Lecco commemora i fratelli Anghileri “figli d’arte”

corona-510x511A ricordare i fratelli alpinisti Marco detto “Butch”(qui nella foto d’apertura) e Giorgio Anghileri è questa volta Mauro Corona. Appuntamento sabato 17 settembre 2016 a Lecco nell’ambito del settantesimo anniversario di fondazione del Gruppo Ragni della Grignetta. La serata è dedicata al “Butch” (che tuttavia non indossava il maglione rosso dei Ragni ma faceva parte del Gruppo Gamma) scomparso nel 2014  lungo la via Jori Bardill sul pilone centrale del Freney al Monte Bianco, ma anche a suo fratello Giorgio, giovane promessa morto nel 1997 a 27 anni in seguito a un incidente stradale mentre era in sella alla sua bicicletta. La serata a ingresso libero si tiene alle ore 18,30 presso l’Aula Magna del Politecnico. Sia Marco sia Giorgio sono, anzi purtroppo erano, figli d’arte avendo ereditato la passione per l’alpinismo dal padre Aldo, gloria dell’alpinismo lecchese. Quante altre volte è capitato che l’alpinismo rappresenti una specie di “malattia di famiglia”? Ecco quanto pubblicò sull’argomento nel 2002 l’Annuario Valtellinese.

Una malattia ereditaria. Cioè inguaribile

La passione per la montagna può essere paragonata a un “morbo” ereditario, cioè inguaribile seppur benefico? Questa domanda si riaffaccia periodicamente, attraverso appassionate testimonianze. Storie di padri dai quali si sono ereditati strumenti e passione per le scalate o per lo sci, o di figli che hanno imboccato la stessa “brutta” strada e quando viene la domenica li lasciano un po’ con il fiato sospeso… Nessuna pretesa, per carità, di codificare sintomatologie e rimedi all’ipotetica sindrome. No, non tragga spunto da questa denuncia per nuove ricerche la Commissione medica del CAI che ha già il suo bel da fare. Ma nel campo della prevenzione, la presenza nel dna di conclamate vocazioni montanare può avere una certa rilevanza. Nei test prematrimoniali, per esempio, l’aspirante coniuge potrebbe acquisire utili informazioni su ciò che lo attende se il partner manifesta sintomi inequivocabili: armadi ricolmi di corde, moschettoni, pedule; tessera del Club alpino nel portafoglio come una seconda (o prima?) carta d’identità; fiere ripulse a oziosi soggiorni al mare e così via.

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Aldo Anghileri

Il caso più recente e clamoroso, quello di Marco Anghileri, è oggi oggetto di studi destinati a protrarsi nel tempo. Il ragazzo ha classe, talento, e un gran fegataccio. Sulle paretazze del Civetta ha scritto avvincenti capitoli, specie con la prima ripetizione solitaria invernale della “Solleder” sulla parete nord ovest del gigante dolomitico. Marco, da poco padre, è erede di una straordinaria tradizione familiare. “Un uomo delle pareti era suo nonno”, puntualizza Giorgio Spreafico, impeccabile cronista e storico dell’alpinismo, “addirittura una star degli appigli è stato suo padre Aldino, un drago inarrestabile e sorridente era l’indimenticabile fratello Giorgio portato via da un crudele incidente stradale”.  Ma ancora più recente è il caso di Jamling Tenzing Norgay impostosi all’attenzione non tanto per la scalata dell’Everest compiuta nel ‘96 nel ricordo del padre, il celeberrimo Tenzing Norgay che calcò per primo nel ’53 il tetto del mondo in compagnia di sir Edmund Hillary, quanto per l’apprezzabile libro scritto in seguito a questa esperienza. Stessa passione e stessa vocazione letteraria. Il 2 luglio 1953 Tenzing senior iniziò infatti sulla mitica terza pagina del Corriere della Sera il racconto a puntate della sua impresa che rischiò di essere mandata a monte, questo almeno fu quanto raccontò, per la protesta degli altri sherpa dovuta al vitto e al vestiario inadeguato.

