Belluno festeggia il “ragno” Redaelli, re della Civetta

Entrato tardivamente fra i “Ragni”, il lecchese Giorgio Redaelli ha costruito la sua fama sulla Civetta scalando la Solleder in prima invernale. “Oggi”, spiega, “certe cose si riescono a fare con una diversa preparazione ma le difficoltà sono tutt’altro che esorcizzate”. A Belluno, sabato 30 luglio 2016, gli viene consegnato un Pelmo d’oro alla carriera. Classe 1935, originario di Mandello Lario e ora residente a Cassina Valsassina, Redaelli si è visto assegnare il nuovo riconoscimento con questa motivazione: “Accademico del Cai, socio onorario del Gruppo Ragni della Grignetta, è considerato il “re” della Civetta per la sua assidua frequentazione e per il viscerale amore che ha sempre dimostrato per la montagna bellunese. Nel dolomitico “regno del VI grado” ha compiuto – spesso in cordata con alpinisti bellunesi di rango quali Roberto Sorgato e Giorgio Ronchi – memorabili imprese come la direttissima sulla Torre Trieste e le prime invernali alla Cima Su Alto e alla via Solleder, solo per citarne alcune, che hanno scritto la storia dell’alpinismo non solo delle Dolomiti, consacrando di diritto Redaelli nel “gotha” internazionale dei più grandi alpinisti della seconda metà del secolo scorso”. Mountcity.it gli dedica qui un’intervista non freschissima ma sempre attuale in cui il mite Redaelli si toglie qualche sassolino dalle scarpe…

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Redaelli oggi (Serafin/MountCity) e, nella foto sopra il titolo, a destra con Ignazio Piussi in vetta alla Civetta al tempo della loro “Solleder”.

L’intervista

La scritta a caratteri cubitali sullo striscione che sventola nell’aria limpida dei Piani d’Artavaggio in Valsassina (Lecco) è perentoria: “A Redaelli Giorgio dominatore di tutte le pareti della Civetta”. Gliel’hanno dedicata i tanti fan, rapiti dai racconti dei suoi “momenti di vita” consumati sulla gigantesca muraglia dolomitica. Orgoglioso, Giorgio lo è. Ma non si è mai sentito un protagonista questo alpinista lecchese ammesso nella scelta pattuglia dei Ragni della Grignetta. Ora che la sua fama viene alimentata dal libro autobiografico (“Momenti di vita” è il titolo, edizioni Grafica Sovico, 224 pagine, 18 euro), una solida nicchia Redaelli se la sta scavando nell’empireo dei Bonatti, dei Piussi, dei Mauri, rispetto ai quali è leggermente più giovane. Scrivere lo ha sempre in parte “disturbato”, e tuttavia il disinvolto italiano del suo libro-confessione esprime benissimo il cuore limpido e la classe di questo eroe del sesto grado. Di pagina in pagina scrive di getto e non dimentica nessuno. E l’augurio è davvero che la sua fama non sia più circoscritta alle Grigne e ai meravigliosi alpeggi della Valsassina dove ha a lungo contribuito alla gestione del rifugio Aurora. In tredici capitoli Giorgio racconta soprattutto delle sue scalate in Civetta dove ha firmato il suo capolavoro realizzando con Piussi, Hiebeler e Sorgato la prima invernale della Solleder. Con puntiglio interviene poi sui tanti problemi non risolti dell’alpinismo di tutti i tempi, in primis quello sempre controverso delle chiodature. “Anche il grande Livanos diceva che è meglio un chiodo in più che un alpinista in meno. I chiodi si usano per proteggersi, poi decidi tu a quali appenderti e quali usare per evitare il peggio. Il Grand Capucin lo fai con sette chiodi, purché sette siano!”.

Dunque ben poco sembrerebbe cambiato rispetto al vostro alpinismo, considerato peraltro irripetibile…

“Fino a un certo punto. Oggi certe cose si riescono a fare con una diversa preparazione ma le difficoltà sono tutt’altro che esorcizzate. Un astro dell’arrampicata moderna come Rolando Larcher è andato a fare la prima salita in libera e a vista sulla parete sud-ovest della Torre Trieste in stile moderno, e si è dovuto prendere il suo tempo. Ci ha bivaccato su e ha rischiato di bivaccarci una seconda volta. Poi ha scritto che ancora non riesce a capacitarsi come Piussi e il qui presente Redaelli, nel ‘59 con i mezzi (artificiali) di allora, siano riusciti a passare su quelle rocce marce”.

Locandina
La locandina della serata in occasione del Pelmo d’oro 2016.

Le motivazioni per un alpinista solitario non sembrano cambiate.

“Ricordo la mia solitaria all’Aiguille du Midi. Nata quasi per ripicca. Alcuni miei precedenti successi venivano puntualmente attribuiti ai compagni a cui ero legato. E allora ho voluto mostrare che sapevo cavarmela anche da solo”.

Più forti gli alpinisti di ieri o quelli di oggi?

