Etiopia, tra i ragazzi che sognano l’Occidente. Pastori noi?

Tra i monti di Bale (Etiopia), dove i giovani sognano un futuro migliore, ci conduce anche in questa seconda puntata Soledad Nicolazzi, attrice e regista, che con le compagne di “Stradevarie” partecipa nell’estate 2016 a un tour iniziato nella città di Goba (nel centro-sud del Paese) con un percorso laboratoriale legato allo spettacolo “Miraggi migranti” per realizzare insieme con i giovani locali uno spettacolo sulla migrazione. Un’iniziativa inconsueta e coraggiosa, che per la prima volta affronta il delicato argomento mettendo frutto tecniche di comunicazione legate al teatro. Questo il link al servizio precedente: http://www.mountcity.it/index.php/2016/07/19/sui-monti-di-bale-etiopia-tra-miraggi-e-possibili-migranti/

Soledad Nicolazzi
Soledad Nicolazzi. Nella foto sopra il titolo un significativo aspetto del laboratorio con i giovani etiopi realizzato dalla compagnia “Stradevarie”.

Quante risorse naturali non sfruttate!

Sono arrivati tutti vestiti a festa, mi guardano con occhi grandi, senza capire bene cosa vuol dire un laboratorio di teatro ma sembrano contenti che qualcuno, dalla lontana Europa, sia venuto a fare qualcosa proprio con loro. Mi scrivo alcune frasi, tra cui quella che potrebbe diventare il titolo dello spettacolo che faremo in agosto, nei villaggi: “Vanno via come un fiume”. Da qui partono in tanti anche se questa regione ha delle risorse naturali per le quali potrebbe diventare una delle più turistiche del paese. Ma per il momento non c’è nulla, i ragazzi studiano ma poi non sanno che fare. La televisione con i videoclip musicali sta in ogni bar lungo la strada, molti hanno il cellulare con cui possono accedere facilmente a Facebook e Google. La finestra sul mondo è aperta, e non vogliono sentir parlare di fare i pastori, come il loro genitori. Come tutti i giovani vogliono fare il loro viaggio iniziatico, vedere il mondo, e magari poi tornare, ricchi e felici: come dice Yonas, il mondo è uno, siamo noi che l’abbiamo diviso. E io sono d’accordo con lui. Ma noi siamo qui per raccontargli che la strada per la fortezza Europa è cosparsa di morti nel deserto, nel mare e nelle prigioni libiche; che quelli che arrivano spesso fanno le colf, quando gli va bene. E vorrei farlo senza retorica.

I ragazzi ci fanno poi una specie di spettacolo di ballo tradizionale e canti. Si sono inventati una sorta di lavoretto: hanno studiato qualche ballo della tradizione e ogni volta che c’è un battesimo o un matrimonio li chiamano. In genere si trovano il sabato per provare e a quanto pare fanno anche una gara di poesia ma oggi no, forse per rispetto a me che non capisco. Il gruppo ha ruoli e dinamiche piuttosto statici: il presentatore, i ballerini, il cantante, le ragazze che fanno il caffè…Lavorerò, come sempre, a scardinare i ruoli, a suggerire nuove relazioni, per valorizzare le capacità di ognuno.

Oggi è il primo giorno di lavoro vero e già sono innamorata di un terzo di loro. Qualche ora e vengono fuori le prime personalità. Comincio con dei giochi di conoscenza e di prima fiducia nel nuovo gruppo. Appena c’è un po’ di ritmo ed espressione corporea si divertono molto e sono bravissimi. Quando invece chiedo loro di parlare si irrigidiscono. Un po’ di lentezza nella reazione agli stimoli. Per questo domani proporrò un gioco che non lascia scampo: il lancio del bastone. Però in generale hanno una serietà e un’attenzione importante per avere in media 16 anni. Sono coinvolti più i ragazzi, mi chiedo se è un caso oppure se è una questione di ruoli: le ragazze sono più timide, alcune un po’ indolenti, soprattutto se c’è da far fatica.

Io e Alem ci siamo battute per far entrare nel gruppo un paio di grandi non previsti che si sono aggiunti, uno dei quali, Yonas, quello della frase sul mondo senza confini. Poi c’e Sancho, sempre generoso, Tgst, dal nome impronunciabile, svampita, ma che quando balla accende la giornata, India, la più piccola di 13 anni, che è talmente contenta di essere stata accettata che arriva mez’ora prima degli altri e aiuta a pulire la stanza, Josef, che in un’improvvisazione si è trasformato in un babbuino, Baba, dai capelli sparati e sempre col sorriso…

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Un altro aspetto del laboratorio realizzato con i giovani etiopi sul tema dell’emigrazione.

“Il gioco del bastone”, che consiste nel lanciarci un bastone prima fermi e poi muovendoci nello spazio, richiede molta energia fisica e di concentrazione. Soprattutto quando aumento il numero dei bastoni: ogni volta che uno lancia il bastone ad un altro dice un numero progressivo ad alta voce ma ogni volta che cade a terra dobbiamo ricominciare a contare. E dobbiamo arrivare a 100. Questo gioco è uno dei miei preferiti per stimolare l’attenzione e reazione agli stimoli e si presta molto bene per spiegare quanto sia importante ogni singolo all’interno del gruppo e quanto basti un attimo di distrazione per far crollare la concentrazione di tutti: esattamente come durante uno spettacolo.

Ci vuole un po’ ma alla fine, con gran soddisfazione, raggiungiamo il numero 100: il gruppo comincia a funzionare, gli occhi sono accesi e siamo complici in una direzione comune.

Nel pomeriggio invece lavoriamo sulla storia del proprio nome, prima a coppie, poi a gruppi e infine davanti a tutti. E’ un esercizio che propongo spesso quando voglio entrare nel campo della narrazione: raccontare come ci chiamiamo permette di lavorare su un argomento a noi noto e rassicurante e di scoprire allo stesso tempo aspetti della storia personale.

Ma qui non funziona. Le storie non stanno in piedi: alcuni non sanno perché si chiamano in quel modo, o comunque non vi danno peso. Tutti invece si impegnano a raccontarmi come è composta la famiglia e come si chiamano tutti i fratelli e i cugini. Sul momento mi viene da ridere, e taglio corto. Poi capisco: il singolo non ha molto valore. quello che importa, qui, è ancora la comunità. Anche quando gli propongo di cantare, lo fanno automaticamente tutti insieme: il solista fa il suo pezzo, ma gli altri lo accompagnano, con la voce o con semplici sottofondi ritmici: il gruppo sostiene il singolo.

Soledad Nicolazzi

 

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