Battistino, l’Everest e un ricordo che non si cancella

Caduto nel 1993 mentre scalava la parete nord dell’Huascaran, in Perù, l’alpinista camuno Battistino Bonali è entrato nel mito non solo per il naturale talento ma anche per le doti umane, per quel suo andare in montagna con lo sguardo rivolto a chi “sta in basso”. E’ trascorso un quarto di secolo da quando con il polacco Leo Sulovsky raggiunse la vetta dell’Everest. Un’esperienza sofferta che onorò l’alpinismo italiano, realizzata senza portatori e senza uso di ossigeno, modificando la via degli australiani Tim Macartney-Snape e Greg Mortimer. La via seguita si sviluppò lungo il Great Couloir (Norton) superato, come si può desumere da Wikipedia, per la prima volta integralmente in quella occasione (fascia rocciosa di 80 metri a 8400 m con difficoltà di 5º grado). Nel volume “Battistino Bonali. Grazie montagna” pubblicato nella collana “Alpinismo e Montagna” (Mountain promotion editore) che gli è stato dedicato da Oreste Forno, il titolo si riferisce a un brano che Bonali scrisse prima di morire e che rappresenta il suo testamento spirituale: “Grazie montagna per avermi dato lezioni di vita, perché faticando ho imparato a gustare il riposo, perché sudando ho imparato ad apprezzare un sorso di acqua fresca…”. D’accordo, Bonali non era Bonatti anche se tra i due cognomi c’è qualche assonanza, e i quotidiani oggi non gli dedicano pagine e pagine come avviene per l’indimenticabile Walter a cinque anni dalla scomparsa. Ma fu indiscutibilmente un grande anche se non si mise mai sotto riflettori e non risulta che per i suoi scritti o le sue conferenze abbia percepito un solo centesimo. La retribuzione come addetto alle dighe della Valle Camonica gli bastava e avanzava, e l’impegno sociale era al centro dei suoi interessi come si può desumere anche dal bellissimo libro di Franco Michieli “Huascaràn 1993. Verso l’alto, verso l’altro” pubblicato nel 2013 dal Club Alpino Italiano. (Ser)

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Battistino Bonali (1957-1993)

Dal campo base un sofferto appello

Perché doveva succedere proprio adesso, adesso che ce l’avevamo quasi fatta? Stava sicuramente nevicando anche lassù. Perché la vetta non voleva concedersi a noi? Non avevamo forse già pagato abbastanza? Non sono superstizioso, ma non potevo non pensare che era venerdì 17. Non sarebbe stata questa un’altra beffa del destino? Dentro di me c’era rabbia, stress, angoscia, delusione. I minuti diventavano eterni e anche se continuavo a guardare verso la vetta ero sicuro che non ci sarebbe stata, almeno fino a sera, nessuna schiarita. Uno svedese mi portò del tè; ne avevo bisogno, ma la bevanda non riuscì a calmarmi i nervi. Dovevo muovermi, fare qualcosa per ingannare il tempo. Ogni tanto guardavo la radio appoggiata alla pietra, poi guardavo per l’ennesima volta l’orologio. Non ce la facevo più. Decisi di scendere verso il nostro campo prima lungo la morena in leggera salita, poi l’attraversai e risalii il ripido tratto di un pendio che mi portò su una specie di ampio corridoio pieno di massi e di sassi caduti dall’alto. Nella mano destra stringevo la radio che ogni tanto guardavo per assicurarmi che fosse sempre in funzione. Avrei voluto strapparle le parole da dentro. Il vento continuava a soffiarmi in faccia la neve, ma non me ne accorgevo nemmeno tant’era l’angoscia dentro di me. Perché Battistino non chiamava? C’era un grosso masso inclinato piantato nel terreno, che offriva riparo dal vento e dalla neve. Mi ci infilai sotto e continuai a guardare verso la montagna. Su non cambiava niente. “Battista ti prego, chiama, ti prego!”. Passarono dieci minuti, poi altri interminabili e angosciosi dieci minuti; in certi momenti mi accorgevo di trattenere il respiro. Non ce la facevo più. Abbandonai anche quel provvisorio rifugio e ripresi a scendere. Ero tutto imbiancato di neve. Raggiunsi un tratto di ripida salita che ci aveva sempre fatto sputare i polmoni, forse perché ingannati dalla sua brevità l’avevamo sempre affrontato a ritmo troppo elevato. Avevo il fiatone ed ero a metà quando la radio gracchiò improvvisamente. In una frazione di secondo la portai alla bocca e gridai: “Battista ti sento! Cambio”.

