Casarotto “solo di cordata”, il coraggio e lo stile

A rileggerne oggi la lista delle prime ascensioni di Renato Casarotto di cui si celebra, il 16 luglio, il trentennale della scomparsa, si rimane impressionati. Soprattutto se si pensa che sono scalate in solitaria. Prima ascensione del Pilastro Nord Est del Fitz Roy, in Patagonia, nel 1979. Trittico del Frêney al Monte Bianco, cioè il concatenamento in solitaria, senza aiuti esterni e senza depositi di viveri, della via Ratti-Vitali sulla Ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey, della via Gervasutti-Boccalatte sul Picco Gugliermina e del Pilone Centrale del Frêney, con arrivo sulla vetta del Bianco e successivo rientro a valle (il tutto in 15 giorni esatti, dall’1 al 15 febbraio 1982). E poi la prima invernale del Diedro Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza nelle Alpi Giulie, dal 30 dicembre 1982 al 9 gennaio 1983. E il Broad Peak Nord, scalato in prima ascensione assoluta lungo lo spigolo nord nel giugno 1983: 2500 metri di dislivello. Poi la Ridge of no return (5 km di via) al Denali (allora: McKinley), nell’aprile del 1984, in dodici giorni. La prima invernale, sempre in solitaria, della via Gervasutti-Gagliardone sulla parete est delle Grandes Jorasses, nel marzo 1985. E infine il triplo tentativo di scalata dello Sperone sud sud ovest del K2, conclusosi tragicamente a breve distanza dal campo base quel 16 luglio 1986.

Broad Peak 012 copia
Un fotogramma di un film realizzato in super 8 da Renato Casarotto (1948-1986) e tratto da “Solo di cordata” di Davide Riva (email: davide.riva@me.com): riguarda il bivacco solitario al Gasherbrum II a quota 6900 metri. Nella foto grande in alto Casarotto ritratto dalla moglie Goretta.

A differenza dello spettacolo teatrale “Due amori” allestito da Gente di montagna su un’idea di Davide Torri in cui le esperienze dell’alpinista vicentino vengono liberamente elaborate tenendo conto di quell’angelo custode che è stata la moglie Goretta, il regista e, per sua definizione, “story teller” Davide Riva nel documentario di 84’ “Solo di cordata” segue una traccia obbligata costituita dal ricco materiale girato in superotto dallo stesso Casarotto e messo a disposizione da Goretta. Su queste immagini “in soggettiva” fortemente evocative ma piuttosto datate rispetto alle tecniche di ripresa moderne, è costruito buona parte del documentario la cui suggestione di basa anche sulla voce registrata dall’alpinista vicentino che all’epoca sbalordì il mondo e un po’ anche se stesso vincendo con una solitaria strabiliante in Perù, nella Cordillera Blanca, la Nord del Huascarán Norte: una parete concava, alta oltre un chilometro e mezzo, battuta dalla valanghe e dalle scariche di ghiaccio e di sassi dove più tardi persero la vita i bresciani Battista Bonali e Domenico Ducoli.

Lassù, l’alpinista vicentino salì navigando “a vista” per 17 giorni consecutivi in quell’inferno di ghiacci e rocce malferme, con un unico conforto: il collegamento radio giornaliero con la moglie Goretta, in attesa alla base della parete. Dagli amici che lo conobbero e arrampicarono con lui, Casarotto viene descritto nel film di Riva come una persona come tante, un po’umile forse. Salvo quando affrontava l’ignoto in parete e si trasformava radicalmente. Alessandro Gogna lo definisce “di un altro pianeta” come se lui stesso non lo fosse, Manolo sottolinea da pari a pari il coraggio con cui affrontava l’ignoto. E anche l’amico giornalista Roberto Mantovani nel rispolverare i diari e la corrispondenza gelosamente custoditi non manca di ricordare come Renato sapesse diventare, quando era a tu per tu con certe infernali pareti, una macchina da guerra.

Renato con Goretta
Renato con Goretta nel 1985, un anno prima della sua fine.

Forse memore della sua attività ospedaliera (faceva l’infermiere al pronto soccorso), Casarotto è molto preciso nel descrivere con  la sua viva voce gli effetti collaterali delle sue imprese: mani orrendamente piagate, un’oftalmia che lo torturava, i crampi della fame. Non erano certo delle spensierate vacanze le sue avventure con trenta gradi sottozero e 25 chili sulle spalle, come quando nel 1982 affrontò il trittico del Freney. In una didascalia del film Casarotto nega che il suo alpinismo sia un atto d’orgoglio. Ma alla fine del documentario di Riva, così rigoroso nel delicato intarsio di voci e immagini d’archivio e di testimonianze odierne, ci si chiede se non sia stato proprio l’orgoglio a governare il gioco a rimpiattino con la morte di questo gagliardo vicentino che giganteggia nella storia dell’alpinismo e che purtroppo fece quella brutta fine in fondo a un crepaccio, invano soccorso dagli alpinisti subito accorsi. Un ricordo indelebile per Agostino Da Polenza che registrò la richiesta disperata di auto della moglie lanciata via radio: “S’e drio a morir: Agostino daghe una man, Renato el more!”.

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