31 ragazzi sorpresi dalla bufera. La tragedia del Brentei

Una piccola targa ricorda sul sentiero che da Madonna di Campiglio sale al rifugio Brentei, nel Gruppo del Brenta, la tragedia del 17 luglio 1991. Una comitiva di ragazzini fra gli 11 e i 13 anni della parrocchia Nostra Signora di Lourdes di Piacenza venne sorpresa, quel maledetto pomeriggio di di 25 anni fa, da un furioso temporale. Una parte del gruppo cercò di rifugiarsi, correndo disperatamente, in una grotta dove passa il sentiero. Ma non fece in tempo: nella traversata di un canalone una colata di neve e grandine travolse e uccise sei di quei ragazzi e un seminarista che li accompagnava. Questi i loro nomi: Carla Acerbi, Cinzia Ballestri, Francesco Boselli, Matteo Ferdenzi, Michele Ferrari, Nuccio Sebastiano Malaponti, Andrea Rubbino. Così la tragedia è stata ricostruita in “Soccorsi in montagna” (Ferrari editrice, Premio speciale Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” 2004) da Roberto e Matteo Serafin affidandosi alle testimonianze di chi ha partecipato ai soccorsi, a cominciare da quella del Ragno delle Dolomiti Cesare Maestri. Particolare degno di nota. Il libro riporta anche la relazione del maresciallo dei carabinieri Luciano Colombo che partecipò ai soccorsi e seguì le indagini: uno scritto fin dal titolo (“Morti senza colpa”) tutt’altro che asettico e burocratico.

Frana Brentei
Il punto in cui è avvenuta la sciagura fotografato prima della tragedia. E’ visibile la traccia scavata per il passaggio degli escursionisti, poi sommersa dalla valanga. Nella foto sopra il titolo il rifugio Brentei (2182 m), distante pochi minuti di marcia (arch. MountCity)

Il canalone della morte

“La tragedia che più mi ha scioccato resta quella del Brentei”, racconta Cesare Maestri, il Ragno delle Dolomiti, nel suo libro Finché la vita continua. “Quel 17 luglio 1991 mi trovavo a Trento per lavoro. Nel primo pomeriggio la città fu colpita da un furioso nubifragio proveniente da ovest. La cappa di nuvole nere che opprimeva tutta la valle era continuamente squarciata da una serie ininterrotta di fulmini che sinistramente illuminavano la città semibuia. Sotto lo scrosciare della pioggia le strade deserte erano tramutate in torrenti…”. Sotto quella cappa di nuvole nere che nel cuore delle Dolomiti del Brenta ha rovesciato torrenti di grandine, si intrecciano i destini di alcuni uomini di montagna abituati a misurarsi con la morte con quelli di un gruppo di 31 ragazzini, quasi tutti studenti di prima e seconda media della parrocchia “Nostra Signora di Lourdes” di Piacenza.

Dunque l’escursione inizia martedì 16, il giorno prima della tragedia, quando lasciano la colonia dove sono alloggiati a Pracorno, in Val di Rabbi, prendono la funivia del Grosté e salgono in quota per due giorni di camminate. Li guida don Giuseppe Basini, un giovane prete appassionato di montagna, aiutato da sette ragazzi tra i venti e i trent’anni. Raggiunto il rifugio Sella al Tuckett il gruppo si ferma e pernotta. La sveglia suona di buon’ora. “La giornata si presenta stupenda, il cielo è azzurro. I più grandicelli salgono al rifugio Alimonta, i più piccoli si fermano più in basso al Brentei”, annota due giorni dopo Gian Antonio Stella, inviato speciale del Corriere della sera. “Verso mezzogiorno si ritrovano tutti insieme, mangiano qualcosa e si avviano lungo il sentiero Bogani, un percorso facile che passa sotto la cima Campiglio. Il tempo sta guastandosi in fretta e la comitiva allunga il passo. Improvvisamente, rapidissimo e violento, si scatena il temporale. Una pioggia torrenziale seguita subito da chicchi di grandine grossi come ciliegie. Cosa fare? Tornare indietro al rifugio Brentei? Proseguire di corsa?” Il resto della storia è scritto nei verbali degli inquirenti e nella sentenza della magistratura, ma soprattutto è scolpito per sempre nella memoria e negli annali del Soccorso alpino.