“Ciao Oreste, siamo qui in cima, sta nevicando. Niente, niente, tutto bene. Il Leo è arrivato su venti minuti prima di me, comunque tutto bene ma sta nevicando, passo”.

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Battistino con Oreste Forno, capo spedizione all’Everest (ph. Serafin/MountCity)

“Battista complimenti… siete stati bravissimi… vi abbraccio tutti e due, bravi, complimenti!”. Poi un nodo m’era salito alla gola, impedendomi per alcuni istanti di parlare. “Grazie Oreste! Adesso non trovo le parole, comunque mi spiace non vedere niente, tutta la fatica che ho fatto, comunque la gioia è tanta e spero di abbracciarti alla fine. Passo”.

Mai credo d’aver provato, in vita mia, un momento di gioia così grande. Certo, una gioia durata pochi minuti, perché dopo la salita, dopo la fatica della vetta, una dura e difficile discesa aspettava i miei compagni. E questo lo sapevo. Come pure sapevo che li volevo vivi al campo e il più presto possibile. Che senso avrebbe avuto, altrimenti, andare in cima?

Battistino e Leopold erano stati bravissimi anche nella discesa molto impegnativa e pericolosa. Alle sette di sera avevano raggiunto il campo 4, poi avevano proseguito per il campo 3 che avevano raggiunto col buio alle undici, dopo una giornata estremamente dura. Alle otto del giorno dopo ci eravamo sentiti per radio, tutto andava bene e ci saremmo risentiti all’una, ora entro la quale i miei due compagni avrebbero dovuto raggiungere il campo 1. All’una la chiamata non era arrivata, nemmeno dopo mezz’ora e nemmeno alle due. L’angoscia e la paura avevano iniziato a prendermi di nuovo, portandomi a pensare al peggio. Dopotutto il ripido pendio ghiacciato che dal campo 3 porta al campo 2 non era nelle condizioni migliori, a causa della nevicata del giorno prima e di un’altra nevischiata in corso.

Alle due e trenta ero partito per il campo base avanzato degli svedesi. Forse da lì, tramite i loro sherpa al campo l, avrei potuto avere qualche notizia dei miei compagni, perlomeno sapere se li avevano visti. Avevo raggiunto il loro campo alle tre e proprio mentre Nawang, il capo degli sherpa, mi comunicava per radio di averli visti pochi minuti prima raggiungere più in alto il campo 2, mi giungeva la chiamata di Battistino. Prima l’avevo rimproverato duramente per non avere rispettato gli orari di chiamata, poi gli avevo ordinato di legarsi in discesa lungo il ghiacciaio. Far succedere qualcosa adesso che ormai tutto era finito sarebbe stata la cosa più assurda. Battistino mi aveva promesso di farlo, invece non l’avevano fatto e Leopold per pura fortuna non era finito sul fondo di un crepaccio quando la neve aveva ceduto sotto il suo peso. Il giorno dopo, il 19, ero andato loro incontro sul ghiacciaio. Il 20 avevamo smontato il campo base avanzato e in serata eravamo definitivamente al campo base. Finalmente mi sentivo rilassato, e solo allora incominciavo ad apprezzare e a godere di un successo che ci era costato tanto sacrificio…

Oreste Forno

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