“Emilio Comici nel ‘37 ha fatto la solitaria della sua via sulla nord della Grande di Lavaredo in tre ore e mezza. Se uno adesso ci riesce in mezz’ora non mi fa né caldo né freddo. Comici non aveva con se i nuts, i friend: dunque al confronto con quelli di oggi resta un vincente”.

E’ importante andare forte sugli ottomila?

“Forse un po’ invidio quelli che vanno forte lassù. Aggiungo però che l’Himalaya non è mai stata al vertice dei miei pensieri. Personalmente non ho mai superato la quota del Monte Bianco ma qualunque Fantozzi in Himalaya può salire ben più in alto senza alcuna preparazione specifica. Perché poi insistere a chiamare alpinismo una ripetizione sulle vie più frequentate dell’Everest o del K2? L’alpinismo lo si fa qui sulle Alpi. L’himalaismo è a un livello inferiore di difficoltà altrimenti non si spiega che trecento persone salgano in una stagione sul tetto del mondo mentre altrettante a fatica riescono a salire il Monte Bianco per la normale. Che io sappia, per la Mayor, la Brenva, il Pilone Centrale, la Poire se ne contano ben pochi”.

Quando hai capito di contare nel mondo dell’alpinismo?

“La mia promozione sul campo è stata quando Cassin ha detto davanti a tutti che si sarebbe legato con un certo biondino del gruppo, cioè con me. La mia fortuna è quella di avere incontrato maestri come lui. E come Sorgato, Piussi, Anghileri (padre). Sono riuscito a legarmi anche con Mauri e Oggioni”.

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Redaelli con un significativo manifesto in suo onore (ph. Serafin/MountCity)

Come sei diventato il re della Civetta?

“Tutto cominciò nel ‘61. ‘Il re della Civetta vince ancora’ era il titolo che mi dedicò un giornale. In realtà nella prima guida della Civetta di Vincenzo Dal Bianco uscita nel ’56 c’era già il mio nome: nel ’55 avevo fatto la prima ripetizione della Cima di Terranova. E vorrei segnalare che nel 2003 sono tornato alla Torre Venezia cinquant’anni dopo, sia pure per la normale. Tutti gli anni poi in autunno porto gente a fare il trekking del Civetta. Partiamo da Lecco puntando alla capanna Trieste, pranziamo e andiamo al Vazzoler dove intrattengo gli ospiti con la storia delle mie scalate: la Carlesso alla Trieste, la direttissima alla Trieste, la prima invernale della Tissi alla Venezia e alcune vie sulla Busazza. E poi ancora la prima invernale e prima assoluta dello Spallone del Bancon, prima assoluta della est delle Medie, prima assoluta dello spigolo est della Venezia, prima invernale della Andrich alla Venezia. In totale quaranta e più salite e altrettanti bivacchi. Quindi continuiamo il nostro giro: al Tissi, al Coldai a vedere l’alba, poi in vetta e giù al Van delle Sasse e ritorno alla capanna Trieste”.

Quale è stato il prezzo pagato per la tua attività di scalatore?

“Quattro licenziamenti. E sempre con la stessa motivazione: ci serve un bravo meccanico, non un alpinista. Mi ha ripagato in quegli anni incontrare Aurora, mia moglie. Eravamo entrambi impegnati in Grigna sulla cresta Segantini, io scendevo e lei saliva. Tutti e due in solitaria. Aurora andava veramente forte. Fu il classico colpo di fulmine. La prima grande salita in Medale lei l’ha fatta con Claudio Corti, ma arrampicava anche con Cassin e Mauri. E io ero ovviamente geloso, e parecchio. Abbiamo due figli, Mauro e Nicoletta, maestri di sci. E cinque nipotine, tutte bambine e tutte sciatrici”.

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Con la moglie Aurora (ph. Serafin/MountCity)

Dicono che nelle tue serate ti togli parecchi sassolini dalle scarpe…

“In effetti su molte cose potrei glissare ma non sempre ce la faccio. Un esempio? Piussi è stato uno de miei più grandi compagni di cordata e proprio per questo non capisco perché abbia sentito il bisogno di gettare ombra su di me. Per non dire di peggio. Sostiene che io non sono mai andato da primo? Che al rifugio Vazzoler mi presentavo come un diseredato con sole due corde e tre moschettoni e niente da mangiare? Che in parete non facevo la mia parte neppure nella preparazione del bivacco? Ha qualche problema di memoria il buon Piussi. Checché lui pensi e scriva, non soltanto ho sempre preparato e attrezzato tutti i bivacchi, ma in molte circostanze ho anche attrezzato nuovi tiri perché l’indomani Piussi avesse meno lavoro da fare. E di materiali ne avevo a sufficienza. L’equivoco è nato dal fatto che mentre aspettavo Piussi al Vazzoler li ho messi a disposizione di un amico scozzese. Ma per fortuna i libri servono anche a rimettere le cose al loro posto. E il mio per fortuna lo fa”. (Ser)

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