Simonetti
Il pilota Giuseppe Simonetti si prodigò a bordo del suo Lama (ph. R. Serafin)

In volo tra le nuvole Il comandante Giuseppe Simonetti ha abbandonato da mezz’ora i comandi del suo prezioso Lama ed è a tavola in un ristorante della Val Rendena. Nessuno meglio di lui conosce quelle montagne, non c’è anfratto dell’Adamello o del Brenta su cui non abbia appoggiato con delicatezza i pattini della sua macchina. Non essendo ancora in voga il cellulare, Simonetti dà sempre la propria reperibilità. E quando Walter Vidi, capo del Soccorso alpino di Madonna di Campiglio, lo rintraccia capisce che non c’è da perdere tempo. E’ caduta una slavina, sembra che siano rimaste sotto delle persone. Quanto basta per buttare giù l’ultimo boccone e mettersi ai comandi. “Mentre preparo il volo arriva la conferma”, racconta Simonetti. “E’ l’una e mezza, il tempo non promette niente di buono. E lassù in Val Brenta ci sono delle vite in pericolo. Mi guardo attorno e dubito di farcela, ma rassicuro Vidi. Farò del mio meglio, in ogni caso ci provo. Anche a Trento, vengo a sapere, le condizioni si presentano pessime e non c’è verso di decollare. Particolare importante. Nel soccorso alpino un fattore che viene spesso sottovalutato è la conoscenza del territorio su cui si va a operare. Sul Brenta e sull’Adamello io posso volare a occhi chiusi. Ma se mi chiamano in Val d’Aosta la mia operatività si riduce di un 40% in attesa di prendere conoscenza e confidenza con il territorio e con le insidie che si presentano per chi vola”.

La coltre di nuvole che grava sulla valle s’incupisce ulteriormente mentre la turbina del Lama si scalda. Nel decollare Simonetti traccia un sentiero ideale, l’unico che ha qualche possibilità di portarlo nella zona della valanga, poche centinaia di metri sotto il rifugio Brentei. Mette dunque il muso verso malga Ritorto voltando le spalle al Brenta. Una rotta che rende perplesso anche il maresciallo dei carabinieri Luciano Colombo presente al decollo. Ma è l’unica possibilità che Simonetti intuisce per bucare le nuvole e trovare quei riferimenti certi che lo condurranno alla meta. “L’orologio segnava le ore 13”, racconta Colombo. “Nel cielo plumbeo, improvvisamente chiazzato da cupe e rosseggianti striature, le nuvole si misero a ribollire; poi, tuonando e rincorrendosi su per la valle di Brenta, disegnarono l’apocalisse. L’uragano scaricò ciottoli di grandine e per oltre due ore imperversò e diluviò sull’alta Valle di Brenta”.

Maresciallo Colombo
Il maresciallo Luciano Colombo che partecipò ai soccorsi e seguì le indagini, qui fotografato con il famoso alpinista Bruno Detassis (ph. Serafin/ MountCity).

A bordo di questa libellula sballottata dalle raffiche c’è il motorista Silvano Scalfi. Nei successivi voli Simonetti porta sul luogo della sciagura Walter Vidi, Adriano Alimonta, il medico Castellani e gli altri soccorritori. “Raggiunto il punto della slavina non c’è alcuna possibilità di atterrare e me la cavo appoggiando in overing un pattino su una roccia”, prosegue Simonetti. “Comincio a portare giù i ragazzi sopravvissuti. Uno, due alla volta, quanti i soccorritori riescono a strappare alla montagna. Gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta, vengono allineati ai margini della valanga. Non hanno ferite ma segni di soffocamento. Nessuno di loro è riuscito a sopravvivere alla morsa del gelo che li ha sorpresi in una giornata decisamente estiva”.