Ma se i parsimoniosi inglesi arrivarono perfino a negare ai portatori dei teli da tenda sotto cui ripararsi nel viaggio fino a Namche Bazar, le cose andarono meglio, molto meglio a impresa compiuta. Nella casa di Tenzing arrivò il benessere insieme con la fama. “Quella casa in cui tutt’oggi viviamo gliela offrì un importante quotidiano indiano”, ricorda Tenzing jr (“Lo Sherpa”, Piemme edizioni, 363 pagine, € 19,63). “Mio padre preferì tuttavia pagarne la gran parte, in modo che un giorno con una scusa qualsiasi nessuno potesse riprendersela”. Le foto dell’albo di famiglia ci mostrano papà Tenzing e i due figlioletti Norbu e Jamling sorridenti e ben vestiti. Ma benché Jamling stringa fra le mani con intuibile orgoglio una piccozza regalatagli dal padre, nelle orecchie gli risuona un monito paterno: “Ho scalato l’Everest, Jamling, perché non lo dovessi fare tu”. Norgay in effetti ha seguito, per sua fortuna, un percorso ben diverso per salire sul tetto del mondo. Se suo padre fu costretto a contendersi con i compagni le scatolette degli inglesi, a Norgay le cose sono andate decisamente meglio. Cresciuto negli Stati Uniti, laureato in economia, ha voluto vivere l’esperienza dell’Everest come un “tentativo per ricongiungermi con mio padre e realizzare un sogno che avevo nel cassetto fin da bambino”. Non si stenta a credere che sulla vetta abbia sentito lo spirito di suo padre e non ci sfiora il dubbio che, per effetto dell’aria sottile, lo abbia anche visto, come in effetti sostiene.

Il libro di Tenzing, assai piacevole da leggere, resta un’importante testimonianza su quali siano le motivazioni che possono spingere un uomo a salire nella zona della morte. E che fra queste motivazioni ci sia una figura paterna da onorare è un motivo ricorrente nelle cronache alpinistiche. Un esempio recente riguarda il torinese Davide Manolino, socio e consigliere della Sottosezione di Chieri del CAI e istruttore di alpinisti. Davide ha voluto ripetere “in nome del padre” la via integrale della cresta di Peuterey al Monte Bianco. Su quella via infatti suo padre Angelo, a sua volta reggente dello stesso sodalizio, si era distinto nel ’69 per due motivi: aveva effettuato la “prima” italiana e aveva anche stabilito, in due giorni, il primato di percorrenza. Davide ha voluto fare di più. In compagnia di Arnaud Clavel e di Matteo Pellin, non solo ha ripercorso la via del padre, ma ha compiuto una variante di tutto rispetto: la salita al Pilone Centrale del Freney. Una delle più belle imprese alpinistiche dell’estate 2001, sottolinea il periodico “Monti e Valli” della sezione di Torino.

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Giorgio Anghileri

Gareggiare in bravura con il proprio genitore, quale migliore soddisfazione? Meglio ancora se la contesa è ad armi pari come succede fra il grintoso veterano di Erba Graziano Bianchi e suo figlio Rudy, arrampicatore di classe. O come capita fra due personaggi più illustri come Kurt Diemberger, alpinista himalayano tra i più rinomati, cineasta e scrittore pluripremiato, e sua figlia Ildegard, antropologa, scrittrice e studiosa tra le più quotate della cultura tibetana: epigoni questi ultimi della coppia di pittori Orazio Gentileschi (1563-1639) e Artemisia (1593-1653), la figlia che con lui entrò nell’orbita dei pittori caravaggeschi firmando capolavori assoluti come una famosa tela dedicata a “Giuditta e Oloferne”. E se l’alpinismo è visto con gli occhi di una madre? Molto istruttiva è sull’Annuario valtellinese amorevolmente curato da Guido Combi la testimonianza di Vendy, mamma del rinomato Luca “Rampikino” Maspes. “Non sapevo, tanti anni fa, a che cosa sarei andata incontro premettendo a mio figlio di fare l’alpinista. E poi, come avrei potuto impedirglielo?”, scrive Vendy raccontando delle sue paure, combattuta fra l’orgoglio di avere un figlio bravo e appassionato e la paura di perderlo. Una cosa è certa. Qualche frammento di “morbo” deve avere trasmesso anche lei a Rampikino, oltre a quel fisico atletico, a quell’aria “vittoriosa e compiaciuta”: “Quando leggo delle sue avventure e dei suoi successi mi sento così felice e orgogliosa e dimentico tutte le mie insicurezze. E poi la felicità ha sempre un prezzo e io credo di doverne pagare un po’ di più di altre madri, perché la gioia e la soddisfazione che leggo nei suoi occhi al ritorno da una scalata, me lo fa rivedere piccolo, quando, rischiando l’osso e collo per rubare il cioccolato in cima all’armadio, nei suoi occhi aveva la stessa luce di oggi. E io sono una madre felice”. (Ser)

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