Wanda, signora dimenticata degli 8000. Nel 1986 il K2 fu suo

 

Tra i grandi impegnati nella scalata degli ottomila, le vette più alte del mondo, la polacca Wanda Rutkiewicz (scomparsa nel 1992 sulla cima del Kangchenjunga) è stata la prima donna a salire sul K2. Sono trascorsi trent’anni. Quale sapore ha avuto per lei la conquista, l’abbinare il proprio nome a imprese che consegnano solitamente gli uomini alla gloria o alla morte? Quali motivazioni spingono una donna ad affrontare lunghe solitudini, a tollerare sofferenze fisiche e psichiche, a lottare corpo a corpo con la montagna? E perché Wanda, come molte altre alpiniste che l’hanno preceduta e seguita, nonostante l’alta qualità delle imprese, non è mai riuscita a raggiungere forme di popolarità al pari di molti suoi colleghi d’avventura? Della Rutkiewicz, del suo spirito indomito e avventuroso, indipendente e combattivo, ma non privo di fragilità e contraddizioni racconta il libro-intervista “Wanda Rutkiewicz, la signora degli 8000”, edito in Italia da CDA (Centro Documentazione Alpina). Wanda aveva come obiettivo quello di scalare tutti i quattordici ottomila. Fu vista per l’ultima volta dall’alpinista messicano Carlos Carsolio e il suo corpo è stato ritrovato nel 1995 da una spedizione italiana composta da Simone Moro, Fausto De Stefani, Silvio Mondinelli, Marco Galeazzi, Mauro Mabellini, Omar Oprandi e Josef Rakonkaj sul versante opposto a quello lungo il quale era salita. Sono state formulate due ipotesi: che fosse salita sul Kangchenjunga e fosse poi caduta tentando di scendere dal versante opposto o che, arrivata al colle che separa la vetta principale del Kangchenjunga dal Kangchenjunga West (Yalung Kang), sia precipitata dal colle lungo il canalone sul versante sud. La spedizione italiana le diede degna sepoltura e fu grazie alle loro foto che si poté stabilire che quel corpo era quello di Wanda.

Leggendo il suo libro si ha la sensazione che oggi nulla sia cambiato nell’atteggiamento verso certe donne che rischiano. Mettendo volutamente a repentaglio la loro vita, le alpiniste non sembrano meritare la considerazione di cui godono gli uomini che si sottopongono ad analoghe sfide. Non si può inoltre escludere che la morte violenta dell’eroina femminile possa essere vissuta anche con una punta di morbosità. Non a caso Giacomo Puccini fa morire di morte violenta tutte le sue eroine, con l’eccezione di Turandot…

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Fatale fu il Kangchenjunga. Ph. Seweryn_Bidziński.

E’ banale asserire che anche di questi tempi che vedono due giovani donne occupare a Roma e Torino la poltrona del primo cittadino, molta gente ritiene, consciamente o inconsciamente, che il posto di una donna sia la casa e che la sua missione sia curarsi del marito e allevare figli? E’ probabile tuttavia che la scarsa presenza femminile sulle montagne himalayane dipenda anche dal fatto che la donna viene discriminata perché offre minori garanzie sul piano della resistenza a certi sforzi. E certamente il rapporto peso-potenza è sfavorevole alle alpiniste perché sopportano carichi inferiori rispetto ai compagni. “Ma è l’unico handicap”, assicura Nives Meroi, la più famosa delle alpiniste italiane impegnate a quota ottomila. “Alle spedizioni ci si arriva non più giovanissime, con varie esperienze alpinistiche alle spalle”, nota poi Nives. “E può capitare che quella età coincida con quella in cui si diventa madri. E in una famiglia è il marito che, tradizionalmente, può concedersi lunghe parentesi lontano dal suo nido. Senza contare che spesso sono proprio le donne a porsi dei limiti ritenendosi non in grado di affrontare esperienze viste, non senza ragione, come faticose e difficili. La mia fortuna è di condividere questa passione con mio marito Romano. E non solo: ho sempre avuto compagni di spedizione disponibili e intelligenti. Così la concentrazione è stata massima riguardo alla salita e niente ha turbato quell’armonia che è fondamentale per affrontare al meglio queste esperienze”.

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