Particolare curioso. Una ragazza avrebbe poi raccontato che mentre era sepolta sentiva volare un sacco di elicotteri e si stupiva che non la tirassero fuori di lì. “In realtà ero io solo a volare: era quel mio frenetico andirivieni a fare pensare che gli elicotteri fossero più d’uno”, dice Simonetti. “Quante rotazioni avrò fatto quel giorno? Difficile contarle. Quattordici erano i ragazzi, sette dei quali vivi, da portare giù. Poi c’erano i soccorritori. E in più facevo la spola con i rifugi della zona per recuperare badili e picconi per scavare. Per tre ore non ho mai smesso di volare. Cosa mi è rimasto di quel soccorso? Ricordi tristissimi e bellissimi. Una madre che ha lasciato lassù la figlia sale tutti gli anni a piedi al Brentei. La sera c’incontriamo e ceniamo insieme. E c’è quel giovane prete che guidava i ragazzi e che i mass media hanno preso di mira, ma sul cui comportamento non ho motivi di nutrire dubbi. Quando si scatena una grandinata di quelle proporzioni è difficile non correre a mettersi sotto il primo riparo che capita come ha fatto quel giovane con il gruppo di ragazzi che gli era stato affidato”.

Ragazzi sopravvissuti
I ragazzi sopravvissuti posano pochi mesi dopo la tragedia a Madonna di Campiglio. Primo a sinistra in alto è don Giuseppe Basini, il giovane sacerdote che era con loro al momento della sciagura (ph. Serafin/MountCity)

Una tragedia evitabile? Già, quale può essere stato l’errore? I ragazzi si erano lasciati alle spalle l’accogliente rifugio Brentei da una decina di minuti per scendere a valle quando il temporale li ha investiti in pieno. “Il capogita”, racconta Maestri in una sua controversa ricostruzione, “forse sottovalutando quell’ondata di cattivo tempo, scelse di continuare a scendere. Ma più il gruppo si allontanava dal rifugio, più diminuivano le possibilità di trovare un luogo dove ripararsi. Intanto il temporale si era tramutato in una spaventosa grandinata che non dava tregua. Ancora oggi, come in una raccapricciante moviola, ricompongo il susseguirsi dei fatti. Il gruppo che lascia il rifugio mentre sulle montagne del Brenta si scatena l’inferno. In alto, sulle cime di Campiglio, una bufera di neve e grandine ricopre cenge e canaloni. La massa ghiacciata accumulatasi nei colatoi scorre come un fiume in piena dentro il canalone che sfocia proprio sul sentiero percorso dai ragazzi. La colata incontra una strozzatura. Si forma una piccola diga che si fa sempre più grande. Dietro la diga si va creando un mare di ghiaccio e melma”.

Il destino dei ragazzini sembra segnato. Mentre corrono terrorizzati verso la grotta dove passa il sentiero arrivano sulla lingua di neve che di norma viene intagliata con cura dai gestori del rifugio per farci passare gli escursionisti. Ma la grandine ha ricoperto il facile passaggio rendendolo per loro insormontabile. “Il gruppo che assomiglia sempre più a un gregge di agnellini inseguito da un branco di lupi si blocca”, è ancora la ricostruzione di Maestri. “Duecento metri sopra le loro teste la diga, spinta da tonnellate di melma ghiacciata, cede con un schianto. La massa accumulatasi durante tutto il temporale precipita a valle travolgendo altra ghiaia, altri massi, altra grandine. Il rumore diventa assordante. Fra le rocce e la lingua di neve si è creata una crepa larga quanto basta per sembrare un rifugio e i bambini vi si incastrano dentro in cerca di salvezza. Non possono certo sapere che quello è l’unico posto dove non dovrebbero fermarsi. Non possono certo sapere che quella neve, accumulatasi nevicata dopo nevicata, si è formata a causa delle continue slavine che il canalone scarica in continuazione, Non possono certo sapere che fermarsi in prossimità di un cono di deiezione è estremamente pericoloso”.

