia; Piero Scaglia, presidente CAI Sez. Bardonecchia. Giuseppe Dematteis, presidente dell’Associazione Dislivelli; Carlo Grande, scrittore e giornalista; Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana; Antonio Montani, vice presidente del Club Alpino Italiano; Luca Remmert, imprenditore, Roberto Mantovani, giornalista; Davide Borgogno, istruttore nazionale di sci; Marco Bussone, vice presidente UNCEM Piemonte; Stefano Daverio, presidente del Parco Alpi Cozie; Massimo Manavella, presidente A.G.R.A.P.; Maria Teresa Vivino e Vito Aloisio, giornalisti. Il rapporto tra città e montagna è un tema che di questi tempi si declina in alcune interessanti iniziative come la recente rassegna “Mountcity” a Milano e “Torino e le Alpi” che anima in luglio le rive del Po. Come rivela Google Analytics, cittadini milanesi e torinesi sono in larga parte gli amici più fedeli del blog che state frequentando, dedicato alla montagna “tra zero e ottomila”. Tutto ciò è reso possibile anche da un nuovo modo di pensare lo “sviluppo”, meno schiavo del consumo e più interessato alla qualità della vita. E’ pur vero che i buoni rapporti tra città e montagne hanno radici storiche profonde. L’azione di promozione del Club alpino, dal Valentino dove è nato nel 1863, si riverberò subito su altre città. A Milano dove l’associazione prese rapidamente piede nacque la Biblioteca Luigi Gabba assieme alla Sezione del Cai, un’istituzione il cui ruolo nella promozione della montagna è tuttora determinante.

Accademici a Torino 2008
Il Club Alpino Accademico nacque a Torino nel 1904 e segnò l’emancipazione degli alpinisti dalle guide valligiane. Qui un gruppo di soci accademici (ph. Serafin/MountCity)

L’amore per le montagne riprese a infiammare molti cittadini negli anni della Resistenza e anche oltre, nel secondo dopoguerra, con la libertà ritrovata, compresa quella di andare in montagna senza camicie nere, moschetti e stentorei alalà. Ma dove e come si esprime oggi l’amore dei cittadini per le montagne? La storia si è fatta spesso confusa. Nel dopoguerra l’impoverimento e lo spopolamento non sono stati la “naturale” conseguenza della severità dell’ambiente alpino, con cui i montanari hanno imparato a convivere da secoli; sono stati piuttosto il risultato dell’isolamento politico ed economico che, anziché correggerle con politiche adeguate, contribuisce a esaltare le negatività ambientali favorendo l’emigrazione.

“Se dopo Schengen e l’apertura delle frontiere”, spiega Enrico Camanni, scrittore e vice presidente dell’Associazione Dislivelli, “le Alpi possono nuovamente proporsi come la spina dorsale europea, superando l’anacronistico limite dei confini nazionali, anche un altro significato di ‘confine’ è ormai superato dai fatti: è quel limite invisibile che separa la montagna dalla pianura, o la cosiddetta cultura alpina da quella urbana. Quel confine non esiste più perché questo mondo è uno solo, ormai, egualmente afflitto dalla crisi economica e dalla disoccupazione”. Sarà interessante sapere se al convegno di Bardonecchia si affermerà il concetto che queste due realtà possono utilmente incontrarsi per “costruire uno sviluppo locale sostenibile”. (Ser)

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