La domanda che con il senno di poi ci si può porre è se, anche possedendo queste elementari nozioni, l’istinto non avrebbe condotto chiunque in quel trambusto, in quella concitazione, nell’anfratto divenuto fatale. “Il giorno della tragedia del Brentei ero al Tuckett ad arrampicare da solo”, racconta Ermanno Salvaterra, guida alpina e gestore del rifugio XII Apostoli, che di soccorsi nel Brenta ha un’eccezionale esperienza. “Venne il primo violento temporale e quando si placò scesi verso Vallesinella. Ero in calzoncini corti e pochi minuti dopo mi colse il secondo temporale. Molto più violento e con la grandine che mi spaccava le gambe. Anche quel gruppo di ragazzi fece la mia stessa scelta. Arrivai a casa intirizzito e mi misi sotto la doccia e per questo non sentii i continui trilli del telefono per invitarmi ad andare lassù ad aiutare quei poveri ragazzi. Quando seppi ciò che era successo già i corpi senza vita dei bimbi stavano arrivando alla Cappella mortuaria di Pinzolo. Il giorno dopo andai al Brentei e passando vidi il luogo della tragedia. Ci furono molte chiacchiere su questa storia. Io evitai di pronunciarmi per non creare una polemica con quanti si erano espressi in malo modo. Sarò sincero. Se fossi arrivato in quel punto, nelle condizioni in cui era il sentiero, sbagliando anch’io mi sarei infilato in quel luogo di morte. Ma dopo siamo sempre tutti bravi. Dopo. Andai in Patagonia alla fine dell’estate e con Ferruccio Vidi e Adriano Cavallaro aprimmo una via nuova alla Punta Herron e la volli chiamare ‘Spigolo dei bimbi’ per ricordare quelle creature”.

Ma se la verità sulla genesi delle sciagure in montagna ha sempre molte facce poiché le cause oggettive si intrecciano con i comportamenti indotti dalle circostanze, ci sembra opportuno in questo caso particolarmente straziante che ha tanto colpito l’opinione pubblica riportare per completezza d’informazione anche la relazione del maresciallo dei carabinieri Luciano Colombo. Uno scritto fin dal titolo (“Morti senza colpa”) tutt’altro che asettico e burocratico.

“Mi resi conto, durante una discussione sorta sulle cause che provocarono la morte di quei sette fanciulli, che le opinioni espresse dai miei conoscenti non sempre erano attinte alla realtà della vita”, annota Colombo. “Ebbi, così, nuovamente conferma che ogni vicenda umana originava molteplici verità, ovvero quelle certezze nelle quali, ognuno di noi, cerca il proprio credo. Tuttavia, esisteva una realtà essenziale; nessuno dei miei interlocutori visse, in diretta con la morte, quelle strazianti ore d’angoscia e di speranza. Quanto da me scritto è la rigorosa ricostruzione di quel tragico evento e delle successive conseguenze giudiziarie che perseguitarono un sacerdote poi riconosciuto innocente”.

da “Soccorsi in montagna” di Roberto e Matteo Serafin, Ferrari editrice, 2004

7 thoughts on “31 ragazzi sorpresi dalla bufera. La tragedia del Brentei

  • 18/07/2018 at 07:50
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    non esiste nessuna grotta in quel canalone… non è mai esistita una grotta li

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    • 30/08/2018 at 22:58
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      La grotta a cui si fa riferimento e’ la galleria bogani, a metà strada fra brentei e sella fredolin

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  • 18/07/2016 at 15:06
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    Nell’intervista a La Repubblica citata da Vegetti (“una ventata di aria fresca è entrata nella storica sezione milanese del Club Alpino Italiano, punto di riferimento per chi pratica l’alpinismo e per gli appassionati di escursionismo e Nordic Walking”), il neo presidente Massimo Minotti annuncia i suoi progetti per il rilancio dello storico sodalizio. “Il primo, il più importante”, osserva, “è trasferirla e trasformarla in un luogo di aggregazione, che ospiti anche serate culturali, proiezioni, conferenze di alpinisti e leader nelle varie discipline”. Forse il neo presidente, al quale volentieri qui si augura buon lavoro e buona fortuna, non se ne n’era mai accorto. Eppure questa che con tanto trasporto va auspicando è sempre stata la Sezione di Milano. Per saperne di più, questo è il link all’intervista:
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/07/07/buonemontagneMilano13.html

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  • 18/07/2016 at 14:02
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    ti leggo, ti leggo… a quando qualcosa sul CAI Milano e l’intervista a Repubblica del nuovo Presidente?

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  • 18/07/2016 at 13:43
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    Grazie Marco per la tempestiva segnalazione. Ora, attingendo all’archivio di Quartieri d’alta quota (che ringraziamo), il Brentei è quello giusto. Con mille scuse a chi ci legge e anche al Brentei.

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  • 18/07/2016 at 12:36
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    Ehi! Nella foto è l’Agostini, non il Brentei!

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